martedì, Novembre 12

Arabia Saudita: fiumi di denaro a caccia dei favori di Trump 177 miliardi di dollari in Treasuries americani e investimenti con obiettivi politici presenti e futuri. Ne parliamo con Cinzia Bianco, Senior Analyst presso Gulf State Analytics

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Fiumi di quattrini del Golfo scorrono negli Stati Uniti, le monarchie del Golfo non sono ancora ben lontane dal sostituire la Cina in fatto di possedimento del debito americano, ma certo hanno perfettamente chiaro che l’unico linguaggio che l’Amministrazione Trump capisce è quello dei dollari, e lo parlano perfettamente.

Scorsa settimana l’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, ha incontrato il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e nel corso dell’incontro ha firmato una serie di accordi con le compagnie americane per svariati miliardi di dollari. Prima tappa importante del programma annunciato dal Qatar a inizio anno: aumentare gli investimenti negli Stati Uniti da 15  a 45 miliardi di dollari nei prossimi due anni
Il Qatar sta utilizzando la sua ricchezza per influenzare gli Stati Uniti, ovvero, per recuperare a pieno il suo ruolo di partner privilegiato e uscire dall’angolo dopo la messa al bando del 2017 da parte di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.  Per parte americana, i quattrini dei qatarioti sono ben accolti anche perché il Qatar è cruciale per la difesa americana, ospita la base aerea di Al Udeid e  il quartier generale del  United States Central Command, insomma la base americana più importante della regione.
Per parte loro, Arabia Saudita e Emirati non hanno reagito a tali accordi, in primo luogo perché Riyad non si può permettere di alzare la voce più di tanto considerato che il ‘caso Khashoggi’ ancora è fresco, ma non poi così tanto, nella memoria della comunità internazionale -è notizia di questi giorni che 20 società di lobbying di Washington hanno ripreso a lavorare per il Governo saudita, erano 25 prima della morte di Khashoggi-, in secondo luogo perché le due monarchie sono ottimamente piazzate in termini finanziari negli States.
Stando aBloomberg, dal 2016 ad oggi, l’Arabia Saudita avrebbe raddoppiato la sua quota di Treasuries americani, arrivando a possedere 177 miliardi di dollari (i dati a febbraio quotavano l’impegno saudita a 167 miliardi). A ciò si aggiunga che il Fondo sovrano dell’Arabia Saudita ha qualche problema e molto si avvale del sostegno delle banche americane.
I problemi per il grande Fondo, il Public Investment Fund of Saudi Arabia (PIF) sono iniziati quando Riyad ha dovuto rinviare la quotazione di Saudi Aramco. Il PIF ha come mission non solo gli investimenti all’estero, ma anche sviluppare progetti, con la partecipazione di investitori stranieri, all’interno del Paese con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal petrolio.
Tra i progetti interni più importanti: NEOM, una zona economica ad alta tecnologia su di una area grande quasi quanto il Belgio (investimento previsto  500 miliardi); Qiddiya, un parco di divertimenti fuori Riyad grande due volte quanto Disney World (ipotesi degli analisti: 8 miliardi di dollari di costi iniziali); una località turistica di lusso al largo della costa del Mar Rosso che si estenderà su oltre 90 isole (2,5 miliardi di dollari secondo stime non ufficiali).
L’individuazione dei partner stranieri arranca, e questo ha determinato un  pesante rallentamento sugli investimenti all’estero, pur dichiarando che in obiettivo vi è investire un quarto delle sue disponibilità all’estero entro il prossimo anno e la metà entro il 2030 (ad oggi investito all’estero vi è il 15%). Questo ha portato ad un rallentamento anche sugli investimenti previsti  negli Stati Uniti

Nei giorni scorsi il PIF ha concordato le condizioni iniziali per un prestito di 10 miliardi di dollari da un gruppo composto delle più grandi banche del mondo, tra queste Bank of America, Merrill Lynch, BNP Paribas, Citigroup, già l’anno scorso il Fondo aveva ottenuto un prestito di 11 miliardi di dollari.
Contestualmente PIF ha annunciato che aprirà uffici a Londra e New York per contribuire alla ricerca di investimenti oltreoceano, e fonti ben informate, riportate da ‘Financial Times’, sostengono che «Il fondo deve distribuire un sacco di soldi, rapidamente».

