sabato, Dicembre 14

Andrea Camilleri, una voce libera, autentica, unica Lo scrittore Marco Vichi, che gli era amico, ricorda con affetto e tenerezza i momenti lieti trascorsi insieme, le battute, il suo fascino di “cantastorie meraviglioso”: “una persona ricca di umanità, semplicità e schiettezza”

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“Di Andrea Camilleri  mi ero fatto l’idea che William Saroyan aveva di sé stesso: “So che si deve morire, ma per lui speravo che avrebbero fatto un’eccezione…’. Pensavo proprio che sarebbe andata così con Andrea e invece… ” è questo  il sentimento che avverte lo scrittore Marco Vichi in queste ore segnate dalla scomparsa di Andrea Calogero Camilleri, che all’età di 93 anni, ad un mese dal ricovero al Santo Spirito di Roma per arresto cardiaco, ha staccato la spina con la vita terrena. “Lui è una di quelle persone che vorresti eterne” – prosegue lo scrittore fiorentino  che di Camilleri era amico e collega –  “una persona  con la quale  trascorrere più tempo possibile ad ascoltare la sua voce, le sue storie, i suoi racconti, a riflettere sulle sue idee. Era un cantastorie meraviglioso. Una persona piacevolissima, direi in modo naturale, prima ancora che uno scrittore di fama internazionale. No,  lui non faceva mai pesare il fatto di essere Camilleri…..in giro c’è gente che ha fatto un milionesimo di ciò che ha fatto lui e si dà arie, camminando a tre metri da terra… insopportabile. Lui no, era prima di tutto una persona ricca di umanità che si rapportava agli altri con semplicità, schiettezza, autenticità.  Una grande lezione per tutti”.  

Parlando con Marco Vichi, autore di vari romanzi racconti oltreché di gialli che contano moltissimi lettori, non solo in Italia, anch’egli pluripremiato per la sua vasta attività letteraria, apprendo che era legatissimo a Camilleri, che si volevano bene. 

 Marco, come vi siete conosciuti?  

“Lo conobbi “personalmente di persona“ dopo che in una intervista su Repubblica aveva detto che oltre al suo Montalbano, il Commissario che preferiva era Bordelli, sì lui, il protagonista dei miei “gialli’. Non l’immaginavo proprio e la cosa mi fece immensamente piacere. Poi capitò che ci incontrammo e con lui trascorsi ore piacevolissime nella casetta che aveva a S.Fiora sul Monte Amiata,  ove c’è anche un teatro che porta il suo nome e dove trascorreva con la famiglia le vacanze, e che considerava “un luogo del cuore”, dove dalla fine degli Anni Sessanta  andava a ritemprarsi, a respirare con la moglie e i figli, un’aria sana, salubre, mettendo a disposizione della gente del piccolo comune le sue competenze, la sua generosità.   Dapprima ero un po’ impacciato, gli davo del lei anche per la differenza d’età, più di trent’anni, e per il rispetto verso un mito, poi è stato lui a chiedermi di darci del tu. E così siamo andati avanti. Sì, là  abbiamo riso scherzato e ci siamo divertiti”. 

Immagino parlando  anche dei vostri due celebri Commissari: Montalbano e Bordelli. Ma che  curiosa coincidenza: lui ‘padre’ di Montalbano e tu figlio del Commissario Bordelli, nel senso che ti  eri ispirato proprio alla figura ed alla professione di tuo padre… 

“A questo riguardo ti racconto un  aneddoto: dalla Germania mi arrivò la richiesta dall’editore che si apprestava a pubblicare e diffondere i  miei libri dedicati alle imprese del Commissario, di cambiargli nome: Bordelli anche in tedesco poteva alludere a situazioni particolari….se ne doveva trovare un altro. Lo raccontai a Camilleri e anche a lui  non suonava bene. E mi chiese: e allora che nome proponi? Casini, risposi! In fondo non faceva tanta differenza, era un sinonimo. E così scoppiammo tutti e due in una gran risata…Lo voglio ricordare così, allegro, gioioso, ironico….”

