sabato, Dicembre 7

Ancora suicidi in carcere: ormai è un’ ‘evasione di massa’ Elisabetta Casellati, troppe detenzioni ingiuste

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Niente, è ‘normale’: sceglie anche lui di ‘evadere’ definitivamente. Giovanni F., 35 anni, una condanna definitiva alle spalle, detenuto nel carcere di Ivrea, si toglie la vita con un lenzuolo annodato alla meglio. Un trafiletto in cronaca, nel giornale locale.

Niente, è ‘normale’ la denuncia della presidente del Senato Elisabetta Casellati: «Dal 1992 a oggi, sono oltre 26mila, quasi mille l’anno, gli individui che hanno subito una illegittima detenzione prima di essere definitivamente assolti con sentenza passata in giudicato. Numeri pesanti che ci obbligano a una scrupolosa riflessione sulla efficacia degli strumenti normativi finora predisposti per tutelare il massimo rispetto del diritto alla libertà personale e per preservare il nostro sistema dal rischio di errori suscettibili di produrre conseguenze nefaste sulla vita degli imputati e delle loro famiglie». Proprio perché si tratta di «numeri pesanti» che «obbligano a una scrupolosa riflessione», è per questo che quei ‘numeri’ sono scivolati come acqua di torrente su pietra; e di quell’’obbligo’ un po’ tutti se ne sono fregati? «Non dimentichiamolo mai», prosegue la presidente Casellati, «dietro a ogni singolo caso di errore giudiziario o di ingiusta detenzione vi è un dramma umano. Vi sono donne e uomini illegittimamente privati della propria libertà, della propria dignità; la cui vita affettiva, sociale e lavorativa è stata fortemente pregiudicata».

Niente, è ‘normale’ che Casellati, trovi «allarmanti sono quelli relativi alla durata dei processi: secondo gli ultimi monitoraggi pubblicati dal ministero della Giustizia, circa il 20 per cento dei procedimenti incardinati nei Tribunali e oltre il 40 per cento di quelli presso le Corti d’Appello sarebbe infatti a rischio di legge Pinto». L’anomalia (così la definisce Casellati) è ancora più grave perché non coinvolge solo i diritti dell’imputato: il mancato rispetto del principio costituzionale della ragionevole durata del processo nuoce soprattutto alle aspettative e ai diritti parti offese: «Vittime del reato tanto quanto di un sistema giudiziario incapace di dare una risposta rapida alla loro legittima domanda di giustizia». Dev’essere per questo, per non essere più ‘vittime’ dell’attuale irragionevole durata dei processi che parte del Governo, e il presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia, premono per abolire di fatto la prescrizione. Così, al cittadino non c’è neppure questa possibilità. Può restare appeso a un processo per anni e anni, d niente: è ‘normale’.

Niente, è ‘normale’ che un signore, Giuseppe Gullotta, torturato, picchiato, scarcerato per un delitto mai commesso dopo trentotto (38!) anni di processi, secondo gli avvocati dello Stato non abbia diritto a un centesimo di risarcimento; in sostanza: ‘Non le dobbiamo niente’. Gullotta, 61 anni, trascorre più della metà della sua vita nei tribunali; sconta 22 anni di carcere, lo torturano in una caserma dei carabinieri di Alcamo, in Sicilia, per fargli confessare un delitto commesso: aver ucciso due carabinieri. Il processo che lo spedisce all’ergastolo con altri quattro, è basato su una lunghissima serie di prove false e abusi. Dopo trentotto anni Gullotta è riabilitato, una sentenza di Cassazione gli restituisce onore e libertà.

Niente, è ‘normale’ che la Corte di Cassazione chieda l’assoluzione, l’avvocatura dello Stato l’opposto: Gulotta è colpevole, non è neppure mai stato torturato. «Per chi lavorate voi?», arriva a chiedere, in aula, il Procuratore Generale rivolgendosi ai legali dello Stato. La Corte condanna l’Avvocatura a una pena pecuniaria: hanno acceso una lite temeraria. Finisce qui? Neppure per sogno. Due anni dopo sempre l’Avvocatura si oppone al risarcimento per Gullotta: «Non merita nulla, è colpevole». Quello che ha stabilito la Cassazione vale meno di zero. Niente; è «normale»?

Un qualche risarcimento, comunque, finalmente arriva: sei milioni di euro per 22 anni di galera, e 36 di processi. La Corte che lo accorda aggiunge che Gullotta «avrebbe dovuto agire con una tipica azione aquiliana verso i militari responsabili dei fatti di reato che assume essere stati causa della sua ingiusta condanna evocando in giudizio pure i competenti Ministeri con cui quei militari si trovavano in rapporto di immedesimazione organica».

Gullotta non si dà per vinto. A Firenze è in corso un processo per risarcimento danni: citati i ministri della Difesa e dell’Interno, il Comando generale dell’Arma e i tre carabinieri che operarono abusi e torture. Gli Avvocati dello Stato insistono: nulla è dovuto: «non ci sono prove degli abusi»; comunque, ammesso ci siano, i reati sono prescritti, quindi prescritto l’eventuale risarcimento. Niente, è ‘normale’ …

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