sabato, Ottobre 24

APEC 2018: paradosso Papua Nuova Guinea In uno dei Paesi più poveri della regione si è svolto il vertice Asia-Pacifico contrassegnato da profonde divisioni tra gli Stati membri

0

Il 17 ed il 18 novembre si è svolto a Port Moresby, capitale della Papua Nuova Guinea, l’APEC (The Asia-Pacific Economic Cooperation), un forum regionale cooperativo, economico e commerciale multilaterale istituito nel 1989 per sfruttare la crescente interdipendenza dell’Asia-Pacifico. Scopo dei 21 membri dell’APEC è facilitare il commercio «attraverso procedure doganali più veloci alle frontiere; climi commerciali più favorevoli dietro il confine; e allineare i regolamenti e gli standard in tutta la regione».

Secondo le statistiche del centro di ricerca CFR (Council on Foreign Relations), le economie dellAPEC rappresentano il 60% del PIL globale e il 47% del commercio globaleQuest’anno, però, il vertice APEC –le cui tematiche principali sono state connettività e innovazione digitale– è stato contrassegnato dalle tensioni e dagli attriti che, nell’ultimo periodo, sono emersi tra le varie potenze che si affacciano sullOceano Pacifico.
Oltre la guerra dei dazi che sta incrinando le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Cina, vi è anche un’accesa disputa tra quest’ultima e l’Australia. Il Presidente cinese Xi Jinping, infatti, per espandere l’influenza della Cina sull’area del Pacifico e tagliare le relazioni di Taiwan con i sei Stati della regione da cui è riconosciuto, ha attuato un forte politica di aiuti finanziari per la regione all’interno del suo ambizioso programma BRI (Belt&Road Iniziative), la Nuova Via della Seta. Tutto ciò sta mettendo in crisi il rapporto con lAustralia, primo partner commerciale delle isole del Pacifico, alle quali il nuovo Primo Ministro, Scott Morrison,  ha recentemente concesso un prestito di 2 miliardi di dollari proprio per limitare lavanzata mandarina e non solo, dato che gli interessi australiani nella regione riguardano anche il controverso programma di immigrazione in cui sono coinvolte la Repubblica di Nauru e Manus, un’isola della Papua Nuova Guinea.

Australia e Cina sono state molto attive nellorganizzazione del forum, e già questa è un’indicazione di quanto il desiderio di primeggiare di entrambe sia molto alto.

Lavoratori provenienti dalla Cina hanno riparato strade e installato fermate dell’autobus con cartelli che dicevano aiuti cinesi’, riporta il ‘The New York Times’. Ma la cooperazione Cina-PNG era già stata decretata nel giungo scorso, quando Xi aveva incontrato il Premier papuano, Peter ONeill, il quale ha ufficialmente aderito all’Asian Infrastructure Investment Bank, facendo della Papua Nuova Guinea il primo Paese insulare del Pacifico a firmare un memorandum d’intesa sulla costruzione della BRI. Inoltre, l’azienda di telecomunicazioni cinese Huawei aveva già siglato col Paese un accordo per l’installazioni un sistema di cablaggio per la conduzione di rete internet, salvo poi essere soppiantata da una proposta di costruzione cavi alternativa proveniente da Giappone, Stati Uniti e Australia. Australia che, inoltre, ha contribuito a questo vertice sobbarcandosi tra i tre e i quattro quinti dei costi tutta lorganizzazione dellevento, tanto che si è parlato di un APEC australiano in terra papuana.

Con queste premesse si è svolto il vertice che, in ogni caso, rimarrà storico: non solo perché è stato il primo grande evento ospitato dalla Papua Nuova Guinea da quando, nel settembre 1975, ha raggiunto l’indipendenza, ma anche perché è stato il primo forum APEC, tra tutti quelli svolti da quando è stato costituito, in cui non si è riusciti a giungere ad una dichiarazione congiunta che mettesse d’accordo tutti e 21 gli Stati membri alla fine delle due giornate di incontri. Attriti e tensioni covati antecedentemente, dunque, hanno prevalso sulla diplomazia.

