mercoledì, Ottobre 28

Argentina: un voto scontato per una crisi senza fine Il popolo argentino è chiamato a eleggere un nuovo Presidente, ma la crisi economica è sempre più profonda, ne parliamo con Nicola Bilotta

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Il 27 ottobre lArgentina sarà chiamata alle urne per eleggere un nuovo Presidente. E lo farà con il peso assordante di un’economia paralizzata da una crisi che si perpetua ormai da anni e con la consapevolezza dell’attuale capo di Stato, Mauricio Macri, di esser già virtualmente sconfitto nell’imminente tornata elettorale, stando ai risultati emersi dalle primarie.

L’11 agosto scorso, infatti, sono andate in scena le cosiddette PASO (primarias abiertas simultáneas y obligatorias), un sistema che obbliga tutti i partiti – o coalizioni – che intendono prendere parte alle presidenziali a proporre almeno un candidato, il quale dovrà ottenere come minimo l’1,5% dei consensi per presentarsi successivamente al turno decisivo. Anche il voto è obbligatorio: non presentarsi al seggio senza una valida giustificazione comporta una multa. Così strutturato, il meccanismo delle PASO è ben diverso dal modello a noi più noto delle primarie, attraverso le quali solitamente si elegge il Segretario di una singola forza politica. Il PASO, quindi, rappresenta un barometro affidabile delle intenzioni di voto dellelettorato argentino

Con un’affluenza del 77%, Macri è riuscito ad ottenere il 31,8% dei voti in coppia con Miguel Ángel Pichetto, attuale Senatore del Rio Negro, per l’alleanza di centrodestra Juntos por el CambioIl 47,79%, invece, è stato conquistato dalla coalizione peronista Frente de Todos, che vede come candidato principale Alberto Fernández supportato dall’ex Presidente Cristina Fernández de Kirchner, che corre come Pichetto per il ruolo di vicepresidente. Lontane le altre forze politiche: Consenso Federal, il gruppo che fa capo all’ex Ministro delle Finanze, Roberto Lavagna, ha ottenuto solamente l’8,5%; 2,83% per i socialisti di Frente de Izquierda y de los Trabajadores.

Ora, se il voto di domenica dovesse replicare l’esito venuto fuori dalle PASO, Macri sarebbe costretto ad abdicare già al primo turno, giacché il modello elettorale argentino ne stabilisce due. La legge elettorale argentina, infatti, non prevede il ballottaggio nel caso dovesse verificarsi una delle due seguenti eventualità: qualora uno dei candidati riuscisse ad ottenere almeno il 45% dei consensi alla prima votazione; oppure che si riesca a conseguire il 40%, ma con almeno 10 punti percentuali di scarto sull’avversario più vicino. Date queste premesse, si può ben capire come il destino di Macri appaia segnato. L’attuale Presidente argentino non può sperare – a meno di ribaltoni dell’ultima ora –  in nessuna delle due eventualità: oltre 15 punti lo separano da Fernández, la cui coalizione è comunque ben oltre il 45%.

Ma come si spiega una così sonora bocciatura da parte dellelettoratoImpossibile, in questo caso, dissociare la popolarità e il consenso di Macri – così come, in generale, quella degli ultimi Presidenti argentini – dalla profonda crisi economica che sta attraversando il Paese.

Quattro anni fa, quando venne eletto, Macri, ingegnere, imprenditore e dirigente di una delle aziende più importanti del Sud America (Grupo Macri), sembrava avesse le credenziali giuste e possedesse la soluzione a tutti i mali che affliggevano il Paese. All’epoca, infatti, propose un modello strutturalmente differente da quello fino ad allora perpetuato delluscente Cristina Kirchner, basato sulle tradizionali ingenti spese sociali, sui controlli valutari e sul protezionismo economico. Negli ultimi giorni al comando, la Kirchner firmò addirittura dei decreti per aumentare la spesa pubblica di altri 27 miliardi di dollari. La stessa Kirchner – che si mostrò insolvente nei confronti dei debitori e barò sui dati dell’economia dopo il 2012 – dovette pagare dazio di fronte ai mercati internazionali, dai quali l’Argentina venne esclusa dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) dal 2013 fino al 2016, primo anno effettivo del mandato di Macri. Proprio nei giorni successivi al suo insediamento, Macri liberalizzò il tasso di cambio ed eliminò le tasse alle esportazioni e i sussidi che venivano dati gradualmente per il gas e lelettricità. Quell’anno la popolarità di Macri schizzò talmente in alto che la famosa rivista americana ‘Time’ decise di includerlo nella sua annuale classifica dei 100 personaggi più influenti al mondo.

