giovedì, Ottobre 29

Aperti al futuro: la via italiana alla diplomazia ibrida Di fronte a una tendenziale debolezza dell’Italia in politica estera, la sinergia tra Governo e società civile è un’occasione per il recupero di una leadership nei rapporti internazionali. Il futuro Governo saprà raccoglierla? Intervista a Raffaele Marchetti, Docente di Relazioni Internazionali all’Università ‘Guido Carli’ di Roma e Autore del saggio ‘La diplomazia ibrida italiana’

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Ad oggi, concetti come ‘giustizia sociale’ e ‘partecipazione dal basso’ sono riferibili a un patrimonio comune, esito di un processo di sensibilizzazione sui diritti civili e sociali che è diventato, nella seconda metà del Secolo scorso, strumento di mobilitazione e di attuazione concreta di quei diritti. Nell’Italia del tempo presente, le realtà associative si sono trasformate, e parlare di ‘advocacy’ quando le ‘campagne’ possono nascere e morire sulla rete rende più opaco il senso di adesione al discorso politico, in qualsiasi direzione esso si sviluppi.

In tutto il mondo ci sono forze politiche che affidano la ricerca del consenso, oltre che ai comizi di piazza, alle potenzialità del web, con le inerenti discrepanze tra maggiore libertà e aumento di dispersione offerta dallo strumento. Non sempre, tuttavia, questo scambio è sufficiente a tradurre il consenso in azioni concrete. Occorre, anzitutto, un target specifico: questo ha a che fare con i contenuti sostanziali (i diritti affermati o rivendicati) ed è, ancora oggi, un elemento essenziale dell’advocacy e una delle chiavi della sua sopravvivenza. Allo stesso tempo, saranno necessarie competenze e canali idonei, attività organizzate… Oltre a un vantaggio in termini finanziari capace di favorire la sinergia con i vertici delle istituzioni statali.

Con queste premesse, un discorso politico di respiro internazionale capace di riportare al centro specifiche modalità di tutela dei diritti umani e di essere efficace sul lungo periodo può costituire, nel caso italiano, la via di accesso a una leadership – tutta politica – nei rapporti con l’estero.

Nelle secche del post-voto, parlare di ‘diplomazia ibrida’ può fare luce non solo sui successi già conseguiti – di cui si parla poco – , ma sull’ utilità durevole di questi meccanismi nonché su una possibilità di uscita dal ruolo subalterno di media potenza che l’Italia ricopre sulla scena internazionale.

Lasciamo, allora, la parola a Raffaele Marchetti, Docente di Relazioni Internazionali all’UniversitàGuido Carli’ di Roma e Autore del saggio ‘La diplomazia ibrida italiana. Come il governo e la società civile cambiano il mondo insieme’ (Mondadori, 2017).

 

Professor Marchetti, potrebbe offrirci una definizione concettuale di ‘diplomazia ibrida’ ? Si tratta, inoltre, di una modalità relativamente nuova e poco discussa: quali sono i suoi precedenti nella storia recente?

La diplomazia tradizionale si riferisce alle attività che interessano la relazione tra Governi. Oggi vediamo, invece, una trasformazione abbastanza significativa della diplomazia verso un allargamento agli attori non statuali. Questo vale almeno in due sensi: da un lato, gli attori non governativi diventano l’oggetto o target dell’azione di politica estera dei governi mentre, tradizionalmente, il target era la controparte governativa del Paese estero; dall’altro, gli attori non governativi diventano anche gli strumenti attraverso i quali i Governi portano avanti la propria politica estera. Ci sono diverse espressioni utilizzate per definire questa trasformazione – si parla, talvolta, di ‘track-two’ o di ‘multi-track diplomacy’ – . In generale, occorre abituarsi a una visione pluralista degli affari internazionali, dove attori unici del sistema non sono più soltanto i Governi degli Stati e i molteplici attori non statuali diventano sempre più rilevanti.

Come riesce ad essere efficace un sistema così complesso e pluralistico?

