lunedì, Settembre 21

Anche in tempi di coronavirus, gli statisti latitano, i politicanti abbondano Conte rimette in pista Salvini. Un PD masochista propone la patrimoniale

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Magari qualcuno avrà pensato che di fronte a una tragedia come il coronavirus covid-19, i ventimila e passa morti ‘ufficiali’ (poi non è azzardato che ve ne siamo migliaia di più non censiti), e agli enormi problemi economici che si sarà costretti ad affrontare, e in considerazione del fatto che le nostre vite, comunque vada, saranno stravolte, ecco: di fronte a tutto ciò, magari qualcuno può aver pensato che si sopissero le polemiche, i tanti professionisti del ‘bla-bla’ cicaleggiassero un po’ meno, una resipiscenza di pudore e vergogna. Ma no, inutile illudersi. La classe politica italiana è quella che è, sia di maggioranza che di opposizione.

Alla vigilia di Pasqua, con un Parlamento più assente di sempre, un Esecutivo che va avanti per decreto, un Presidente della Repubblica che ogni giorno è chiamato a mettere una toppa per arginare gaffes e incidenti politici, qual è la bella pensata del capogruppo del Partito Democratico Graziano Delrio e del capogruppo in commissione Bilancio Fabio Melilli? Con straordinario tempismo, i due propongono quello che chiamano un ‘contributo di solidarietà’, da parte delle fasce più agiate, per contrastare la povertà in questo periodo di emergenza Coronavirus: «II cittadini con redditi più elevati di 80.000 euro dovranno versare un contribuito di solidarietà che inciderà sulla parte eccedente tale soglia. La somma versata sarà deducibile e andrà da alcune centinaia di euro fino a decine di migliaia per redditi superiori al milione. Il gettito atteso è 1,3 miliardi annui». Non hanno il coraggio di chiamare la proposta per quella che effettualmente è: una patrimoniale. Si nascondono dietro mielose giustificazioni: «Ci sono famiglie che in questi giorni non hanno risorse sufficienti per provvedere all’acquisto nemmeno dei beni di prima necessità: c’è un rischio povertà per un ulteriore milione di bambini». Scendono anche nel dettaglio: «Deve essere introdotto nel provvedimento che arriva ora alla Camera un contributo di solidarietà a carico dei cittadini con redditi superiori ad 80.000 euro e che inciderà sulla parte eccedente tale soglia. La somma versata, rispettando i criteri di progressività sanciti dalla nostra Costituzione, sarà deducibile e partirà da alcune centinaia di euro per le soglie più basse fino ad arrivare ad alcune decine di migliaia di euro per i redditi superiori al milione».
Nel concreto: il ‘contributo’-patrimoniale sarebbe del
4 per cento oltre 80.000 euro, del 5 per cento oltre 100.000 euro, del 6 per cento oltre 300.000 euro, del 7 per cento oltre 500.000 euro, dell’8 per cento oltre un milione di euro. Sarebbero 110 euro l’anno per 200mila contribuenti che guadagnano sopra gli 80mila euro (200 euro lordi, ma con la possibilità di dedurre 90 euro). Da 90.000 a 100.000 euro il contributo sarebbe di 331 euro al netto della deducibilità; 718 euro da 100.000 a 120.000 euro e di 1408 euro da 120.000 a 150.000, aumentando mano mano che cresce il reddito.

Scontato il ‘NOdei tre partiti di centro-destra; a cui va aggiunto quello del Movimento 5 Stelle e di Italia Viva. Insomma, i due neppure hanno avuto l’accortezza, prima di indossare i panni dei ‘dracula’ fiscali, di sondare gli umori degli alleati di Governo. Non si sa quanto sincero, l’imbarazzo dei vertici del PD: vista la levata di scudi, il segretario Nicola Zingaretti fa sapere che sì, era a conoscenza della proposta, ma in termini non ultimativi, se ne discuteva, non era stata presa ancora alcuna decisione, e tantomeno di formalizzarla nei termini fatti da Delrio e Melilli. Se è vero, quello che è accaduto è grave. Se invece non lo è, e il PD ha semplicemente fatto una pavida e ipocrita marcia indietro, è più grave ancora.
Come sia,
si tratta di una proposta masochista per il PD, e una scempiaggine nel merito. Non c’è bisogno di avere un Nobel in economia per capire quanto sia delirante continuare a prendere di mira e tassare i contribuenti onesti, quelli che non hanno alcuna possibilità di sottrarsi dalle grinfie fameliche del fisco.
Pensare che chi guadagna 80 mila euro lordi l’anno sia da considerare ricco la dice lunga sul livello culturale del PD, sui suoi ritardi, sulla sua incapacità di leggere la realtà quotidiana. Lasciare al centro-destra il cavallo di battaglia della riduzione delle tasse è un qualcosa che lascia allibiti. Incredibile che nel PD non vi sia nessuno che si renda conto che gli italiani hanno piuttosto bisogno del contrario: di un robusto taglio netto delle tasse, unico modo per rilanciare i consumi, la produzione, gli investimenti. La proposta Delrio-Melilli rivela una mentalità punitiva nei confronti del ceto medio che, piaccia o no, è comunque la spina dorsale del Paese.