Le certezze di Macri, però, si sono sbriciolate lentamente e le difficoltà del Paese si sono palesate lungo tutto il 2019, fino ad arrivare a maggio, quando il Governo argentino ha chiesto al FMI di rinegoziare i termini del prestito concessogli lanno prima. Tra il giugno ed il settembre 2018, infatti, date le strutturali riforme portate avanti dal Governo argentino, Macri era riuscito ad ottenere un prestito di 57 miliardi di dollari dal FMI: il più alto mai concesso dall’organizzazione. Ed ecco, allora, che la storia torna a ripetersi dalle parti di Buenos Aires. 

Il fallimento di Macri è certificato dai numeri dell’economia del Paese: 284 miliardi di dollari di debito estero; 57% circa di inflazione annua; peso argentino svalutato (1$ = 60 pesos); oltre il 30% della popolazione caduta in povertà; un tasso di disoccupazione che si aggira intorno al 10%.

Dati – peggiori di quelli lasciati in eredità dalla Kirchner – che bastano da soli a spiegare il crollo dei consensi di Macri e la sua corsa verso una disfatta elettorale che sembra ormai inevitabile. Quale sia, a questo punto, la ricetta economica giusta per un Paese che sembra condannato a stare in equilibrio sulla linea del default non è dato sapersi

Ancora da capire quella che proporrà il probabile prossimo Presidente argentino, Alberto Fernández. Avvocato, 60 anni, è stato capo di Gabinetto sotto la Presidenza di entrambi i coniugi Kirchner: prima con Nestor dal 2003 al 2007 e poi, per un breve periodo, con Cristina. La stessa Kirchner ha riconosciuto a Fernández capacità di «decidere, organizzare, concordare e cercare sempre la massima ampiezza possibile dal Governo». Una propensione al dialogo che dovrà mostrare anche con i mercati internazionali, già in subbuglio al pensiero che il modello peronista possa far capolino nuovamente allinterno della Casa Rosada. Ma il peronismo è formato da molte anime. Se la Kirchner ne rappresenta l’ala massimalista, Fernández è unespressione più moderata di peronismo. Ed è con questa moderazione che si dovranno portare avanti le trattative per la ristrutturazione del debito.

Per capire meglio la situazione economica argentina e valutare le prospettive del Paese dopo le presidenziali, abbiamo contattato Nicola Bilotta, ricercatore presso lo IAI (Istituto Affari Internazionali), dove lavora su progetti di economia politica internazionale, economia digitale e ‘geofinance’.

 

Cosa non ha funzionato con Macri? 

Se si guarda questa campagna elettorale sembra di essere tornati a quella precedente, poiché il piano dialettico è rimasto uguale. Macri accusa il passato argentino per l’eredità lasciatagli e di cui si è dovuto fare carico, che in qualche modo è stato il motivo per cui il suo piano economico non è andato come previsto. Dall’altra parte, invece, c’è il candidato del partito peronista, Fernández, che accusa Macri di aver portato avanti delle politiche che hanno esacerbato le condizioni di povertà. Cosa non ha funzionato? Macri quando ha vinto, nel 2015, aveva portato avanti un’idea presentata come un sogno: far rientrare l’Argentina nei mercati internazionali e farla ritornare ad essere un Paese stabile. Questo l’avrebbe fatto grazie ad un miglioramento delle condizioni macro-economiche, con un intervento del capitale privato. Alcune delle sue misure sono state, per esempio, l’eliminazione dei dazi sulle esportazioni dei prodotti agricoli; la pacificazione, dopo anni, della discussione del default sul debito sovrano, riuscendo a trovare un accordo con i creditori; l’eliminazione del controllo sul ‘foreign exchange’; una riforma pensionistica. In qualche modo è riuscito a portare avanti delle politiche volte verso quello che viene definito ‘friendly market approach’: ha cercato di creare delle condizioni affinché il mercato privato venisse stimolato, quindi, a far ripartire l’economia. Il suo era un piano preciso, che lo ha poi portato ad ottenere il prestito del FMI. Il problema è che negli ultimi 30-40 anni l’Argentina non riesce a trovare pace e incamminarsi verso un percorso che le porti stabilità. L’inflazione continua a salire del 50% annuo; la povertà è aumentata in maniera radicale, raggiungendo – secondo le ultime stime – il 35% della popolazione, cioè 15 milioni di abitanti, mentre sotto l’ultimo Governo di Cristina era intorno al 27%. È innegabile, quindi, che nonostante interventi volti a stimolare l’economia argentina, le misure adottate da Macri non abbiano avuto i risultati sperati. Se questo sia dovuto ad un parziale fallimento delle sue politiche, o ad un contesto macro-economico molto particolare, o ancora dovuto al passato argentino che ha lasciato un’eredità pesantissima, è tutto da valutare. Secondo me, è dovuto ad un mix di questi diversi fattori. Di fatto, questo mandato di Macri non si può dire soddisfacente.

