lunedì, Ottobre 21

Apple: continua il momento difficile Si moltiplicano le incognite che pesano sul futuro dell'azienda di Cupertino

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Tempi duri per Apple. La chiusura del trimestre natalizio del 2018 ha infatti conosciuto il primo calo – sia di profitti che di entrate – da oltre dieci anni, con una contrazione del giro d’affari pari al 4,5% (corrispondente a 84,3 miliardi di dollari). Nello specifico, le entrate garantite dal mercato cinese sono diminuite del 27% e quelle dal mercato europeo del 3,3%, a fronte di una crescita del 5% conosciuta dal mercato di punta, quello pan-americano. Per il trimestre fiscale in corso, la società di Cupertino ha rivisto al ribasso le proprie previsioni in materie di entrate, portandole da 60 a 59 miliardi di dollari. Da ottobre a oggi, il titolo ha perso quasi il 35% del proprio valore.

La (relativamente) preoccupante situazione in cui versa Apple scaturisce da diversi fattori critici, a partire dalle tensioni sul commercio internazionale esacerbate dalla politica dell’amministrazione Trump, dalla sempre più agguerrita concorrenza esercitata da rivali del calibro di Huawei, dal crescente ‘disinteresse’ di europei e (soprattutto) cinesi nei confronti dei prodotti sfornati dalla ‘mela’ e dall’eccessiva dipendenza di quest’ultima da un solo prodotto di punta.

Trattasi dell’iPhone, che nello scorso trimestre è stato in grado di garantire alla società entrate per appena 51,9 miliardi di dollari; cifra indubbiamente ragguardevole, ma inferiore rispetto ai tre mesi precedenti del 15%. I risultati incoraggianti realizzati da computer (i Mac hanno assicurato entrate per 7,4 miliardi, con un aumento dell’8,7%), tablet (gli iPad hanno assicurato entrate per 6,7 miliardi, con un aumento del 17%) e dal comparto dei servizi (i quali hanno assicurato entrate per 10,9 miliardi, con un aumento del 19%) non sono infatti stati sufficienti a ovviare al calo di vendite degli iPhone, che rappresentano tuttora il 60% delle revenue di Apple. Strategy Analytics, dal canto suo, ha stimato che spedizioni di iPhone nel trimestre in corso diminuiranno di oltre il 22% rispetto allo stesso periodo del 2018 – da 77,3 milioni a 65,9 milioni di unità. Gli esperti ritengono peraltro improbabile che l’azienda possa ricorrere nuovamente all’aumento dei prezzi del celebre smartphone (in alcuni frangenti, il rincaro è stato del 50% circa) per compensare alla diminuzione delle vendite.

Anche lo stesso segmento dei servizi, per quanto in crescita, non si è inoltre rivelato in grado di reggere il passo tenuto nei trimestri precedenti; nei novanta giorni più felici, ApplePay, AppleMusic, AppleStore e ICloud garantirono alla casa madre un incremento delle entrate pari al 33%, a 7,3 miliardi di dollari.

Consapevoli delle crescenti difficoltà che si troveranno ad affrontare nei prossimi mesi, i dirigenti della società hanno incrementato gli investimenti in ricerca e sviluppo; si parla di quasi 4 miliardi di dollari nel trimestre appena trascorso, contestuali a un vasto programma che prevede – tra le altre cose –  la costruzione di un Campus da 133 acri ad Austin e di stabilimenti di vario genere a Seattle (Stato di Washington), San Diego (California) e Culver City (California). A fianco di ciò, Apple ha messo in cantiere l’espansione delle attività produttive presso i complessi di New York, Boston (Massachusetts) e Portland (Oregon). L’obiettivo è quello di rilanciare la sempre più logora immagine della Silicon Valley, la cui declinante capacità innovativa è inequivocabilmente certificata dal volume gigantesco di riacquisti azionari effettuati nel corso degli ultimi anni da tutte le principali imprese tecnologiche Usa (è proprio la Apple, che già investe enormi somme per l’acquisto di Treasury Bond, a guidare la classifica dei buyback del 2018). Di tale deterioramento stanno peraltro approfittando l’Asia in generale e della Cina in particolare. Un’indagine condotta dal ‘Wall Street Journal’ spiega in proposito che, fino al 2008, il 75% dei finanziamenti privati (venture capital) destinati alle start-up approdava in territorio statunitense (Silicon Valley, San Francisco, Seattle, ecc.) consentendo agli Usa di mantenere un’incommensurabile capacità innovativa. Nel 2017, invece, il 40% dei capitali privati investiti complessivamente nel comparto hi-tech ha preso la via dell’Asia, e della Cina in primo luogo, a fronte del 44% registrato dalla Silicon Valley. Il risvolto particolarmente significativo della vicenda è dato dal fatto che una parte assai ragguardevole dei flussi di capitale indirizzati verso l’alta tecnologia cinese è di origine statunitense.

Il ‘riorientamento’ di Apple non può che suscitare l’approvazione dell’amministrazione Trump, il cui programma di rilancio dell’economia nazionale mira ad incoraggiare il rimpatrio della produzione di computer, telefoni cellulari e tutte le altre apparecchiature tecnologiche progettate dalle big della Silicon Valley, che in rapporto ai profitti stratosferici realizzati di anno in anno impiegano un numero decisamente ridotto di lavoratori statunitensi. Per ottenere ciò, il governo ha introdotto una radicale riforma tributaria comprensiva di forti sconti fiscali a beneficio delle aziende hi-tech che riportassero negli Usa i tesori custoditi all’estero.

Resta da vedere se gli incentivi di Washington e gli ambiziosi piani di rilancio elaborati da Tim Cook e dai suoi collaboratori saranno sufficienti a riportare Apple ai fasti di qualche anno fa.

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