Il nome di  Salvo Montalbano, il celebre  commissario di polizia interpretato   nello schermo da Luca Zingaretti, era invece un omaggio di Camilleri  al grande scrittore catalano Manuel Vazquez Montalban, padre di un altro investigatori famoso, ‘Pepe Carvalho’, che con il nostro ‘eroe’ condivide l’amore per la buona cucina, le buone letture,  un complicato rapporto con le donne e i modi non convenzionali di affrontare e risolvere i casi  loro assegnati. 

“Sì, aveva grande stima di Vazquez Montalban, del suo personaggio, ma ripeto lui era un grande scrittore a tutto tondo, un romanziere, un narratore  e tante altre cose. Il giallo per lui, ed anche per me, è una delle tante forme d’indagine della società, dell’uomo, dei suoi comportamenti, dei motivi che  spingono a commettere un crimine, sull’agire umano, e dei tanti perché che stanno all’origine dei vari comportamenti”. 

Quanto  voleva bene Camilleri a Montalbano,  creatura della sua immaginazione, non lo trovava  mai ingombrante, fastidioso? 

“Lo amava, sentivo che lo amava. Ma che ad un certo punto, anche lui sarebbe  dovuto uscire di scena. E’ cosa del resto nota. Ma ripeto, lui è un grande romanziere, non solo il padre di Montalbano che gli ha dato fama quando era un po’ in là con gli anni, ma i poeti si sa non  hanno età…”

Qual è il romanzo di Camilleri che ami di più? 

“E’ un romanzo che non è mai uscito. Me lo vidi recapitare un  giorno accompagnato da un bigliettino di Andrea, su cui più o  meno vi era scritto: questo lo mando solo a pochi amici. Lo aveva fatto stampare in tipografia e non da Sellerio  per inviarlo appunto a pochi intimi. Lo trovai travolgente. Lo lessi inchiodato alle pagine in poche ore. Una storia forte, ripeto, travolgente, un’indagine sull’animo umano. Di più non ti posso dire”.

Lasciamo per un momento Marco Vichi ai suoi ricordi per cercare di buttar giù qualche nota biografica, lasciando  il più possibile la parola allo stesso Camilleri:  «Scrivo perché non so fare altro. Scrivo perché dopo posso dedicare i libri ai miei nipoti. Scrivo perché così mi ricordo di tutte le persone che ho amato. Scrivo perché mi piace raccontarmi storie. Scrivo perché mi piace raccontare storie. Scrivo perché alla fine posso prendermi la mia birra. Scrivo per restituire qualcosa di tutto quello che ho letto»

Andrea Camilleri  spiegava così nel suo libro ‘Come la penso’, le ragioni  del suo essere scrittore. Mestiere al quale  si era dedicato in tarda età. In realtà è stato tante altre cose che con l’arte di scrivere hanno avuto  sempre a che fare: poeta, regista, sceneggiatore, drammaturgo, insegnante d’italiano, attore. 

Nato il 6 settembre del ’25 a Porto Empedocle ( Agrigento), negli anni ’40 si trasferisce a Roma, poi trascorre un breve periodo a Enna, ove dichiarerà nel documentario Rai ‘Il luogo e la memoria’ di essersi formato come scrittore ( vincendo il Premio Firenze con alcune poesie),  dopo aver frequentato a Roma  l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico inizia l’attività teatrale, quindi  entra in Rai come sceneggiatore e regista (dopo un primo rifiuto perché iscritto allora al PCI), eppoi a partire dal ’78,  inizia la sua attività di scrittore: Il corso delle cose, è il suo primo libro pubblicato con un editore a pagamento, cui seguirà  negli Anni’ 80 l’attività letteraria con la Sellerio. Ma il “caso” letterario Camilleri esploderà negli Anni ’90. Complice Montalbano, il commissario che racconta la Sicilia,   i luoghi le voci i suoni che avevano accompagnato il giovane Camilleri nei suoi primi passi: Porto Empedocle ( divenuta Vigata), il linguaggio commisto di italiano e siciliano,  ove le parole si susseguono come suoni, in una singolare koinè espressiva, che è una delle fonti del suo successo. Tanti i riconoscimenti e i premi che gli sono stati tributati  prevalentemente dal 2000 in poi, tra questi ben 10 lauree honoris causa. 