È stata detto che se Macri avesse ottenuto prima il prestito del FMI, forse oggi l’Argentina non si troverebbe in questa situazione. È un’ipotesi?

Prima di riuscire ad ottenere un prestito dal FMI, un Governo deve soddisfare determinati requisiti, quindi deve accordare determinate riforme, ma deve esserci ovviamente una certa fiducia da parte del Fondo che l’Esecutivo attuerà quello che promette. Non so se l’errore strategico sia stato quello di Macri di non aver chiesto prima il prestito, ma bisogna tenere in considerazioni che per ottenere un prestito si devono soddisfare alcune situazioni. Sicuramente è cruciale questo problema, con l’Argentina che ora si ritrova a dover ripagare questo prestito. Chiunque vincerà le prossime elezioni dovrà ridiscutere con i propri creditori la ristrutturazione del debito, chiedendo probabilmente un’estensione di questo. Bisognerà allora capire se questa manovra verrà accordata, se gli investitori siano più sensibili alle politiche Macri, quindi più propensi a ridiscutere un’estensione con l’attuale Presidente, piuttosto che con Fernández.

Oltre le situazioni create da Macri, cosa ha convinto il FMI a prestare così tanti soldi all’Argentina? Ricordiamo che si tratta del più grande prestito concesso dal Fondo. Può essere entrata in ballo una certa affinità sull’asse Buenos Aires-Washington?

In realtà, credo che la spiegazione sia molto più semplice. Macri è stato il primo Presidente argentino non peronista, quindi il primo a parlare di una rottura con la tradizione argentina, cha ha di fatto promesso e portato avanti delle politiche che nel Paese non erano mai state fatte. Misure che, unite ad una contrazione della spesa pubblica, sono poi quelle che strizzano l’occhio al FMI, verso l’apertura dei mercati e verso il settore privato. Credo che il FMI abbia creduto e scommesso sul fatto che Macri avrebbe potuto portare il Paese verso un nuovo modello economico. Che Macri sia più vicino a Washington è palese, per ovvi motivi. Però, più che questo, è stata la visione economica di Macri a convincere il FMI a prestare una somma così ingente di capitale.

Si può parlare allora di un calcolo sbagliato da parte del FMI?

Sì e no, ma senza i soldi del FMI Macri avrebbe avuto meno liquidità nel fare le sue riforme. 

Il Governo Cristina Fernández de Kirchner è stato segnato dall’insolvenza del debito estero e, quindi, dalla sfiducia del mercato internazionale. Cosa fa pensare che un nuovo Governo peronista, seppure guidato da Alberto Fernández, con Cristina sua vice, possa salvare la situazione e non ricadere negli errori del passato?

Su questo punto le analisi sono contraddittorie e gli analisti si dividono in due poli. Da una parte c’è chi elogia Alberto Fernández, vedendo in lui un profilo pragmatico e moderato che di fatto ha rotto con Cristina nel momento in cui questa ha portato avanti politiche più estremiste. Pensano che Fernández possa rinegoziare l’estensione del debito, cercare di portare avanti delle riforme moderate senza ricadere negli errori della Kirchner. Dall’altra parte, invece, c’è chi crede che lui sia solamente uno specchietto per le allodole e che, in realtà, sia Cristina la vera detentrice del potere. Fernández, comunque, rimane un politico non particolarmente carismatico, non molto conosciuto, ma che per ora sembra poter vincere di luce riflessa.

Vi è stato sempre un rapporto conflittuale tra la popolazione argentina e le manovre del FMI nel Paese. Secondo lei, quello espresso nelle primarie, che probabilmente si concretizzerà domenica prossima, è un voto di protesta verso i rapporti col FMI?

Non credo che la preoccupazione massima degli argentini sia esprimere un voto contro il FMI. Si può dire, invece, che il voto verso Fernández rappresenti il rifiuto della maggior parte della popolazione argentina verso le politiche liberiste, di apertura ai mercati, di taglio dei sussidi pubblici, portate avanti da Macri.

Cosa succederà subito dopo le elezioni? 