Come è emerso da una dichiarazione del Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, la Cina ha attribuito agli alibi per il protezionismo il mancato consenso tra le economie. L’accordo non è giunto «per il fatto che singole economie hanno insistito per imporre i loro testi sulle altri parti», si legge nella nota di Yi, «con le scuse del protezionismo e dell’unilateralismo, senza accettare i ragionevoli emendamenti proposti dalla Cina e da altre parti».

E se la Cina ha attaccato gli USA accusandoli di protezionismo, dal canto suo il vice Presidente americano, Mike Pence  che in quest’occasione ha fatto le veci dell’assente Donald Trump- ha fortemente attaccato l’influenza che la Repubblica Popolare Cinese ha sui partner commerciali del Pacifico. «Abbiamo intrapreso azioni decisive per affrontare il nostro squilibrio con la Cina», ha detto Pence, il quale ha poi ribadito che «gli Stati Uniti non cambieranno rotta fino a quando la Cina non cambierà», e ha definito «opachi» i prestiti che concede Pechino e che «portano a un debito sbalorditivo».

È stato anche Justin Trudeau, il Primo Ministro canadese, a confermare il fallimento de vertice, il quale è riconducibile a «visioni diverse su particolari elementi relativi al commercio che hanno impedito il pieno consenso». Ora, si attende una dichiarazione ufficiale di O’Neill al posto del comunicato finale. Il premier papuano ha comunque affermato che i principali punti critici che hanno impedito una dichiarazione congiunta riguardano l’Organizzazione Mondiale del Commercio e la riforma di quest’ultima.

Il vertice ha dunque evidenziato, come se già non fosse abbastanza evidente, una forte spaccatura tra Cina, da una parte, e Australia e Stati Uniti dall’altra, i quali stringeranno ancora di più i rapporti dato che -come annunciato dopo il vertice dallo stesso Pence- collaboreranno alla riqualificazione della base navale di Lombrum, sull’isola di Manus (PNG), dopo che, nei mesi scorsi, una fuga di notizie -puntualmente smentite- dava per certo la costruzione di una base militare cinese nelle isole Vanuatu, nel bel mezzo del Pacifico. Tutto ciò mentre quattro funzionari cinesi sono stati accusati  respingendo prontamente le insinuazioni- di aver fatto irruzione nellufficio del Ministro degli Esteri papuano, Rimbink Pato, il quale precedentemente gli aveva negato un incontro.

Come se non bastasse, due giorni dopo la chiusura dell’evento, poliziotti, militari e guardie carcerarie hanno preso dassalto il Parlamento della Papua Nuova Guinea per protestare contro le indennità non pagate dagli organizzatori dell’APEC ed aggredendo numerosi membri dell’edificio. Dopo un incontro con i Ministri e la rassicurazione che avrebbero ricevuto la loro paga, i circa 300 soggetti che hanno attuato le proteste si sono dileguati.

Perché questi disordini? Eccoci giunti al paradosso. Affinché tutto l’evento potesse andare in porto ed essere posto in sicurezza, il Governo papuano -oltre a servirsi degli ingenti aiuti australiani e cinesi- ha pensato bene di acquistare 40 Maserati per facilitare gli spostamenti dei leader presenti al vertice e che ha ospitato in lussuose navi da crociera, affittate appositamente per l’occasione. «È più facile ottenere un albergo galleggiante piuttosto che costruirne uno e ci farebbe risparmiare un sacco di soldi», aveva dichiarato il Ministro dell’APEC 2018, Justin Tkatchenko, in un’intervista all’agenzia cinese ‘Xinhua’, nell’aprile scorso, quando i lavori procedevano a rilento e vi erano seri dubbi sulla effettiva realizzazione dell’impianto e delle altre strutture deputate ad ospitare il summit. Le auto di lusso, invece -che costano più di 100.000 dollari ciascuna-, sono arrivate a Port Moresby noleggiando un aereo cargo, ma il Governo non ha fatto sapere quanto ha speso per tale acquisto, ma solo che  le vetture saranno in seguito rivendute a privati o ad aziende.

