domenica, Gennaio 19

Antartide: un Continente che fa gola a molti Attualmente un trattato internazionale protegge l'Antartide da mire espansionistiche, ma fino a quando?

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L’ultimo dei Continenti terrestri scoperto dagli esploratori europei nell’epoca delle grandi esplorazioni fu l’Antartide: sebbene la sua esistenza fosse stata ipotizzata già in antichità, il primo avvistamento ufficiale delle coste antartiche risale solo al 1820, ad opera di una spedizione russa guidata da Fabian Gottlieb Bellingshausen e Mikhail Lararev. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, molte Potenze cominciarono ad esplorare prima le coste e poi l’entroterra dell’Antartide, in quella gara alla rivendicazione territoriale tipica del Colonialismo (atteggiamento facilitato dalla totale assenza di popolazioni native).

Sull’onda di rivendicazioni di stampo colonialista, l’Antartide stava cominciando ad entrare in un pericoloso gioco di strategia militare: basti pensare al territorio che, tra il 1938 e il 1945, fu rivendicato dal Reich tedesco con il nome di Neuschwabenland (Nuova Svevia) o alle rivendicazioni di Stati Uniti ed Unione Sovietica nell’epoca della Guerra Fredda.

Proprio per evitare che l’Antartide finisse sotto l’influenza di una qualche Potenza, spostando gli equilibri militari ed economici in maniera, nel 1959 fu firmato un accordo a Washington, il Trattato Atlantico che impegnava i Paesi che fino a quel punto avevano avanzato rivendicazioni a congelare le proprie pretese territoriali. Il Trattato Antartico, (entrato in vigore nel 1961) fu firmato da dodici Paesi (Argentina, Australia, Belgio, Cile, Francia, Giappone, Gran Bretagna, Norvegia, Nuova Zelanda, Sudafrica, URSS ed USA); nel corso degli anni, all’accordo hanno aderito altri quarantuno Paesi tra cui, nel 1981, l’Italia.

Il Trattato Antartico, sostanzialmente, dichiara il Continente utilizzabile unicamente per scopi pacifici, proibendo l’istallazione di basi militari (che in epoca di guerre satellitari potrebbe essere di grande valore strategico), la conduzione di esperimenti nucleari (facilitato dalla quasi totale assenza  di popolazione) o lo stoccaggio di scorie (al fine di preservare l’ecosistema), e, infine, lo sfruttamento minerario (l’area è ricca di utili giacimenti che potrebbero influire fortemente sugli equilibri internazionali favorendo lo scoppio di conflitti).

A causa delle sue particolari condizioni climatiche, l’Antartide è però molto interessante dal punto di vista scientifico. Secondo il Trattato del 1959 la ricerca scientifica sul Continente è libera e deve essere impostata sulla condivisione dei risultato tra i vari gruppi inviati dai diversi Paesi.

Oltre ai Paesi che avevano precedenti rivendicazioni territoriali nel Continente Antartico, in anni più recenti, numerosi altri Stati hanno impiantato in quelle aree delle stazioni di ricerca scientifica.

Gli statunitensi, ad esempio, hanno installato due stazioni scientifiche in Antartide, la McMurdo Station nel 1956 e la Amundsen-Scott South Pole Station nel 1957. Negli stessi anni, 1956 e 1957, furono installate le due stazioni permanenti sovietiche, Mirnij e Vostok, oggi gestite dalla Federazione Russa. Legate principalmente alla corsa al controllo del Continente Antartico nell’ambito della Guerra Fredda e precedenti l’Accordo del 1959, queste stazioni si occupano oggi principalmente di meteorologia.

L’Argentina possiede ben otto stazioni scientifiche in Antartide, la più famosa delle quali è la Base Esperanza, installata nel 1952, che si occupa dello studio dei ghiacci e della sismologia, oltre che di biologia terrestre e marina, e che è famosa per essere il luogo dove ha visto la luce il primo essere umano nato in Antartide, nel 1978.

