giovedì, Settembre 19

Amore indifferente

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Mi son chiesto spesso, e talvolta di notte con l’insistenza dell’insonnia, a che cosa serve un “ossimoro”, riflettendo sull’uso di questa figura retorica nel rumoroso silenzio delle ore piccole. Si tratta solo di un pio accostamento di parole dal significato opposto, e di un fraudolento garbo di informazione binaria, oppure quest’unità sintattica facilita in qualche modo la comunicazione, esercitando su di noi persino una dissimulata azione  terapeutica?

Mi sono rimproverato, altrettanto spesso, di non smetterla mai di voler interpretare proprio tutto, compreso il linguaggio e le sue declinazioni, pur di confezionare interrogativi fastidiosi, tipici di uno psichiatra analista, ma, devo confessarlo, resisto poco al desiderio d’indagare le ragioni degli “opposti abbinati”, in qualunque campo.

La bella bionda nordica, responsabile pure lei di notti in veglia, porta con sé dalla sua landa ipotermica il ghiaccio dell’iride trasparente, bollente nell’occhio bruno della fantasia mediterranea. A poco a poco, e solo nel languore, l’inquietudine innescata diventerà placida senza spegnersi, finché poi quello sfinimento cesserà per forza o per scelta, e del fuoco di un tempo non resteranno né cenere né fumo.

In ogni comunicazione, il significato si manifesta in parole più facilmente comprese se inserite in uno schema prevedibile, tant’è vero che in ogni Lingua esistono, trasversalmente a ogni livello culturale, degli specifici modi di dire in cui alcuni termini, coatti a volte in accezioni bizzarre, sono sempre attesi e puntualmente compaiono: (“sbarrare gli occhi”, con significato opposto a “sbarrare la strada”; je le sais par coeur – lo so a memoria; a storm in a cup of tea – una tempesta in una tazza da tè). Invece, in perfetta anarchia, una bella metafora,  il sottacere diplomatico o un’allusione maliziosa aprono in maniera ogni volta originale alla fantasia e alla creatività di chi parla (scrive) e di chi ascolta (legge), senza minacciare e al contrario rinforzandola, la ferrea struttura che custodisce il senso del messaggio da condividere.

Da parte sua, l’ossimoro cattura l’attenzione e obbliga per un momento allo stupore, instrada un sottinteso e gioca una trappola all’insondabile inganno, di cui attenua con minimo anticipo l’incombente delusione, e così facendo esso si conquista sempre e in ogni contesto una singolare libertà dallo schema prevedibile. Con improvviso scarto del rigore semantico e grande scorno del pensatore manicheo, le due paroline accoppiate contro natura rendono possibile l’inimmaginabile, inaugurando illico et immediate un nuovo codice di significazione, animato da uno sberleffo alla paura dell’ambivalenza e dell’inusitato.

Inventate per amore o per gioco, da un raffinato scrittore o da un imbrattacarte burlone, le infinite combinazioni degli ossimori consentono di aprire tutti i serragli in cui le parole, con i loro esatti significati incastonati, giacciono alla rinfusa, ma pronte e disponibili per gli sfrenati desideri del signore della penna; ogni sua autorevole richiesta, poi, ancorché insolita, va intesa come necessaria alla conquista di un nuovo piacere nella comunicazione, anche in forma di un articoletto dallo strano titolo…

Stupirsi e sospendere il pensiero, perché vacilla la logica o più banalmente la consuetudine, ha sempre un valore notevole: troppe sono le situazioni di noia e di prevediblità che ci attanagliano nel quotidiano con o senza verbo. E poi, a mio avviso, sempre e ancor più importante della vivacizzazione formale del lessico è quella riflessione semantica obbligata, innescata e protetta proprio da certe figure retoriche, autentiche paladine di Libertà. Rispetto all’ossimoro, si può certo, con rapido tratto psichico, tentare di circoscriverne e archiviarne la provocazione in un sorriso o in un commento elusivo, ma il dado è stato lanciato e la partita con la distrazione, se non anche quella con la superficialità, è dunque vinta.