Siamo ancora nel mezzo della pandemia; ma un giorno qualcuno dovrà ben rendere conto del fatto che medici e infermieri sono stati mandati allo sbaraglio; certamente loro sono stati degli ‘eroi’ anche se probabilmente a loro per primi questa definizione non piace. Ma è vero che sono vittime, al pari dei malati e di quanti sono morti in condizioni che non devono essere augurate a nessuno.
Certamente un giorno qualcuno dovrà rendere conto del fatto che si è lasciato che gli osped
ali diventassero focolai; che zone come la Val Seriana non è stata subito dichiarata ‘rossa’. Il mancato rapporto tra Stato e Regioni; la mediocrità di una classe dirigente, colta di sorpresa (e passi) e successivamente inerte.
Consola molto poco che analoga mediocrità la si colga in Spagna come in Francia, nel Regno Unito come negli Stati Uniti o in Svezia. Mal comune, non è mezzo gaudio. E’ ‘solo’ maggior male.

In queste situazioni, occorrono leader. A palazzo Chigi siede un mediatore, che ogni tanto, mal consigliato, tira fuori le unghie. Giuseppe Conte è riuscito a convocare una decina di conferenze stampa senza contraddittorio con i giornalisti; una quantità di annunci, praticamente nessun provvedimento ancora operativo; e circolari in quantità. Da manuale quella emanata il 31 marzo scorso, ‘chiarificazione’ delle norme contenute nell’ordinanza sul blocco per l’emergenza Coronavirus: 295 pagine di ‘chiarificazione’, cui è seguita una ulteriore circolare, da considerare come ‘nota interpretativa’ della ‘nota interpretativa’. Poi, anch’essa andava interpretata e si è fatto carico dell’incombenza lo stesso Conte, il 1 aprile. E certo se si sforna un documento che a un certo punto recita: «In deroga all’articolo 50 bis comma 2 bis del decreto legislativo 1 settembre 1993 n.385 all’articolo duodecies del decreto legislativo 24 febbraio 1998 n.58». Il lettore provi a leggerlo ad alta voce, anche Giobbe avrebbe sacramentato…

Ma questo sarebbe ancora poco. Non ha detto cose sbagliate, il Presidente Conte, nella sua conferenza stampa pre-pasquale a reti unificate. ‘Semplicementela sua è stata una caduta di stile. Ha detto cose giuste, ma non le doveva dire in quel modo. Soprattutto non ha calcolato (e questo è l’errore maggiore), ha rimesso in campo Matteo Salvini. Il leader della Lega, pur esibendosi in rosari e comparsate televisive era di fatto fuorigioco. Conte l’ha rimesso in pista, gli ha regalato una insperata centralità. Salvini non è in condizione di dare lezioni. Se è vero che il segretario del PD Zingaretti e il sindaco di Milano Giuseppe Sala si sono esibiti con l’indimenticabile ‘Milano non si ferma’, Salvini non è stato da meno, con il suo ‘riapriamo tutto’.

Un po’ di memoria storica non guasterebbe. Tanti citano, senza probabilmente conoscere cosa sia stato e da chi ha preso il nome, ‘un piano Marshall’. L’Italia usciva dalla guerra; era tra gli sconfitti, ma Paese di frontiera. Ancora si combatteva e i tre ‘grandi’ (Churchill, Roosevelt, Stalin) a Yalta si erano divisi il mondo. Per fortuna dell’Italia e degli italiani, ci si è trovati sul ‘fronte’ occidentale. Il famoso assegno sventolato da Alcide De Gasperi di ritorno da Washington è stato reso possibile dalla sconfitta dei social-comunisti. In quegli anni alla Casa Bianca non c’era certo un Presidente come l’attuale.

Come ci ricordano gli storici, il Paese è rinato con medicine che avrebbero stroncato la tempra di un bue: padri e nonni hanno lavorato in condizioni terribili; quello sviluppo mitizzato, quel progresso che si sbandiera e con orgoglio si rivendica, lo hanno pagato salatissimo, con interessi da usura.
Dunque,
ha ragione chi parla, oggi, di lavoro e necessità di produrre, investire, incentivare. Il denaro delpiano Marshallnon arriverà dagli Stati Uniti, questa volta. Andrà procurato creando lavoro, aiutando gli investimenti e chi fa impresa. Quel ceto medio che scelleratamente i Delrio e i Melilli vorrebbero ulteriormente mortificare, con i loro ‘contributi di solidarietà’.
Al momento sembra che la direzione imboccata sia altra: soldi per una assistenza che consuma ma non produce. C’è una logica: con gli investimenti assistiti si continua a dipendere dalla politica e dalle decisioni opportunistiche (e non opportune) che via via si adottano.
Gli statisti latitano; i politicanti abbondano.

In questo contesto, si prepara la spartizione delle grandi torte del potere reale. Il PD lavora per la riconferma di Claudio Descalzi, al vertice dell’Eni e di Alessandro Profumo a Leonardo; il M5S rilancia: se il PD vuole la riconferma degli amministratori delegati, i grillini rivendicano la nomina dei presidenti. Poi si occuperanno delle altre nomine. Con buona pace del Coronavirus.

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