domenica, Marzo 24

Apprensione per il messaggio di Napolitano field_506ffbaa4a8d4

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Il Segretario della Lega Matteo Salvini ha già fatto sapere che a lui, del messaggio che il Presidente della Repubblica rivolgerà al Paese la sera del 31 dicembre non importa un fico secco, sarà impegnato a far altro, «perché dal discorso di Giorgio Napolitano non mi aspetto niente. Noi lo avevamo votato perché si era impegnato a fare le riforme, ma non si è visto niente». Curioso rimprovero, quello che Salvini muove a Napolitano: come se il ‘fare’ le riforme sia compito del Presidente della Repubblica e non del Parlamento; e come se Napolitano non abbia cercato con tutti i mezzi a sua disposizione di ‘persuadere’ governi, Camera dei Deputati e Senato a farle, le riforme …

Ad ogni modo, cresce l’attesa per il discorso di fine anno. Il tradizionale appuntamento è atteso con malcelata apprensione dal mondo politico. Napolitano costituisce una delle più salde stelle polari, nei sondaggi demoscopici svetta come una delle istituzioni che più si è saputa guadagnare fiducia e autorevolezza, e, insomma, ci si attende qualcosa di più del ‘semplice’ commiato. Proviamo ad azzardare qualche previsione, anche alla luce di quello ‘stile’ a cui ci ha abituato. Il ‘saluto’ del Presidente sarà colloquiale, meno appassionato degli interventi del ‘nonno’ Sandro Pertini, ma non formalista e con toni ‘affettuosi’ (nei confronti dei cittadini, non del ceto politico, beninteso).

Toni colloquiali e non severi come gli ultimi interventi, pronunciati in sedi istituzionali come il Consiglio Superiore della Magistratura o alle diplomazie presenti a Roma, dove ha distribuito vigorose ed energiche bacchettate.

Il discorso di ‘congedo’ del Presidente chiude il sipario a una presidenza che ha fatto storia: nove anni trascorsi al Quirinale (un’elezione poi rinnovata per uscire da un imbarazzante impasse da cui non si sapeva come uscire), e un Paese sfiancato da una crisi economica di cui non si vede la fine, e un malcostume e una mala-politica che sembra dilagare inarrestabile ovunque, non c’è regione che ne sia esentata, non c’è partito (a parte i radicali) che ne risulti immune. Ci si attende dunque un discorso corposo, che tracci un bilancio di questi nove anni, ma che indichi esuggeriscaun’agenda per i prossimi anni; e sarà anche uno sprone al Governo e alle istituzioni perché finalmente si faccia quello che da tempo si sarebbe dovuto fare, e un invito ad avere, nonostante tutto, fiducia nelle capacità di questo Paese e degli italiani di uscire dalle secche in cui sono impantanati.

Napolitano attende, prima di ‘abdicare’, che termini il semestre europeo a guida italiana. Dopo il 13 gennaio, dunque, ogni giorno potrebbe essere buono.

E qui si apre il capitolo della sua successione. Al momento, l’unica cosa certa è che non c’è nulla di sicuro. Ogni giorno una ridda di nomi i più vari, il cui scopo è soprattutto quello, evocandoli, di esorcizzarli; gli identikit sono evanescenti, i veti incrociati si moltiplicano, abbondano i retroscena, ma è la scena che manca… Matteo Renzi dice che non si occupa dei veti di questo o quel partito: «Penso solo che per il Quirinale sia sempre importante che si arrivi a un nome in grado di unire, di trovare la più ampia condivisione possibile tra le forze politiche e nel Paese». Dichiarazione ineccepibile, e che in realtà non dice nulla.

La verità è che si tratta di una questione estremamente spinosa, per Renzi, che fin dall’inizio del suo mandato a palazzo Chigi ha avuto con il ‘Colle’ un saldissimo sodalizio, perché, come giorni fa ha ammesso lo stesso Napolitano «al Governo Renzi non c’erano alternative». Il Quirinale con Napolitano, insomma, rappresenta una sponda decisiva per Renzi.

Piuttosto è Renzi che ha saputo poco corrispondere alle speranze e agli investimenti delColle’. Se si pensa alla semestre italiano in Europa, bisogna riconoscere che Renzi ha ereditato una situazione modesta, ma bisogna aggiungere che la restituisce come l’ha ricevuta. Nel suo ‘fare’ non ha lasciato un segno di qualche significato; ogni giorno ci ha raccontato di quel che era necessario e giusto fare, lunghi, estenuanti monologhi ma non un solo discorso sul nostro futuro comune. Non c’è memoria di una sola proposta italiana per un’Europa chepesie acquisti in autorevolezza. Quanto alle riforme, si tratti di quella elettorale, del lavoro, del Senato o del fisco, poco si è fatto, e confusamente. «Finora Renzi ha mantenuto tra 10 e il 20 per cento delle promesse», incrudelisce Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, e riassume così la situazione: «Abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile ai massimi storici, lo stesso dicasi per la disoccupazione generale, il livello del debito pubblico è altissimo, il rapporto debito-Pil pure, la povertà cresce, la pressione fiscale attuale e prossima ventura, secondo i dati del ministero del Tesoro, è in aumento, le tasse sulla casa sono più che triplicate, il tasso di crescita si attesterà intorno a -0,4 per cento». Un quadro fosco e certo Brunetta è spietato, nel suo j’accuse. Dall’opposizione dilagano i twitter, come se si fosse in campagna elettorale: «Tariffe record per gli italiani, acqua +6 per cento, rifiuti +15 per cento, trasporti +3 per cento, autostrade +4,5 per cento. Più che ‘lavoltabuona’ sembra la ‘stangatabuona’». Questa sarà la cruna d’ago per Renzi; e chissà se al Quirinale avrà una sponda come ha saputo e voluto esserlo Napolitano. Avremo modo di parlarne.

 

 

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