mercoledì, Settembre 30

Amnesty: in Colombia la guerra è ancora viva

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Nonostante lo storico accordo di pace siglato tra il Governo e le Farc, il conflitto armato in Colombia «è più attuale che mai», secondo la nota diramata ieri da Amnesty International.

L’attenzione di Amnesty si appunta in particolare sulla Comunidad de Paz de San José de Apartadó, una comunità di circa 1500 persone che vive ai margini del conflitto, nel nord-ovest del Paese. La ‘comunidad’ si rifiuta di supportare alcuna parte nel conflitto e proclama una resistenza pacifica e non armata. Lo zelo dei suoi membri non ha però risparmiato il villaggio da rappresaglie e violenza da parte dei gruppi di guerriglia.    

«In modo allarmante, il conflitto armato è più attuale che mai. Centinaia di migliaia di persone in tutto il Paese non hanno ancora visto alcun cambiamento nella loro vita da quando sono stati firmati gli accordi» con le Forze armate rivoluzionarie, dopo mezzo secolo di guerriglia, ha denunciato Erika Guevara-Rosas, direttrice dell’ong per le Americhe.

Intanto, il Governo proprio ieri, ammettendo i ritardi, ha fatto sapere che le Farc consegneranno circa 14.000 armi, tra corte e lunghe, agli osservatori delle Nazioni Unite -circa il 30 per cento dell’arsenale del gruppo ribelle. Il fatto che la consegna delle armi sia tardata rispetto al previsto, secondo il Governo, è determinato dai ritardi nella creazione dei ‘zone veredales’, ossia i campi rurali dove fino ad ora quasi settemila ribelli si sono raccolti hanno rallentato la consegna ufficiale delle armi. I guerriglieri hanno cosi iniziato a raccoglierle e a registrarle singolarmente mentre le autorita’ governative hanno preparato un sistema di inventario.

«Un’ondata ininterrotta di minacce, omicidi e deportazioni di centinaia di contadini nel nord-est della Colombia è lo specchio spaventoso di un conflitto armato lontano dall’essere concluso», sottolinea Amnesty.

Guevara-Rosas chiede al Governo del Presidente Juan Manuel Santos di intervenire, poiché «è arrivato il momento di ammettere che il conflitto sta continuando a fare strage fra centinaia di migliaia di persone vulnerabili».

La guerra intestina in Colombia è costata la vita a 260.000 persone, e alle vittime si aggiungono oltre 60.000 scomparsi, e 6,9 milioni di sfollati.

Un allarme sul dilagare della violenza è stato lanciato anche dalla Conferenza Episcopale. «Non si ferma la violenza nell’Alto Baudò. Le comunità lungo i fiumi Baudò e San Juan vivono una grave crisi umanitaria, e molti hanno cominciato a fuggire», ha dichiarato all’agenzia ‘Fides’, Julio Hernando García Peláez, Vescovo di Istmina-Tadó, verso la costa colombiana del Pacifico. Le comunità della zona, sono in mezzo al fuoco incrociato e chiedono una ‘tregua umanitaria’ come soluzione alla violenza che imperversa nella zona.

Circa 500 persone delle comunità afro di Peña Azul, Apartado, Boca de Leon, Cocalito e Amparradó, e anche il gruppo delle comunità indigene di Geandó, Vacal e Puerto Peña sono praticamente prigioniere della paura e dell’ansia provocate dagli scontri permanenti tra i gruppi armati del crimine organizzato e i narcotrafficanti.

«Questo è stato un popolo tradizionalmente pacifico, ma negli ultimi anni ha perso la pace. La guerra, l’ansia, la sfiducia e i morti colpiscono la popolazione civile, soprattutto donne e bambini», ha detto il Vescovo parlando ad un gruppo di giornalisti e operatori dei media. Mons. García Peláez ha spiegato che le comunità, prese dalla paura, sono fuggite in altre città in cui non c’è nulla, né lavoro né commercio, e questo sta creando una grave crisi umanitaria. «Noi non siamo adeguatamente preparati ad affrontare queste emergenze» ha lamentato, chiedendo la presenza urgente dello stato e le garanzie per far tornare nei loro territori queste persone.

Gli allarmi sulla violenza che l’Alto Commissario per i Diritti Umani per l’ONU ha lanciato parlano inoltre di «dozzine di attivisti per i diritti umani uccisi nell’ultimo anno». Le Nazioni Unite si appellano al Governo perchè offra protezione agli attivisti, visti – secondo il rappresentante dell’ONU in Colombia, