venerdì, Luglio 10

Anticipare il futuro: le nuove sfide della medicina L’invecchiamento demografico e la rivoluzione del sistema sanitario, ne parliamo con Giorgia Zunino, direttore scientifico del Master ‘re-Design Medicine’

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Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità tra il 2000 e il 2050 gli over sessantenni diventeranno 2 miliardi, mentre le persone che supereranno gli ottant’ anni arriveranno a 395 milioni. Presto il mondo avrà più anziani che bambini.

Il secolo scorso ha visto un eccezionale allungamento dell’aspettativa di vita, dovuto in special modo allo sviluppo della sanità pubblica. In questo quadro di redistribuzione demografica si è assistito ad una transizione da una prevalenza di malattie infettive e carenziali, ad una predominanza di malattie croniche e degenerative. Si prevede di conseguenza un aumento nel numero della popolazione affetta da malattie invalidanti e deficit cognitivi tipici dell’età avanzata. La perdita dell’autosufficienza di una percentuale di questa importante fetta demografica desta non pochi interrogativi in termini di assistenza all’anziano, rendendo necessario un cambiamento nella rete dei servizi a sostegno del benessere.

Questa situazione grava inevitabilmente sul sistema sanitario e si ripercuote quindi sull’economia di un Paese. Inoltre, come sostiene la teoria del longevity risk del Fondo Monetario Internazionale, che vede l’aumento della longevità di soggetti che godono di un vitalizio come potenziale rischio per il funzionamento del sistema di previdenza sociale, la nuova tendenza demografica crea l’urgenza di ripensare il sistema pensionistico e quello assicurativo, in quanto ormai inadeguati poiché basati su un dato di speranza di vita inattuale.

L’allungamento dell’aspettativa di vita può sembrare, di per sé, una grande conquista, e sicuramente lo è, ma con un’accortezza: una senescenza che sia il più possibile sana. Il DFLE (disability free life expectancy) è un indicatore che misura l’aspettativa di vita libera da disabilità, quindi utile per comprendere la qualità effettiva di una vita longeva. Le nuove politiche sanitarie si pongono infatti come priorità il mantenimento di un buono stato di salute delle persone e per far ciò che questo avvenga propongono un sistema sovversivo del paradigma medico. Occorre innanzitutto promuovere adeguati stili di vita, tarati ad hoc su ogni individuo, per minimizzare i fattori di rischio della malattia. Si cerca quindi di prevenire eventuali stati di infermità e, perché questo sia possibile in un contesto in cui, come si è detto, aumenta l’età media della popolazione e con essa la probabilità numerica di insorgenza di tali condizioni, tutti devono poter avere accesso a strumenti e a conoscenze per il corretto monitoraggio della propria situazione di salute.

Cosa fare allora? Agire anticipando il futuro, promuovendo politiche sostenibili e a lungo termine. Di questo e altro si sta discutendo a Napoli nei seminari (il primo sulle sfide dell’invecchiamento demografico si è tenuto ieri) organizzati dall’ Italian Institute for the Future.

Abbiamo approfondito l’argomento con Giorgia Rosa Fernanda Zunino, direttore scientifico del Master ‘re-Design Medicine, il primo corso di studi a livello internazionale che riconsidera la medicina da nuovi punti di vista proiettati al futuro.

Uno stile di vita sano e lungimirante è un primo passo essenziale verso un invecchiamento attivo: cosa si sta facendo per promuovere tale proposito?

Prima di tutto bisognerebbe focalizzare l’ambito dell’invecchiamento attivo: è una di quelle parole create nell’ambito dell’Unione Europea come slogan, per esplicitare al grande pubblico in un modo semplificato l’avverarsi di uno scenario altamente complesso, su come attuare i prossimi investimenti sulla medicina.

L’Europa sta invecchiando rapidamente e, con ritmi molto più elevati e numeri ancor più eccezionali, anche l’Asia. Per trovare una soluzione positiva all’invecchiamento demografico, bisogna considerare due connotazioni: una politica, che può riguardare il proseguimento dell’attività lavorativa in condizioni di salute, e una socio-sanitaria, poiché una persona anziana in salute non grava su un sistema sempre più fragile non solo dei sistemi sanitari ma ormai anche a livello dei caregivers famigliari: i nuclei monocomponenti nell’ultima indagine ISTAT diventeranno sempre più numerosi. Anziani soli, per motivi diversi, senza più il supporto dei parenti, dei figli o comunque dei giovani impegnati a cercare l’agognato lavoro all’estero.

Quest’ultimo è uno dei problemi della Cina, Paese che ha tradizionalmente una cultura sensibile agli anziani e che quindi è orientato per trovare soluzioni rapide in modo da consentire agli anziani di non ammalarsi. In Cina non viene invece fatto un ragionamento sull’”invecchiamento attivo” in campo lavorativo, questa è una connotazione europea e deriva dal fatto che il sistema pensionistico attuale non sia più lungamente sostenibile.  Secondo i parametri dell’OCSE, col il progredire dell’aspettativa di vita, dovremo continuare a lavorare fino a oltre i 72 anni: la sostenibilità del sistema attuale è consentita solo nel caso in cui si lavorerà fino a quell’età.

La domanda è quale sarà l’efficienza delle persone? Potranno sostenere un ritmo lavorativo sostenuto in un mondo che si configura sempre più complesso e mutevole?E’ giusto che sia così? Questo ci fa tornare all’aspetto sociale e sanitario della questione. Non si parla più di un prolungamento della vita, il cosiddetto Life Span, ma di un prolungamento indefinito della salute, il nuovo paradigma su cui la nuova economia internazionale The next Big Business sta investendo oggi con iniezione di grandi capitali è quello appunto della Health Span. Ovvero l’allungamento della salute durante tutta la vita: una giovinezza indefinitamente lunga che va oltre l’attuale ricerca del progressivo rallentamento dell’invecchiamento.

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