La cilena Base Presidiente Eduardo Frei Montalva dal 1969 ha svolto importanti ricerche nello studio dei raggi cosmici, dello studio delle maree e della meteorologia, oltre che sull’inquinamento marino e sul riscaldamento globale. Il Cile ha installato in Antartide altre due basi scientifiche.

Nel 1970, l’Australia installò la Davis Station, che si occupa anche di biologia umana. Si tratta di una delle quattro stazioni australiane.

Sono inoltre presenti due stazioni britanniche (Halley e Rothera), una giapponese (Shōwa), una bulgara (Svetí Klíment Óhridski, famosa anche per essere un luogo piuttosto turistico), una neozelandese (Scott Base), una francese (Base Permanente Dumont d’Urville), una italiana (Stazione Mario Zucchelli), nonché una italo-francese, la Concordia, fondata nel 1996, che si occupa di geochimica isotopica, astronomia e medicina. Infine, recentemente sono state aperte altre sei basi, cinque cinesi ed una sud-coreana.

Come si può vedere, il numero di Paesi che ha cominciato a mettere le proprie bandiere in Antartide è in continua crescita. La validità del Trattato Antartico del 1959, infatti, stabilisce che la firma dell’accordo non costituisce una rinuncia alle precedenti rivendicazioni territoriali: le ambizioni di Australia, Norvegia, Cile, Argentina, Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Francia (qui elencate dal Paese con le rivendicazioni territoriali più ampie a quello che rivendica il territorio più limitato), quindi, sono semplicemente congelate. A questi Paesi, si aggiungono poi gli USA e la Russia (all’epoca URSS), che al momento di firmare l’accordo, si sono riservati il diritto di avanzare rivendicazioni in futuro (e, se ciò avvenisse, è molto probabile che la Cina farebbe altrettanto); a queste rivendicazioni, nel 1986, si è aggiunta la proposta del Brasile che ipotizza una spartizione che segua le linee dei Meridiani dei Paesi rivendicanti.

Dopo la firma nel 1959 e l’entrata in vigore nel 1961, il Trattato Antartico è stato nuovamente ratificato nel 1991 (Protocollo di Madrid); nel 2048 questo trattato, che riguarda soprattutto lo sfruttamento minerario dell’Antartide per fini differenti dalla ricerca scientifica, dovrà essere rinnovato ma, secondo non pochi analisti, è probabile che le nuove potenze asiatiche, nonché i vecchi avversari della Guerra Fredda, puntino ad una revisione di queste restrizioni minerarie.

La maggiore attività recente riguarda soprattutto la Ross Dependency, rivendicata dalla Nuova Zelanda. In quest’area, sono presenti, oltre alla stazione neozelandese Scott Base, anche la McMurdo Station (USA) e la Stazione Zucchelli (Italia) e proprio qui si stanno concentrando le attività coreane e cinesi.

Non è probabilmente un caso che la Nuova Zelanda stia proponendo, tramite i propri media, un’immagine della Ross Dependency che porti i suoi cittadini a identificare quel territorio come parte integrante dello Stato: una sorta di rivendicazione collettiva delle terre rivendicate in Antartide in attesa che i trattati internazionali siano rivisti.

La deriva attuale potrebbe aprire a scenari potenzialmente pericolosi, con una nuova corsa ad un ‘colonialismo minerario’ che potrebbe dare il via a nuove rivalità e nuovi conflitti tra super potenze. Nel 1959, in piena Guerra Fredda, i due principali oppositori riuscirono a trovare un accordo che lasciasse l’Antartide fuori dalle contese e, grazie alla propria influenza sul praticamente tutti gli altri Paesi del Pianeta, riuscirono a convincere le altre Potenze a congelare le proprie rivendicazioni.

Oggi, però, la situazione appare alquanto differente: l’asse politico non è più diviso in due poli e un accordo internazionale multilaterale appare estremamente difficoltoso: si pensi al fallimento dell’Accordo sul Clima di Parigi, agli ultimi G7 o all’Accordo sul Nucleare Iraniano, falliti per il rifiuto statunitense di rinunciare a molte sue pretese.

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