Secondo alcune stime, quando Macri ha riformato la legge che permetteva il cambio in moneta estera, aprendo verso lo spostamento di capitali, già 12 miliardi di dollari siano stati spostati dal mercato interno all’estero. Sicuramente ci sarà un primo impatto negativo da parte dei mercati americani. Chiaramente c’è poca fiducia da parte del mercato internazionale che la vittoria di Fernández possa essere positiva per l’economia argentina. C’è il timore che si possa ritornare verso politiche protezioniste e di intervento statale, ma si teme anche un possibile default rispetto al ripagamento del debito contratto col FMI. Sono paure che spaventano il mercato e che, a meno che Fernández nel suo discorso inaugurale non ponga dei paletti, potrebbero avere un impatto abbastanza grave nel breve termine.

Cosa comporterebbe a livello continentale un cambio nella Presidenza argentina?

Un’altra delle grandi promesse di Macri era quella di riportare l’Argentina all’interno del contesto internazionale, poiché il default del 2001 ha portato all’isolamento di Buenos Aires nei confronti dei Paesi occidentali. I tempi sono cambiati anche in America Latina. Vi è un assetto diverso rispetto a quello del 2001, quindi adesso, se dovesse esserci il cambio della Presidenza, l’Argentina si troverebbe più isolata a livello regionale. Tutto dipenderà, però, da che tipo di approccio prenderà il nuovo Governo. Fernández, a quanto pare, avrebbe mosso delle critiche nei confronti del Mercosur. I discorsi di Fernández, però, sono abbastanza difficili da decifrare. Quando parlava di accordi commerciali non sembrava tirarsi indietro nei confronti dell’estero, ma diceva che l’Argentina dovrebbe fare degli accorsi cui la sua economia potesse beneficiarne. Discorsi molto vaghi nei quali non si capisce quale sia il limite.

Restiamo in Sud America. Il Chile, che sembrava essere il Paese più prospero, è piombato in una grave crisi sociale dopo l’aumento del prezzo dei biglietti della metropolitana. Il Perù, invece, è nel bel mezzo di una crisi politica. Credi si possa parlare di una prima crisi delle forze liberiste in America Latina e di un nuovo slancio della sinistra?

È molto difficile fare analisi del genere. Pensiamo anche alla Bolivia, dove dopo il voto di domenica vi è uno scontro tra Morales e le opposizioni, che si accusano vicendevolmente di brogli. Le economie dell’America Latina stanno attraverso un periodo molto negativo. Lo scandalo della corruzione che ha travolto Paesi come Brasile e Perù, non sono ancora stati risolti. I tempi sono cambiati molto da quando la regione ha attraversato quel periodo in cui la maggior parte dei Paesi era governato da presidenti di sinistra. Ma i tempi sono cambiati, il contesto macro-economico globale è mutato fortemente ed il boom delle materie prime è finito. Quindi, le grandi politiche sociali e di ridistribuzione portate avanti in quegli anni, che erano state sovvenzionate dalle rendite delle materie prime, oggi non sono più attuabili. In questo caso sarebbe interessante vedere come governi di questo tipo potrebbero portare avanti delle politiche espansive di ridistribuzione, considerando che le casse dello Stato non possono più beneficiare delle ingenti risorse derivanti dal commercio delle materie prime. È un periodo difficile.

Risolti i problemi economici, potrebbe l’Argentina ritagliarsi un ruolo da protagonista in America Latina?

L’Argentina non risolverà i suoi problemi economici nel breve termine. Sì, potrebbe giocare un ruolo importante, ma fintanto che non sarà stabile economicamente non potrà avere una prospettiva regionale. Non vedo, però, nell’immediato, una soluzione alla crisi economica, che è strutturale.

A livello globale, invece, quanto è sotto i riflettori questo voto? Pensiamo all’interesse cinese o a quello americano.

La cosa interessante è che quando Macri vinse le elezioni non chiuse il Paese al capitale cinese, anzi. Uno poteva aspettarsi che la vicinanza con il libero mercato, con quelle idee più filo-americane che cinesi, Pechino avrebbe cercato di diminuire gli investimenti in Argentina. Questo non è avvenuto perché la Cina è stato un player importante per l’Argentina.  Non vedo discontinuità nel rapporto con la Cina, sia in caso di vittoria di Macri che del duo Fernández-Kirchner: entrambi mi sembrano propensi a questo tipo di investimento. Lo scenario chiaramente cambia nei confronti degli Stati Uniti, basti pensare alle conflittualità tra Cristina e Washington. Bisogna ricordare, però, che per ora l’Argentina suscita un interesse marginale sia per le politiche americane che per quelle cinesi.

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