Navi da crociera e auto sfavillanti, peccato, però, che la PNG sia uno dei Paesi più poveri del Pacifico e la sua economia sia la seconda più debole tra quella dei 21 Stati membri dellAPEC.

La Papua Nuova Guinea è il secondo Paese e uno dei Paesi più poveri del Pacifico e, dopo il Brunei, è l’economia più debole all’interno dei 21 Stati membri dell’APEC. Il PIL annuo pro-capite degli oltre 7.5 milioni di papuani, secondo il Fondo Monetario Internazionale, è di 3.600 dollari. Secondo l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch, il 40% della popolazione vive in povertà. E mentre i pochi ricchi vivono i ville protette da recinzioni di ferro a spillo, la parte della comunità papuana più emarginata vive ammassata in baraccopoli.

Il Paese è ricco di risorse minerarie, ma manca delle infrastrutture e delle strade necessarie alla loro estrazione ed al loro trasporto. Altri settori da cui dipende l’economia dell’isola sono la pesca e l’agricoltura, a cui è dedito circa l’85% della popolazione.

La PNG non è afflitta solo dalla povertà, c’è anche un grosso problema con la criminalità. Come riporta il ‘Papua New Guinea 2018 Crime & Safety Report’, stilato dall’OSAC (Overseas Security Advisory Council), branca del Dipartimento di Sicurezza americano, Port Moresby risulta al 136° posto su 140 Paesi nellindice di vivibilità 2018 dell’Economist Intelligence Unit ed è quinta nella lista delle 10 città meno vivibili. Il tasso di criminalità della Papua Nuova Guinea è tra i più alti del mondo.

Diffusa è anche la corruzione, di cui è stato lungamente accusato l’attuale Primo Ministro O’Neill che, posto alla guida del Paese nel 2011, ha nominato una task-force anticorruzione che ha sciolto dopo essere stato accusato di frode. La PNG è 135°, su 180 Paesi, nell’indice di percezione di corruzione del Trasperency International. Nel giugno 2016, numerose proteste anti-governative, guidate per la maggior parte da movimenti studenteschi, hanno scatenato una poderosa reazione delle forze di Polizia che hanno ferito più di 20 persone. Proteste che sono state replicate un anno dopo, in seguito alle accuse di brogli nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento. Come riporta il ‘The Guardian’, la votazione si era aperta per un periodo di due settimane, è stata sospesa nella capitale Port Moresby dopo che tre funzionari elettorali sono stati arrestati dalla Polizia per essere stati trovati in possesso di oltre 50.000 dollari in contanti, documenti sospetti e schede di voto già compilate.

Ma perché, nonostante viva tutte queste problematiche, la PNG è stata scelta come sede delledizione 2018 dellAPEC? La decisione è stata presa circa cinque anni fa, quando il Paese ha attraversato una sorta di boom economico con una crescita di oltre il 13% rispetto l’anno precedente. In seguito al crollo del prezzo del petrolio, però, che ha influenzato negativamente il settore dell’energia i sogni di una ripresa economica si sono infranti e l’economia papuana è ricaduta in stato vegetativo.

E come se i problemi non fossero già abbastanza, ad aggravare ancora di più la situazione socio-economica della PNG, lo scorso giugno il Governo ha dichiarato l’emergenza sanitaria nazionale in seguito ad una nuova diffusione della poliomielite, dopo che 18 anni da il Paese era stato dichiarato libero da tale malattia. La Papua Nuova Guinea, infatti, non ha mai avuto un caso di poliovirus selvaggio dal 1996 -riporta la ‘BBC’- e nel 2000 l’isola è stata certificata dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) come libera dalla polio, insieme al resto della regione occidentale del Pacifico. Giovani e anziani cadono malati e muoiono in un contesto carente di strutture sanitarie e medicine. Una rete stradale fatiscente e lo stanziamento dell’80% della popolazione nelle aree rurali interne, rendono il trasporto del vaccino necessario alla cura un’odissea.

Che il fallimentare APEC, invece che un motore di spinta per l’economia isolana ed elevare la posizione internazionale del Paese, sia stato solo l’ultimo dei problemi per i papuani?

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore