mercoledì, Giugno 3

Andare sulla Luna con l’America la sottoscrizione del Joint statement for cooperation in space exploration tra l’Agenzia Spaziale Italiana e la NASA segna la continuazione della collaborazione bilaterale tra Italia e Stati Uniti nello spazio

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Si è appena concluso a Washington la 70  edizione dell‘International Astronautical Congress, ospitato dall’American Institute of Aeronautics and Astronautics. Una settimana intensa durante la quale tutti i player spaziali si sono riuniti per discutere dell’avanzamento e del progresso delle attività del settore nelle sue varie caratteristiche. Per l’America di Donald Trump quest’anno la data è significativa: dal “grande balzo per l’umanità”, celebre frase pronunciata da Neil Armstrong al momento di poggiare i suoi piedi sulla Luna, sono trascorsi cinquant’anni e per quanto né uno statunitense, né uomo o donna di altra nazione vi sia tornato in questo lungo lasso di tempo, sono stati compiuti molti progressi sia tecnologici che industriali per guardare tutto quanto c’è al di fuori dell’atmosfera terrestre con un occhio forse più disincantato ma certamente pieno di interessi sia economici che sociali. 

Traiamo spunto da questo momento di incontro, che pure per l’Italia ha rappresentato termini interessanti, per concederci qualche riflessione. Quando nel 1969 si traguardò lo sbarco americano sulla Luna, impresa fino ad allora ritenuta impossibile, si guardava lo spazio più con lo sguardo della competizione sportiva, o di dominio tecnologico che come una frontiera commerciale da valicare. Nessuno era ingenuo a quei tempi e nei salotti più progrediti si comprendeva che la missione lunare sarebbe stata l’esibizione delle due uniche super potenze che avevano la forza di confrontarsi e di sfidarsi. Ci furono, per chi lo ricorda, anche dei tentativi di rivendicazione della proprietà lunare per il solo fatto di aver poggiato per primi le proprie sonde sul Sinus Lunicus, un’area depressa del bordo sud-est del nostro satellite naturale –era settembre 1959- tanto da suscitare le attenzioni delle Nazioni Unite che dopo lunghe istruttorie dichiararono ambiguamente le regioni delle spazio libere da proprietà e da presenze militari. Conclusioni del tutto banali, ci assumiamo la responsabilità delle affermazioni, dal momento che qualunque edificio costruito su un altro corpo celeste dalla mano degli abitanti del pianeta Terra, sarà di proprietà delle imprese autrici del manufatto e che in ogni caso l’affrancamento dalle presenze militari non escluderà potenti sistemi di difesa per proteggere le strutture realizzate. Un gioco di parole dunque dietro cui i Paesi forti sapranno come nascondersi. 

Poiché però queste sono le realtà a cui stiamo consegnando il futuro, chi scrive ritiene sempre più necessaria la definizione di idee e esperienze per essere partecipi e non spettatori di questo grande teatro che rappresenta lo spazio per il nuovo millennio. Lo spazio, dicevamo, ha rappresentato una frontiera da superare durante la Guerra Fredda, la contrapposizione politica, ideologica e militare che venne a crearsi intorno al 1947, tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica, le due potenze uscite più forti dalla seconda guerra mondiale. A quella corsa a due si affiancarono anche paesi più piccoli, tra cui l’Italia che grazie a intraprendenze locali e anche per concessioni di potenze occupanti e alleate, fornì contributi assai utili alla conoscenza dell’ambiente in cui si stava andando ad operare. Queste scelte assai coraggiose costituirono la base per investimenti ma anche la generazione di posti di lavoro, di ambienti formativi e di scambi internazionali di primo livello

Ci vediamo costretti a ripetere ancora una volta dei concetti così elementari, amareggiati di una disattenzione che avvolge taluni circuiti intellettuali, ma anche di una pubblicistica nazionale troppo distratta dalle fazioni esasperate che stanno offuscando ogni prospettiva invece di guardare verso un proprio futuro. Non a caso, solo qualche foglio specializzato o di portavoci industriali hanno approfondito quanto sancito e sottoscritto al simposio a cui abbiamo fatto riferimento in apertura. Eppure la sottoscrizione del Joint statement for cooperation in space exploration tra l’Agenzia Spaziale Italiana e la NASA segna la continuazione della collaborazione bilaterale tra Italia e Stati Uniti, rafforzando un ruolo di primo piano del Bel Paese nell’esplorazione interplanetaria. Il programma di riferimento, come ha spiegato bene il club Outspace 2064 fondato da Silvano Casini, è quello dell’esplorazione lunare Artemis, un progetto che sintetizza tutti gli sviluppi effettuati per l’esplorazione robotica, il volo ‘manned’ e la realizzazione di infrastrutture nello spazio che un giorno saranno disponibili per l’esplorazione di Marte. 

Il vice presidente americano Mike Pence, a cui il capo della Casa Bianca ha conferito l’obiettivo di dare maggior coordinamento alle politiche spaziali è stato chiaro nel ribadire lo slogan dell’America first oltre l’atmosfera ma nelle sue affermazioni abbiamo ascoltato anche un invito alla partecipazione per “gli amici europei per far avanzare ulteriormente insieme la conoscenza umana nello spazio”. 

Sinceramente possiamo anche non comprendere adesso a cosa servirà andare su Marte. Non sarà una data vicina e non è però una scusa per allontanarne l’interesse. Diciamo con razionale certezza che la strada per inviare sonde o equipaggi umani sul Pianeta Rosso deve passare necessariamente dalla Luna o da piattaforme orbitanti attorno ad essa. Ma è sicuro che entrare nel business dell’esplorazione di nuove realtà lontane non è semplicemente un modo per investire risorse nella costruzione di mezzi per recarvisi. Il passaggio importante a cui facevamo riferimento, avvenuto in questo mezzo secolo di storia, lunghissimo eppur assai breve, consiste nella consapevolezza di guadagni che verranno dall’esplorazione, sia per nuovi e vecchi materiali da reperire, che per costituire una significativa presenza in un quadro difensivo che ci auguriamo mai debba servirci ma che è sempre opportuno prevedere. Non è stato fatto mistero allo IAC dell’interesse a una linea di militarizzazione del quarto ambiente, ma l’apertura di una commercializzazione spaziale e l’esigenza di costruire i partenariati pubblico-privati quale nuova via per le attività spaziali è inequivocabilmente un elemento che fa comprendere quanto sia lucroso il futuro dell’esplorazione spaziale.

Sono elementi essenziali su cui far convergere tutte le nostre risorse su cui si è investito nel settore, o almeno le più significative, resistendo anche alle pressioni di falsi amici e di prospettive irraggiungibili nel quadro delle strategie che si sono consolidate negli ultimi transiti della geopolitica. 

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