martedì, Marzo 26

Arabia Saudita, donne alla guida verso l’emancipazione Intervista a Ersilia Francesca, professoressa associata di Storia dei Paesi Islamici all’Università L’Orientale di Napoli

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Esistono anche motivazioni economiche dietro questa apertura?

Certamente sì. Bisogna tener presente che la caduta del prezzo del petrolio ha ridotto drasticamente le entrate dei paesi produttori.  L’Arabia Saudita, come gli altri Paesi del Golfo, è in un’ottica di diversificazione economica, che comporta anche un maggior coinvolgimento, a tutti i livelli, del personale qualificato locale, in un processo a cui ci si riferisce sotto il nome di ‘saudizzazione’. Questo processo richiede un protagonismo maggiore delle donne. Quello che il Paese sta facendo è qualcosa che in realtà doveva fare, proprio perché la caduta del prezzo del petrolio non permette più di assumere personale altamente specializzato proveniente dall’estero. È anche un modo per liberarsi da una certa forma di ‘colonialismo’, che si traduceva nella presenza di stranieri, a volte occidentali, in posizioni professionali chiave. La visione è invece quella di un Paese in cui la manodopera istruita sia locale, saudita. Questa è una tendenza di tutti i Paesi del Golfo, quella di formare loro personale specializzato ed averlo nelle posizioni importanti o mediamente importanti.

Cos’altro si intravede dietro questo cambiamento?

Queste cose fatte fino ad adesso sono simbolicamente importanti, ma possono anche essere viste come soluzioni molto di facciata. Un’apertura del genere è sicuramente un obiettivo raggiunto anche grazie all’attivismo femminile, ma sono soluzioni che guardano anche alle relazioni geopolitiche con i Paesi occidentali. Un modo per mettere in evidenza come l’Arabia Saudita si stia aprendo, con le donne che possono finalmente votare e guidare, ma che serve anche a far chiudere un occhio verso altri soprusi perpetrati nel Paese, come ad esempio la repressione della comunità sciita. L’Arabia Saudita rimane un Paese che mette in carcere e reprime duramente gli oppositori, dai politici ai blogger.

A che punto siamo con i diritti per le donne in Arabia Saudita?

Nonostante gli ultimi passi in avanti, ancora rimangono moltissime preclusioni. Le donne ancora devono avere un tutore. La donna non può essere titolare di un’impresa se non c’è un tutore, un curatore che la rappresenti, ad esempio, nelle istanze pubbliche. C’è ancora una forte segregazione. Le università e le scuole non sono miste. Nei lavori ci sono ancora spazi per gli uomini e spazi per le donne. Alcune professioni sono precluse alle donne se presuppongono contatto con clientela e pubblico maschile. Questo è un grande problema. Il diritto di famiglia è ancora molto conservatore, c’è la poligamia, la possibilità di ripudio. L’adulterio è punito penalmente, e ad essere punite sono soprattutto le donne. Anche la possibilità di viaggiare all’estero è limitata al consenso del tutore, che può essere il padre o il marito. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni è un primo passo verso un’emancipazione sempre più marcata.

 

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