Secondo alcuni osservatori, tutti gli Stati del Golfo usano i quattrini per conquistare il favore di Washington e la quantità che investono sta aumentando, eppure il livello della loro influenza reale si sta riducendo. Con Cinzia Bianco, Senior Analyst presso Gulf State Analytics, cerchiamo di capire a che punto è la relazione USA-Arabia Saudita e quanto gli States effettivamente si facciano influenzare da Riyad. 

 

Dunque l’Arabia Saudita avrebbe raddoppiato la sua quota di Treasuries americani nell’arco di pochi anni, un periodo segnato, negli ultimi mesi,  dal ‘caso Khashoggi’. Nessun importante creditore straniero avrebbe accelerato il suo prestito agli Stati Uniti più velocemente. È solo una coincidenza? A cosa è dovuto realmente questo scatto dell’Arabia Saudita?

Lo scatto di Riyad sul debito americano è uno degli elementi che simboleggia l’evoluzione delle dinamiche fondamentali nelle relazioni tra Stati Uniti e monarchie del Golfo in epoca contemporanea. Nel periodo tra la fine della seconda guerra mondiale e i primi anni 2000, le relazioni USA-Consiglio di cooperazione del Golfo si sono fondate sullo scambio ‘sicurezza-petrolio’: gli Stati Uniti garantivano la sicurezza esterna ed interna dei regimi del Golfo, e il GCC garantiva il libero flusso di petrolio verso gli Stati Uniti prima e poi, man mano che gli USA acquisivano indipendenza energetica, verso altre potenze mondiali, con lo scopo di mantenere l’equilibrio dell’economia globale, a lungo considerato obiettivo strategico a Washington. Durante la presidenza di Barack Obama, mentre gli USA acquisivano indipendenza energetica, indietreggiavano anche rispetto al loro tradizionale ruolo di ago della bilancia per la stabilità globale. Con la presidenza di Donald Trump, questa secondo trend si è consolidato e potenziato, e gli USA hanno cercato di stabilire relazioni internazionali basate su semplici dinamiche di utilitarismo. Nel GCC, Trump ha messo in chiaro che la partnership con gli Stati Uniti poteva essere assicurata principalmente da incentivi finanziari. È quindi iniziato un trend in cui Paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar hanno moltiplicato investimenti di vario tipo e importazioni dagli USA con obiettivi politici. L’acquisizione del debito USA da parte di Riyad è assolutamente parte di questa dinamica, essendo anche spinta dalla convinzione dei sauditi che possedere un volume significativo di questo titoli, dà garanzie anche ai possessori stessi sul lungo termine 

Con voto unanime il 13 dicembre, il Senato degli Stati Uniti ha accusato formalmente il principe saudita, Mohammad bin Salman, di aver ordinato l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi e, allo stesso tempo, ha deciso di interrompere il coinvolgimento degli USA nella guerra a guida saudita ed emiratina nello Yemen. In realtà, quanto è forte, ad oggi, la partnership tra Stati Uniti e Arabia Saudita? Dove convergono le agende dei due Paesi?

Dall’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi per mano saudita, nell’Ottobre del 2018, si è creata una rottura profonda tra Congresso e Arabia Saudita che non è del tutto nuova, i rapporti tra i due Paesi si sono sempre svolti a livello dell’esecutivo, ma sicuramente si è approfondita. In quanto rappresentanti diretti del popolo, i membri di Congresso e Senato, sono naturalmente più inclini a seguire l’opinione pubblica, che negli USA diventa sempre più anti-saudita. Per l’Esecutivo e la Casa Bianca, invece, come dimostrato dall’uso dei veti, le priorità sono diverse. Vi rientrano:la partnership economico-finanziaria con i sauditi, ma anche il (potenziale e per ora infruttuoso) ruolo dei sauditi nell’influenzare attori arabi chiave rispetto al Deal of the Century come Giordania ed Egitto, e il possibile ruolo come moltiplicatore regionale di obiettivi della Casa Bianca contro l’Iran (in Siria, come in Iraq, come nello scontro diretto) e, in futuro, la Turchia. 

