domenica, Novembre 29

Ancora al palo il piano per le infrastrutture di Trump È forte il rischio che l'ambizioso progetto vada in fumo

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Le reazioni inaspettate di Donald Trump di fronte ai disordini di Charlottesville hanno avuto pesanti strascichi anche sulla delicatissima relazione tra la Casa Bianca e la grande imprenditoria statunitense. Quest’ultima ha considerato la ripartizione delle responsabilità tra le varie parti in causa sostenuta dal tycoon newyorkese del tutto inaccettabile, e preso atto che la costruzione di un rapporto proficuo con il presidente presenta difficoltà probabilmente insormontabili.

Le grandi aziende Usa non hanno mai gradito le sparate contro le delocalizzazioni, le minacce di stravolgere in Nafta, le promesse di rivedere l’approccio liberoscambista assurto ormai da decenni a dogma ideologico e la predisposizione di misure tendenti a spremere in maniera intensiva le risorse energetiche nazionali grazie alle quali Trump ha ottenuto il mandato presidenziale. Ma ciò che più preoccupa il mondo degli affari è la paralisi amministrativa in cui l’amministrazione Trump è piombata grazie al protrarsi del cosiddetto ‘Russiagate’; effetto diretto delle continue lotte intestine allo ‘Stato profondo’ che, nel corso dei mesi, hanno lasciato sul campo alcuni ‘cadaveri eccellenti’, come il generale Michael T. Flynn e lo stratega Steve Bannon.

Fino a qualche settimana fa, l’impatto più pesante dell’impossibilità/incapacità, concausata da tali vicissitudini, di mettere insieme una squadra di governo dotata di effettivo potere decisionale e i cui componenti remino tutti nella stessa direzione si era manifestato sotto forma di siluramento della riforma sanitaria su cui Trump aveva investito parte niente affatto irrilevante del capitale politico a disposizione. Un fallimento a cui ha fatto seguito l’abbandono, da parte dei manager delle grandi imprese private, dei numerosi panel che l’esecutivo aveva istituito per favorire la collaborazione con il mondo dell’industria e della finanza. Le defezioni sono state tanto numerose da indurre Trump a decretare la cancellazione di questi organi di cui, peraltro, non era ancora stata definita la composizione.

Così, dopo Strategy and Policy Forum e il Manufacturing Forum, è stata la volta del comitato incaricato di coordinare e dettare i tempi di implementazione del colossale programma di investimenti in infrastrutture annunciato da Trump in campagna elettorale. Si parla di un esborso compreso tra i 150 e i 300 miliardi di dollari di fondi pubblici entro il 2026, affiancato a un pacchetto di incentivi fiscali che, secondo i calcoli del governo, dovrebbe calamitare non meno di 600 miliardi di capitali privati da parte di imprese che, come parziale contropartita, si vedrebbero riconosciuti compiti di natura gestionale ed esattoriale. Benché l’American Association of Civil Engineers abbia contestato che l’onere rimettere in sesto le centinaia di strade, ferrovie, ponti, linee di telecomunicazione, reti elettriche, ecc. danneggiate da decenni di incuria da parte delle passate amministrazioni richiederebbe una spesa non inferiore ai 2.000 miliardi di dollari, uno studio condotto dagli esperti dell’Università di Georgetown è invece giunto alla conclusione che l’implementazione del piano potrebbe creare qualcosa come 11 milioni di posti di lavoro. A beneficiarne sarebbe soprattutto la categoria dei colletti blu, quella più colpita dalle politiche di delocalizzazione degli impianti produttivi portate avanti dalle imprese multinazionali sull’onda della globalizzazione. La stessa categoria che nel novembre scorso ha votato in massa a favore di Trump, nella speranza che la re-importazione dei posti di lavoro che si erano volatilizzati negli Stati Uniti per ricomparire nei Paesi a basso impatto salariale possa elevare il loro tenore di vita e restituire alle città industriali della ‘rust belt’ il loro prestigio perduto.

Ragion per cui la bocciatura in sede congressuale della riforma sanitaria elaborata dal magnate newyorkese si configura come una battuta d’arresto del tutto marginale se raffrontata allo smantellamento del comitato sulle infrastrutture, istituito il 19 luglio con un apposito ordine esecutivo e non ancora completamente insediato. «Trump – riporta ‘Il Sole 24 Ore’ – aveva chiesto di guidarlo [il comitato]agli immobiliaristi newyorkesi Richard LeFrak e Steven Roth, che però ora mettono le mani avanti e sottolineano come in realtà nessuna nomina ufficiale sia mai stata comunicata per quel panel. Tale è la presa di distanze del mondo delle imprese, ormai convinte che essere associati a Trump porti più danni che benefici e che possono sempre contare sulle lobby in Congresso per influenzare le politiche del governo».

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