domenica, Ottobre 25

Arabia Saudita, decisore sempre più globale?

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Da anni il Medio Oriente è stravolto da una tempesta che non sembra volersi arrestare.  Fin dalla sua scoperta, il petrolio è stata la principale fonte di ricchezza dell’Arabia Saudita, condizionandone anche la sua politica estera.  L’oro nero è stato l’ elemento che ha fatto emergere il Regno dal punto di vista internazionale,  rendendolo sempre più protagonista sulla scena mondiale.

Il ruolo che questo Paese ha avuto nel corso della seconda metà del secolo scorso è stato senza dubbio centrale, nel bene e nel male. Lo è stato nel corso della crisi petrolifera che dal 1973, ha fatto sì che tutto l’Occidente si arrestasse nella sua crescita economica. Lo è stato nel corso della Prima Guerra contro l’Iraq, quando ha appoggiato concretamente gli americani di George  Bush senior, ma lo è stato anche nei primi anni 2000, quando la minaccia si chiamava Al Qaida, organizzazione terroristica guidata da Osama Bin Laden, il quale aveva identificato il Regno come l’alleato dei ‘crociati infedeli’.

Ma non è meno centrale oggi, tenendo conto che secondo l’ultimo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute  si attesta al quarto posto nella classifica dei 15 Paesi che investono maggiormente nel comparto difesa (62,7 miliardi di dollari) e considerando il nuovo contesto internazionale nel quale l’ Arabia Saudita sta improntando la sua politica estera. E di questo ne parliamo con Giuseppe Dentice, Dottorando di ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, e ricercatore ISPI del Programma Mediterraneo e Medio Oriente.

Nel 2014 nasce l’ auto-proclamato Stato Islamico (IS), guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, che inizia a mettere a segno una serie di attentati nella Provincia orientale saudita,  per maggioranza sciita, tentando di destabilizzare i già precari rapporti saudito-iraniani. Da molte parti l’Arabia Saudita è stata accusata del finanziamento dell’IS. Nel 2015 avviene quello che fino a qualche prima sembrava impensabile:  la firma del trattato sul nucleare tra Iran e Stati Uniti, sancendo la fine delle sanzioni che incombevano sulla Repubblica degli Ayatollah.

Riguardo allo stato dei rapporti tra Arabia Saudita, delle due città sacre per l’ Islam, La Mecca e Medina, e Iran, dopo la dichiarazione del vice principe ereditario al trono Mohammad Bin Salman secondo cui «l’ Iran vuole controllare il mondo musulmano», Dentice precisa che “sono da tempo tesi e dallo scorso anno, ossia dalla morte leader sciita saudita Nimr Baqir al-Nimr (2 gennaio 2016) e dalla successiva rottura delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Iran (3 gennaio)  -in conseguenza dei violenti attacchi registrati contro l’Ambasciata saudita a Teheran e il Consolato del Regno a Mashad-, le relazioni tra i due Paesi sono precipitate ai livelli più bassi degli ultimi anni. Nonostante viga un clima di generale esasperazione dei rapporti, i due Paesi sono ben attenti a scatenare incidenti tali da giungere ad un vero proprio casus belli che dia il via ad un conflitto su vasta scala. Sebbene l’episodio citato di al-Nimr abbia fomentato gli animi in maniera tale da gettare nuova benzina sul fuoco, la situazione rimane comunque bloccata in virtù di una reciproca consapevolezza che un nuovo conflitto nella regione, che include due giganti di levatura regionale e internazionale non giova assolutamente a nessuno e pertanto al di là della retorica esplosiva adottata da entrambi i contendenti, Riyadh e Teheran si guardano bene da lanciare nuove grane in una regione già compromessa dal punto di vista della sicurezza a causa di una molteplicità di crisi e conflitti, nonché di una compresenza di più piani paralleli di scontro politico che coinvolge attori statuali, non-statuali, settari, tribali e transnazionali”.

Ad ogni modo”, prosegue Dentice, “le due potenze del Golfo stanno da anni conducendo un conflitto a bassa intensità centrato su un attento uso di soft power ed influenza strategica, che trova un proprio apice nelle cosiddette “proxy war” (Yemen, Bahrain, Siria e Iraq, appunto), nelle quali si assiste ad uno sfruttamento attento e metodico dei canali mediatici (tv e quotidiani) o al finanziamento e al supporto più o meno diretto delle opposizioni interne, utilizzando queste ultime come asset tattici funzionali ad assicurare la sicurezza nazionale dei due giganti mediorientali, nonché a ridiscutere equilibri consolidati contro i reciproci interessi.

 

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