Cerchiamo di scoprire, allora, cosa nasconde (e pretende di comunicare) il titolo “Amore Indifferente”.

Un Amore può essere Indifferente? Proviamo ad immaginare il nucleo rappresentato dal più (ab)usato dei sostantivi (Amore), birbonescamente accostato qui al più infido degli aggettivi (Indifferente), come un involucro di cui distinguiamo una superficie interna e una esterna, nonché un contenuto da proteggere.

Inteso in senso soggettivo (faccia interna del nucleo), l’appellativo “indifferente” (a qualcosa) è perfetto per qualificare la condizione più esclusiva dell’animo umano, quand’esso è avvolto in un personalissimo e nobile sentimento (se di ciò si tratta); in senso oggettivo (faccia esterna del nucleo) non è nemmeno ipotizzabile condividere (cioè, ritrovare in noi) il significato della parola “amore” senza almeno intravedere la silhouette dell’“oggetto amato”, che è per l’innamorato il suo polo d’attrazione (a volte l’unico, più di rado l’ultimo). Comprendiamo agilmente che qualunque altra presenza risulta quasi invisibile agli occhi di quell’amante, di sicuro gli sarà “indifferente”, mentre il pensiero d’amore è concentrato sull’amato, anche o forse di più in sua assenza.

Tuttavia, il mio amore, chiuso nel suo bozzolo insensibile e impenetrabile a tutto ciò che è fuori di me, sfida l’impossibile, giacché la necessità di donare prevede almeno un’eccezione. Infatti, allineata soltanto sulla superficie interna, la mia capacità di amare co-stringe malamente nel fagotto il suo oggetto prezioso o tutt’al più avvolge solo il vuoto: in entrambi i casi, essa conchiude una desolante rappresentazione autoreferenziale, che mi rende di fatto inabile a con-templare un possibile oggetto nel cielo sopra di me.

Molte persone sembrano vivere, inconsapevolmente, in una condizione ossimorica come quella appena descritta, anche laddove sia individuabile un “mondo-altro” nei loro confronti richiedente, autorizzato a farlo magari solo per contratto, in quanto “oggetto ufficiale d’amore”.

Mettiamo subito da parte un paio di situazioni estreme: quella, tanto per dire, di un serial killer, capace egli pure di profondere cure e attenzione specialissime nella “conquista” e nel “trattamento” delle sue vittime, che certo eviterebbero il suo zelo non richiesto; o quella di molti esseri umani, trasformatisi gonadicamente in madri e padri, previsti perciò benevoli dalla legge naturale, quand’essi vivano con incredibile leggerezza la propria condizione di genitore, all’insegna di quello che è sì un amore, ma del tutto indifferente ai reali bisogni della prole.

Esaminiamo invece in dettaglio il legame “affettuoso”, ma a livelli diversissimi, dello psicoterapeuta col suo paziente, del chirurgo col corpo su cui interviene, del magistrato con il reo presunto, solo per fare qualche esempio; ebbene, scopriamo che, per statuto e coscienza, nemmeno un’abilità tecnica può dirsiindifferenziata”, anzi nell’uso essa dovrebbe perseguire ad ogni costo la sua applicazione più vantaggiosa per il caso in oggetto, fino a diventare arte. Quell’ “affetto”, quell’ “amore”, però, dovrà sforzarsi di mantenersi indifferente e assoluto al tempo stesso! Esso è differente, nel senso di “peculiare”, ma ci impone lo stesso impegno, che non si può differire, richiesto da chi è l’unico (o l’ultimo) polo d’attrazione amorosa soltanto per noi.

Parafrasando il Manzoni, quando fa dire alla Signora di Monza in colloquio con Lucia e Agnese accompagnate da un frate cappuccino: “Di grazia, padre guardiano, non mi dica le cose così in enimma. Lei sa che noi altre monache ci piace di sentir le storie per minuto” ( “I Promessi Sposi”, cap. IX ), io potrei tentare di farmi perdonare questo scritto concludendo: “Si sa… noi psichiatri ci piace di analizzare le parole…”. Ah, ma qui non c’è un ossimoro… c’è un anacoluto!

 

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