La relatrice speciale delle Nazioni Unite, Agnes Callamard, parla di prove credibili nel coinvolgimento di MBS, nell’omicidio Khashoggi. Nonostante ciò, il principe saudita, Mohammad bin Salman Al Saud, è stato accolto trionfalmente al G20 di Osaka, comunque, ha ricevuto un’accoglienza molto più calorosa del G20 argentino del dicembre scorso, a soli due mesi dai fatti di Istanbul. Cosa è cambiato negli ultimi mesi, come ha resistito Bin Salman alle pressioni? È bastata la convergenza su temi di politica internazionale con gli USA a riabilitare la figura del principe?

Bin Salman ha ricevuto un trattamento molto simile a quello che ricevuto in Argentina, in realtà. Come lo scorso anno, alcuni dei protagonisti (USA e Russia in primis) hanno ignorato gli eventi legati a Khashoggi, mentre altri (soprattutto gli europei) hanno cercato di evitare photo opportunities positive. L’apparente maggiore centralità di Bin Salman a Osaka è legata piuttosto al protocollo rispetto al fatto che sarà l’Arabia Saudita ad ospitare il prossimo G20. In generale la strategia del principe è stata quella di garantire la sua stabilità nel Regno, scommettendo sul fatto che se fosse riuscito a dimostrare che il suo regno è assicurato, i leader mondiali avrebbero dovuto, volente o nolente, avere un atteggiamento pragmatico nei suoi confronti. Ad ogni modo, negli ultimi mesi, Bin Salman non è stato ricevuto né negli USA né in Unione Europea a livello ufficiale, proprio perché ci sono comunque forti forze di opposizione in Occidente rispetto alla sua figura

L’Amministrazione Trump avrebbe concesso due autorizzazioni alle società statunitensi per condividere informazioni sensibili sull’energia nucleare con l’AS poco dopo l’omicidio Jamal Khashoggi. Cosa significa questo in termini di equilibrio nell’area mediorientale, anche a fronte delle tensioni tra Washington e Teheran?

Che l’Arabia Saudita voglia dotarsi di energia nucleare è cosa nota da diverso tempo. Alla base di quest’intenzione vi sono due elementi. Il primo è legato allo scontro con l’Iran, o meglio all’aspirazione saudita di diventare più possibile un rivale temibile per Teheran, attivando un meccanismo di difesa basato sulla deterrenza. Il secondo, ben più realistico, è basato sulla strategia energetica saudita che, pur essendo il principale produttore di greggio mondiale, è in deficit energetico di gas ed è anche tra i maggiori consumatori di energia pro-capite. Dotarsi di energia nucleare va quindi insieme alle politiche che ARAMCO sta operando sempre più nel mercato del gas per soddisfare il fabbisogno energetico interno in maniera indipendente, e liberare greggio per le esportazioni. Considerando che l’energia è un bene a cui i cittadini sauditi accedono con ingenti sussidi, mentre il prezzo del barile sul mercato internazionale è stabile su valori importanti, applicare con successo questa strategia renderebbe il Regno Saudita ancora più ricco e quindi ancora più influente. 

Perché Trump ha puntato così forte su Riyad? Quanto è alto il rischio? Vuole togliere un possibile alleato alla Russia e alla Cina? 

Trump ha puntato su Riyad perché la sua strategia di indietreggiamento degli USA nella regione mediorientale è basata sul fatto che grandi, facoltosi e influenti partner locali garantiscano gli interessi americani, mentre gli USA restano, anche se parzialmente, in cabina di regia. Non solo questa è una strategia molto fallace ma, vista da Riyad, si traduce nella necessità di rafforzare i rapporti con altre potenze globali, incluse Cina e Russia, per adattarsi al multipolarismo che è oramai realtà.

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