mercoledì, Settembre 30

Ancora la Palestina

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Sabato sera, il 22 novembre per chi legge, un giornalista televisivo molto noto e anche reputato piuttosto intelligente, benché adorno di una disgustosa barbetta, Fabio Fazio, nell’intervistare lo scrittore israeliano David Grossman, osservava che, visto il momento di altissima tensione (e odio, aggiungo, ne è testimonianza il lungo articolo di Venerdì scorso di Rachida Ben Meddour su questo giornale) tra israeliani e palestinesi dopo l’attentato nella sinagoga di Gerusalemme, sarebbe stato il momento di fare un atto risolutivo e di grande coraggio: tentare realmente la pace, ora e subito, un colpo di reni, uno shock.

Mentre scrivo, leggo del progetto israeliano di dividere la Moschea di Al Aqsa tra ebrei e arabi (immaginate se uno proponesse di dividere San Pietro tra cattolici e buddhisti!) e degli ennesimi “attentati” palestinesi contro gli israeliani, con corrispondenti uccisioni di arabi palestinesi, e così via. Poco dopo le parole di Fazio, un ottimo, fino a ieri sera, giornalista che si accompagna a Fazio, Massimo Gramellini, redigeva un commento violentemente ostile verso i giudici del processo Eternit: contro i giudici a suo dire inumani e indifferenti, non verso la legge o altro.

L’una posizione e l’altra erano dettate da grande emotività, prima e più che da valutazione concreta dei fatti e, specialmente, scevre da coscienza e conoscenza giuridica dei fatti. Fatti molto diversi tra di loro, ma accomunati dall’esigenza di una valutazione attenta dei problemi, giuridici appunto, che ne sono alla base. Per quanto riguarda la sentenza sull’eternit, non ho molto da dire, tranne che i giudici, per quanto si è compreso, si sono trovati ad un bivio: applicare la legge o, come ha detto qualcuno, applicare la giustizia.

Non conosco abbastanza le circostanze che hanno portato al processo contro l’Eternit e dunque (come sarebbe consigliabile, ma so che è tempo perso, a chiunque sia nelle mie condizioni) non posso pronunciarmi nel merito (magari dopo le motivazioni), ma posso dire, è il mio mestiere, che per un giurista quella alternativa non esisteIl giurista interpreta e applica la legge (la giustizia è cosa da politici o sacerdoti) e solo quella. La legge, è, lo spiego spesso agli studenti (non potete togliermi la cattedra … sono già in pensione!) né più né meno che come il regolamento della scopa (il gioco di carte intendo) o, per i più raffinati, del bridge: ci sono delle regole, vanno applicate. Se, ad esempio ad un giocatore scivola di mano una carta, quella si considera giocata: è ingiusto, sì, ma la regola è quella. Se non la si rispetta, è arbitrio.

Principio fondamentale che vale (dovrebbe valere) anche per la questione palestinese. Fazio, con forse una maggiore sensibilità di Gramellini, aveva in realtà colto abbastanza nel segno, come cerco di mostrare: il punto di maggiore vicinanza alla pace vi è stato quando due persone, che più nemiche non potevano essere (“nemico” non “odiatore”: il nemico applica, o dovrebbe applicare, le regole della guerra, l’altro quelle dell’odio, cieco per definizione) compresero la necessità di farla, nel momento del massimo scontro, la cosiddetta intifada, quando i bambini palestinesi si “scagliavano” contro i carri armati di Israele armati di pietre.

Da un punto di vista scenografico, se mi si permette il termine, era il massimo: dei bambini inermi, contro dei carri armati giganteschi, privi di alternative, o sparavano su quei bambini o ... I due capi dei rispettivi popoli, erano quanto di più opposto si potesse immaginare. Rabin, da poco nominato Primo Ministro di Israele era stato il capo delle forze armate, durissimo negli scontri, deciso nella occupazione dei territori palestinesi (la cosiddetta colonizzazione, condannata perfino dalla Corte Internazionale di Giustizia), iniziata con Golda Meir, della quale fu collaboratore, e amico e predecessore militare di Ariel Sharon, il comandante di Sabra e Chatila, i due campi profughi in Libano distrutti dalle forze armate israeliane.