Una  personalità poliedrica, nutrita  d’interessi e di esperienze umane professionali intellettuali civili politiche. «Ho trascorso questa mia vita ad inventarmi storie e personaggi, sono stato regista teatrale, televisivo, radiofonico, ho scritto più di cento libri, tradotti in tante lingue e di discreto successo. L’invenzione più felice è stata quella di  un commissario». 

L’ultima  sua apparizione in pubblico è stata l’11 giugno nel teatro greco di Siracusa, ove ha portato in scena  oltre al veggente Tiresia, sé stesso, cieco anche lui come il grande vate che non osa predire il futuro a Edipo, come Omero, come Borges, come i grandi miti che hanno  nutrito la sua vena letteraria e poetica. Il suo pantheon era affollatissimo di personaggi reali e immaginari. Ma per il commiato fisico dal pubblico aveva scelto di calarsi nei panni di Tiresia, congiungendo la persona (sé stesso) con il personaggio (Tiresia), al quale si sentiva  affine. Il perché l’ha spiegato lui stesso: «Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista, questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne. Ora devo andare».

Fin all’ ultimo istante Andrea Camilleri, ha levato la propria voce contro le ingiustizie, i soprusi dei prepotenti, il grado d’inciviltà in cui  è precipitato il nostro paese, il degrado dell’ambiente e il declino della politica, quella alta che guarda ai valori e alla solidarietà umana, la memoria perduta. Come quella sulla Shoa. Qual è l’eredità che ci lascia? Intanto, prima di tentare una risposta, ci riesce difficile distaccarsi dalla sua presenza fisica, tanto  la tv ci aveva abituati a lui, al suo modo lento, preciso, colorito, un mix di evocazione concretezza e ironia, di narrare sé stesso ed il suo mondo, che sentiamo come nostro, anticipando le trame che avrebbero di lì a poco coinvolto  la sua creatura: Montalbano, appunto. Figura nella quale ci siamo immedesimati, animati da quel senso di giustizia ma non di giustizialismo, di umana pietà ma non di pietismo, di rifiuto di ogni forma di violenza e di sopraffazione, di speranza perché  un giorno, chissà quando, tutte le mafie non solo quella sicula, saranno sradicate dalla mente prima che nelle cose, che è anche il suo. E continueremo a farlo. Pensando a lui, ad Andrea Camilleri, alle sue battaglie civili, alla sua coerenza morale e civica, di uomo di sinistra, che per questo  è stato irriso, deriso, offeso anche in quest’ultimo periodo della sua esistenza. Certi che l’eroe antieroico e difettoso come ognuno di noi, continuerà a farci compagnia, a infonderci la speranza che non tutto è perduto. Diceva Camilleri: «più delle bandiere contano le persone, la vera differenza tra un uomo e un altro uomo risiede nelle loro teste, nei loro pensieri, e non nelle insegne, nelle bandiere, nelle divise, nelle rotelle di panno». Ciò ricorda una famosa frase di Samuel Johnson, il noto poeta e letterato inglese del ‘700: «il patriottismo è l’ estremo rifugio delle canaglie». E di patriottismo, sovranismo, populismo, fascismo….sì anche quello, se ne sente tanto in giro, da ammorbare l’aria che respiriamo.  Ma è il momento di ritornare a respirare aria pura, dando la parola per un altro ricordo, allo scrittore Marco Vichi. 

Marco,  cos’altro ti suggerisce  la sua vita e soprattutto l’amicizia sincera che ti ha dato Andrea Camilleri che vuoi qui esprimere?

“Rovesciando un noto modo di dire, ti ripeto quello che spontaneamente  mi è venuto in mente quando ho appreso stamani la notizia che mai avrei voluto apprendere: “Morto Camilleri non se ne fa un altro’ “.

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