giovedì, Ottobre 1

Andiamo in Libia

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Come anticipato su ‘L’Indro‘ ad agosto, e più recentemente annunciato dal capo del Governo, Matteo Renzi, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, l’Italia si prepara a guidare una missione militare in Libia sostenuta dalla Comunità internazionale. Restano da concludere gli aspetti formali a premessa di un intervento legittimo: l’accordo tra le parti in conflitto e la conseguente risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Le tempistiche, nonostante alcune resistenze, sono state rispettate, e la comunicazione strategica ha seguito il suo corso attraverso una progressiva sensibilizzazione dell’opinione pubblica, non priva di apparenti scivoloni, come quello che venne fatto a febbraio quando i Ministri Paolo Gentiloni (Affari Esteri) e Roberta Pinotti (Difesa) annunciarono, il primo, la necessità, di un intervento militare in Libia, e, la seconda, la disponibilità immediata di un significativo quantitativo di truppe pronte a partire (5.000 militari). Due esternazioni poi smentite dal capo del Governo Renzi: forse un errore di comunicazione, oppure la volontà politica di testare la reazione dell’opinione pubblica o, ancora e meglio, la scelta di dare il via a un dibattito nazionale che poi, in effetti, è proseguito nel corso dei successivi mesi. Un dibattito che ha interessato, e sta interessando, i principali (e pochi) think tank nazionali, anche attraverso la discussione sul come affrontare l’emergenza dei flussi migratori di natura economica (novanta percento del totale dei migranti) e dei profughi di guerra (circa il dieci percento).

Nel frattempo è stata formalmente avviata nelle acque internazionali davanti alla costa libica la ‘fase 2’ della missione navale europea EuNavFor Med per il contrasto al traffico di esseri umani nel Mediterraneo; un traffico che rende significative entrate finanziarie alla criminalità transnazionale e al fenomeno del ‘nuovo terrorismo insurrezionale’ (NIT) -di cui l’IS/Daesh (il cosiddetto ‘Stato Islamico’) è parte principale- a esso collegato. La missione, a guida italiana e battezzata ‘Sofia’, è posta sotto il comando dell’ammiraglio Enrico Credendino e schiera al momento sei unità militari navali: la portaerei italiana ‘Cavour’, quattro fregate (Francia, Regno Unito, Spagna, Germania) e una nave appoggio tedesca. La limitata componente aerea allo stato attuale è costituita da sette velivoli, tra aerei ed elicotteri.

 

Come si presentano oggi la Libia e gli attori protagonisti del suo dramma?

Le parti in conflitto possono essere grossolanamente suddivise in tre macro-realtà: un Paese virtualmente spaccato in due -più la terza incognita di IS/Daesh- ma concretamente frammentato da conflitti eterogenei, tribali, legati a interessi locali a cui si sovrappongono dinamiche e competizioni regionali e transnazionali. Sul piano politico si impongono le due parti, conosciute come Tobruk e Tripoli. La prima legittimata dalla Comunità internazionale, guidata dal Governo cosiddetto ‘laico’ del Premier Abdullah al-Thani e militarmente difesa dal generale Khalifa Haftar; quest’ultimo sostenuto direttamente dall’Egitto di un altro generale, Abdel Fattah Al-Sisi. Dall’altra parte, a Tripoli, c’è un Parlamento eletto di orientamento ‘islamista’, non riconosciuto, che è in grado di imporre tempi dilatati al processo negoziale, e che al tempo stesso combatte per difendere le posizioni conquistate.

 

La Libia che non è mai esistita, ma che è stata tenuta insieme dal regime di Muammar Gheddafi -che molti libici, ma non solo loro, in questo momento rimpiangono-, è esplosa e le scheggeimpazzite’, fatte di milizie, ‘ribelli’, jihadisti, terroristi o criminalità transnazionale e locale, sono sparse su tutto il suo territorio; un territorio che vede contrapporsi interessi e spinte centrifughe che si muovono lungo le linee di faglia tra Cirenaica, Tripolitania e Fezzan, quelle tre realtà così diverse e divise che furono unite poco più di un secolo fa dalla dominazione coloniale italiana. E la violenza di questi ultimi mesi -una violenza figlia della scelleratezza di Francia e Regno Unito che decisero di attaccare la Libia di Ghedafi nel 2011- ha portato al definitivo collasso dello Stato libico in conseguenza della contrapposizione tra le parti; in particolare tra le milizie di Misurata e quelle di Zintan per il controllo di Tripoli e all’irrompere della nuova realtà rappresentata dal fenomeno del ‘premium brand’ IS/Daesh che, attraverso un’efficace quanto raffinata diffusione in franchising, è riuscita a penetrare all’interno del territorio e delle società libiche, andando a occupare un ampio spazio geografico, militare ma anche sociale.

IS/Daesh è la novità del momento, e la sua diffusione non appare, allo stato attuale delle cose, contrastabile dalle forze oggi in campo. Un fenomeno in fase di espansione, che ha portato i gruppi che a esso si richiamano e sotto la cui bandiera combattono a controllare un ampio territorio che comprende una fascia costiera di circa 200 km, e con essa una parte significativa del flusso di migranti verso l’Europa (via Italia). Ecco, allora, la necessità di imporre, attraverso l’uso della forza legittima, un ruolo attivo della Comunità internazionale, in particolare dell’Unione Europea, della Lega Araba, eventualmente della NATO e, per certo, dell’Italia, il cui interesse nazionale è messo in serio pericolo dalla crescente instabilità.

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