L’efficacia si raggiunge quando si vengono a creare sinergie, partenariati che possiamo chiamare pubblico-privati. Per quanto riguarda la politica estera, l’efficacia si ottiene quando il Governo è capace di sviluppare sinergie con i propri attori non governativi, cioè con le imprese, le organizzazioni non governative (ong), le autorità territoriali e locali (Comuni e Regioni). Quando un Governo riesce a sfruttare queste risorse, certamente tende ad essere più efficace. Non che questo, beninteso, sostituisca interamente la tradizionale politica estera ‘Governo – Governo’: in un mondo complesso esistono ulteriori possibilità di influenza cui i Governi fanno ricorso in maniera crescente. A brevi linee, questo è un po’ il senso della diplomazia ibrida, e il  libro è un tentativo di raccontare diverse storie di successo che hanno visto le due controparti, ossia il Governo italiano – per lo più il Ministero degli Affari Esteri (MAE) -, le ong e altri attori della società civile italiana, capaci di cooperare e raggiungere obiettivi significativi a livello internazionale.

 Sulla base del potenziale di interazione tra pubblico e privato (un partenariato che ritroviamo, con presupposti e forme specifici, nella cooperazione decentrata, che si sviluppa a partire da un tessuto localizzato a livello territoriale e interno al Paese), i vantaggi di questa sinergia possono valere anche all’interno del territorio nazionale. In altre parole, nella modalità ibrida, dove si colloca la linea di confine tra ‘interno’ e ‘internazionale’?

Assistiamo a una dinamica molto simile anche a livello interno. In inglese è chiamata ‘Public-Private Partnership’ (PPP), mentre in Italia, soprattutto per le infrastrutture e il finanziamento di opere pubbliche, si parla talvolta di ‘project financing’… Al di là delle denominazioni, questo tipo di partenariato è sempre più comune, non solo in Italia, perché ha a che fare con il ‘restringimento’ dello Stato e la privatizzazione delle risorse, secondo la diffusione dell’ideologia neo-liberale. In uno Stato ‘ristretto’, molte delle sue funzioni possono essere subappaltate al privato – che esso sia azienda che mira al profitto oppure ong – per vari motivi piuttosto consolidati: maggiore prossimità ai soggetti beneficiari, maggiore efficacia e affidabilità. Lo vediamo sia a livello interno che internazionale in quanto, alla base, c’è lo stesso tipo di dinamica. Logicamente, in un contesto internazionale ci sono specificità che non troviamo in ambito interno, e gli attori, soprattutto le ong, sono diversi: se, infatti, a livello nazionale la cooperazione con il Governo è ramificata, a livello internazionale per le difficoltà specifiche che si incontrano, il gruppo di ong con le quali il Governo ha lavorato nelle storie riportate nel libro è abbastanza ristretto.

 Nell’abstract al Suo saggio si parla di un contributo decennale da parte dell’Italia: quali sono i precedenti relativi a questa modalità di azione politica nella nostra storia recente?

Non parliamo di una modalità recentissima, anche se ha necessitato di un periodo di consolidamento: i primi casi iniziano a svilupparsi a fine anni Ottanta; in seguito, tra gli anni Novanta e Duemila, il sistema si definisce. Direi che oggi è un meccanismo collaudato e riconosciuto anche dalle controparti proprio perché la casistica è considerevole. Tuttavia, non possiamo dire che sia un patrimonio comune, oggetto di conoscenza diffusa tra tutti gli operatori del settore. Tale è, in fondo, il senso del libro: mettere a sistema questa conoscenza e renderla disponibile in modo trasversale e molto più universalista. È chiaro che, a confronto con le prime esperienze, queste dinamiche si sono ripetute e intensificate.

Occorre, inoltre, che sia chiara una differenziazione: queste sono campagne di ‘advocacy’, cioè non forniscono servizi (come nel caso della cooperazione allo sviluppo, in cui al bando ministeriale fa seguito la domanda delle ong che realizzeranno il progetto), ma cercano di cambiare le regole internazionali, che esse riguardino il commercio o le politiche agricole, i diritti delle minoranze e delle popolazioni autoctone o la circolazione delle armi. In questo senso, sono campagne politiche, non di servizi (che, in questo secondo caso, tendono ad apparire neutrali). Il distinguo è significativo.

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