mercoledì, Marzo 20

Apertura dell’anno giudiziario: la solita passerella? Giustizia in panne. Rimedi peggiori dei mali

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Si vedrà. L’auspicio, la raccomandazione, è quella che la cerimonia di inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2019, sia «un pacato confronto tra magistrati, avvocati ed esponenti delle istituzioni, aperto anche alla società civile»… perché «la cerimonia costituisce un momento di dibattito pubblico sulla situazione dell’amministrazione della giustizia». Come anno, dunque, venerdì prossimo nell’Aula Magna della Corte di Cassazione a Roma sfilata di ermellini, nella loro toga rossa con ‘colletto’ bianco. Il primo presidente della Cassazione Giovanni Mammone, alla presenza del capo dello Stato e delle massime autorità, squadernerà lo stato di salute (ma più propriamente: di sofferenza) della giustizia italiana. In 45 minuti traccerà scenari, indicherà possibili soluzioni, calcherà la mano su carenze, inadempienze, promesse rimaste tali. Poi, ognuno con dieci minuti a disposizione, gli interventi del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, del ministro della Giustizia, del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, dell’avvocato generale dello Stato, del presidente del Consiglio nazionale forense.

Non c’è motivo di credere che i cahiers de doléances siano diversi, nelle forme e nelle sostanze, da quelli degli anni passati. Anzi: se possibile, il quadro delle criticità è aumentato; i ritardi aumentati; il poco che è mutato, segna passi indietro in materia di civiltà del diritto e di tutela delle libertà. Basti dire la riforma targata Lega-M5S che blocca la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Invece di operare per accorciare i tempi del processo, si consente che possano prolungarsi per un tempo infinito.

La storiella è banale, nel suo svolgimento. Un piccolo artigiano, bisognoso di un esame medico, è convinto di poter rientrare, per quell’esame, tra quanti possono detrarne la spesa. Dopo averlo fatto, viene avvertito che non rientra nella fascia ‘protetta’; immediatamente rimborsa la cifra di cui ha beneficiato, pensando di chiudere così la partita. Nel frattempo è scattato il procedimento penale, truffa aggravata, il tutto per l’infima cifra di 200 euro. Alla fine il piccolo artigiano viene prosciolto, e tutto finisce in gloria; ma per avere il verdetto di assoluzione deve attendere ben tre anni; scomodare un avvocato, e comunque la macchina della giustizia si è occupata per anni di una vicenda che poteva essere risolta in un paio d’ore. Quanti casi, come quello citato, ingolfano i nostri uffici giudiziari?

Chissà se il presidente Mammone ne farà cenno, nella sua relazione di venerdì. La capienza delle carceri negli ultimi dieci anni, secondo il ministero della Giustizia, è aumentata del 17,4 per cento; tuttavia il problema del sovraffollamento è tutt’altro che risolto. Anzi: si aggrava. Nel 2018 i detenuti in cosiddetto “esubero” erano il 17,9 per cento: 59.655 detenuti per una capienza di 50.581 posti.

Rispetto al 2015, quando è stato toccato il picco minimo del 5,2 per cento di carcerati in eccesso rispetto al numero dei posti disponibili, la situazione è notevolmente peggiorata confermando per il terzo anno consecutivo un incremento del GAP: 8,8 per cento nel 2016; 14,1 per cento nel 2017. Il carcere con il maggior numero di detenuti nel 2018 è Poggioreale, a Napoli: ‘ospita’ 2.296 detenuti; la sua capienza è, al massimo, di 1.638; percentualmente un sovraffollamento del 40,2 per cento. Al secondo posto Rebibbia, nel Lazio: 1.505 carcerati per una capienza di 1.167 posti (29 per cento); segue Le Vallette nel Piemonte: 1.398 detenuti per 1.062 posti (31,6 per cento), e il carcere Opera in Lombardia con 1.351 detenuti e 918 posti (47,2 per cento).

   Quotidianamente si consuma una contraddizione ben riassunta da Alessio Scandurra, dell’Osservatorio Carceri di Antigone: «Una legislazione piuttosto avanzata, una forte sensibilizzazione del personale ma all’atto pratico una guerra per la sopravvivenza che esaurisce le energie per pensare ad altro».

Oltre al sovraffollamento, i suicidi: 63 nel solo 2018, mai così tanti dal 2011. Inoltre le misure ‘alternative’ pur esistenti, sono ancora malviste dall’opinione pubblica e insufficiente la formazione professionale. Le misure ‘alternative’, di cui beneficiano circa 40 mila persone, sono ancora percepite come una fuga dalla pena; la formazione professionale di fatto si riduce a casi isolati, circa il 5 per cento dei detenuti. Cifre che sconfessano le buone intenzioni degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale della passata legislatura e lo spirito della legge delega n. 103 del 2017, la riforma varata dall’ex ministro Andrea Orlando, in buona parte tradita dai successivi decreti attuativi.

Scandurra, al termine di un lungo ‘tour’ ispettivo nelle carceri italiane rileva che «in un 20 per cento di casi, i detenuti vivono in meno di 3 mq. Nel 36 per cento degli istituti, ci sono celle senza acqua calda, nel 56 per cento celle senza doccia. La regione più affollata è la Puglia, con un tasso del 161 per cento, seguita dalla Lombardia con il 137 per cento. In molte città (Taranto, Brescia, Como), si raggiunge e supera la soglia del 200 per cento». Venerdì si saprà se e come queste tematiche troveranno spazio nella relazione del Primo presidente della Cassazione.

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