Dall’altra parte Arafat, il capo dell’OLP, l’ideatore dei dirottamenti aerei, responsabile politico (se non diretto) del dirottamento della Achille Lauro. Insomma, due che più “nemici” non potevano essere. Arafat, da qualche anno (tra mille difficoltà e ambiguità) agitava accenni di pace (chi non ricorda il discorso alle Nazioni Unite, quando disse di avere in una mano un mitra e nell’altra un ramoscello di olivo: stava alle Nazioni Unite e a Israele di decidere quale dovesse lasciare cadere), lasciava trasparire che non intendeva più pretendere la distruzione di Israele, anche se non cambiava (forse non poteva) lo statuto della Organizzazione per la Liberazione della Palestina della quale era il Presidente.

Ma entrambi capirono che il punto cui si era arrivati era un punto di non ritorno: o ci si distrugge a vicenda o si cerca il … salto di qualità, il triplo salto mortale (senza rete, purtroppo, per entrambi i protagonisti). E qui, fu certamente Rabin a fare lo sforzo massimo a “rischiare” di più (qualche anno dopo, auspice Clinton, il nuovo primo ministro israeliano, Menachem Begin – Rabin nel frattempo era stato ucciso in un attentato da parte di uno “squilibrato” israeliano – pretendeva da Arafat, in colloqui segretissimi, rimasti “ufficialmente” tali, in cambio della pace, frutto degli accordo Rabin/Arafat, la rinuncia palestinese a Gerusalemme.

Arafat rifiutò dicendo (secondo le cronache non ufficiali) «Se torno con questo accordo, mi ammazzano». Rabin, infatti, aveva accettato di trattare direttamente con Arafat in gran segreto a Oslo, giungendo ad un accordo (che poi Israele dichiarò inapplicabile). Chi non ricorda la stretta di mano sul prato della Casa Bianca tra un Arafat che non stava nella pelle dalla gioia e un Rabin preoccupato, esitante, all’ultimo momento, poi stringere la mano con uno sforzo, ma con la coscienza della razionalità?

Che c’entra tutto ciò con il diritto? Arrivo subito. Specialmente nel diritto internazionale, ma in genere, se in una controversia si va a cercare chi ha “colpito” per primo, non si conclude nulla: c’è sempre un atto precedente, sempre. Chiunque, se mi permettete di “alleggerire” il tono, abbia conosciuto o vissuto una controversia matrimoniale (le più prossime, lo dico con molta serietà e una punta di ironia alla vicenda che ci occupa) lo sa bene! L’unico parametro è il diritto, cioè la regola, che va applicata, piaccia o non piaccia alle parti o ad una di esse.

Poi, per dirla in giuridichese, una volta deciso sull’an (ci si può separare e come), si discute sul quantum, chi paga che. E qui, il diritto è, stranamente, assai meno complesso di quanto non si creda. Che alla Palestina “spetti” l’indipendenza è cosa ovvia e indiscussa; che Israele vi sia e abbia il diritto di esistere in pace, non è ovvio, è evidente; che i confini (almeno quelli da cui partire per una trattativa) siano quelli precedenti alla guerra del 1967 (accettati esplicitamente dalla nascente Israele nel 1948) è indiscusso fin dall’unica risoluzione in materia del Consiglio di Sicurezza, la n. 242 del 1967; che la trattativa possa solo (Rabin insegna) avere luogo tra “pari” (all’inizio della trattativa segreta di Oslo, Rabin e Arafat si “riconoscono” reciprocamente, cioè accettano di essere “uguali”) è assolutamente evidente; che, infine, solo tra pari e indipendenti sia possibile discutere del territorio è semplicemente banale. Tutto il resto è solo violenza, comprensibile rappresaglia (non giustificabile: la rappresaglia è vietata dal diritto internazionale) a una precedente violenza, a sua volta rappresaglia di un’altra. E dico di più: la conta dei morti è inutile. I morti non si compensano. Sì, lo so, crudamente: il diritto internazionale è crudele, ma, se si rispettano le regole, è l’unico paradigma per risolvere i conflitti.

Ma occorre volerla la pace per farla: il diritto, qui, non conta più, al massimo può indicare come farla legittimamente, cioè rispettando il diritto di tutti. A meno che qualche “grande Potenza” non la imponga (come in altre occasioni è stato), ma non vedo, ora e oggi, grandi potenze in grado e desiderose di farlo. Obama, all’inizio del suo mandato aveva posto delle buone basi, ma poi si è perso nella vecchia politica del confronto e del contenimento; forse oggi che è una “anatra zoppa”, potrebbe cogliere l’occasione per passare alla storia! Ma leggo che vuole prolungare la presenza in Afghanistan: di passare alla storia proprio non ne vuole sapere.

 

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.