domenica, Agosto 25

Amnistia e cordoni umanitari in Siria Un’amnistia a tutti gli oppositori armati che si arrendono e consegnano le armi

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Un’amnistia a tutti gli oppositori armati che si arrendono e consegnano le armi. La proposta di Bashar al-Assad racchiude la volontà di concludere quanto prima una guerra che ha distrutto un intero paese causando circa 500mila vittime e 8 milioni di sfollati interni. Nel decreto n.15 del 2016, si afferma che l’amnistia è concessa a chiunque abbia imbracciato le armi e si arrenda consegnando le armi nell’arco dei prossimi tre mesi dalla pubblicazione del decreto. L’amnistia concessa oggi da Assad è in concomitanza con le manovre politico-militari russe e governative siriane per assicurarsi il pieno controllo di Aleppo est, la parte controllata da insorti e ormai del tutto assediata dalle forze lealiste. L’appoggio della Russia sembra contrastare in toto le politiche delle forze occidentali che vedono nei lealisti i nuovi ambasciatori della democrazia. Arriva proprio dal presidente russo Vladimir Putin la decisione di aprire quest’oggi una campagna umanitaria ad Aleppo che si declinerà attorno all’apertura di tre diversi corridoi umanitari per i civili «ostaggio dei terroristi» ad Aleppo.  Secondo l’agenzia di stato Sana, saranno formati tre corridoi per gli abitanti che vogliono lasciare la città.  Un quarto corridoio sarà aperto per chi vuole deporre le armi e sarà quindi rivolto ai miliziani armati. «Dato che i nostri partner americani non ci hanno fornito dati sullo sganciamento tra Jabjat al-Nusra e l’Esercito libero siriano, creeremo il quarto corridoio a nord di Aleppo verso la strada Castello per il passaggio sicuro dei miliziani armati», ha detto Il ministro della Difesa russo Serghiei Shoigu, chiedendo alle organizzazioni umanitarie internazionali presenti in Siria «di unirsi a questa operazione».  Stavolta le operazioni dirette dalla regia russa saranno sostenute anche dal Segretario di stato Usa John Kerry, il quale ha espresso la volontà di voler «coordinare le misure congiunte per stabilizzare la situazione ad Aleppo».

La Turchia, sempre più vicina ad una condizione di regime, vede proseguire le operazioni di epurazione che stavolta coinvolgono in maniera massiva 178 i generali e ammiragli arrestati finora in relazione al tentativo di golpe in Turchia. Il numero corrisponde a circa la metà del totale dei generali e ammiragli delle Forze armate turche. Il ministro dell’Interno, Efkan Ala ha precisato che la decisione è stata presa con l’aggravante del disonore che si aggiunge al congedo definitivo dalle forze dell’ordine. Per 151 di loro è stato già convalidato l’arresto. Intanto, voci di corridoio trapelate dal MIT, l’intelligence turco, avrebbero reso noto alle autorità turche l’imam e magnate Fethullah Gulen, accusato da Ankara del fallito golpe, potrebbe presto cercare di fuggire dagli Stati Uniti, dove risiede dal 1999, verso un Paese che non abbia un accordo di estradizione con la Turchia. Lo ha detto ad Haberturk il ministro della Giustizia, Bekir Bozdag, citando come possibili mete di Gulen l’Australia, il Messico, il Canada, il Sudafrica o l’Egitto.

La Germania, alle prese con attentati riusciti o sventati – tra cui quello in cui ed esser coinvolto è stato un rifugiato algerino di 19 anni fermato a Brema e fuggito ieri da un centro psichiatrico al grido di «vi faccio saltare in aria» – prosegue a mostrare apertura al tema delle migrazioni. Secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel la Germania «resta fedele ai suoi principi e darà rifugio a chi lo merita». Merkel ha poi detto che i rifugiati che hanno compiuto violenze «si sono fatti beffe del Paese da cui hanno ricevuto aiuto e dei volontari e di chi ha dato loro rifugio da zone di guerra» ma ciò nonostante «applicheremo le misure necessarie e renderemo chiaro che vogliamo dare sicurezza ai nostri cittadini e vogliamo dominare la questione integrazione e superarla». Dopo aver condannato le violenze di Wurzburg and Ansbach come «azioni di terrore islamico» ha proseguito elogiando la grandezza della Germania. «Undici mesi fa – ha evidenziato – ho detto che la Germania era un paese forte. Abbiamo fatto tante cose ed oggi penso ancora che ce la faremo. Non ho detto che era facile ma ce la faremo a vincere questa sfida storica. Siamo davanti ad una prova storica nel tempo della globalizzazione. Negli ultimi undici mesi abbiamo fatto tantissimo», ha concluso.

A commentare gli accaduti anche il Papa nel corso delle celebrazioni della trentunesima Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia. La Messa è inoltre in occasione del 1050/o anniversario del battesimo della Polonia ed è probabilmente l’occasione in cui il Papa si rivolge ai cattolici e alla nazione polacca, ma in particolare alla Chiesa polacca. «Questa – ha detto Francesco – non è una guerra di religione. Le fedi vogliono la pace». La prima Gmg indetta dal papa latinoamericano, che lo porta nel sud della Polonia, roccaforte della Chiesa cattolica, si svolge dal 27 al 31 luglio. Un viaggio in cui la Gmg, diventata giubileo dei giovani, si mescola con appuntamenti con la società e la Chiesa polacche, durante il quale papa Francesco pronuncerà sei discorsi, tre omelie e un Angelus. I numeri sono molto elevati e vedono circa un milione e mezzo di pellegrini da tutto il mondo, di cui 76.883 italiani.

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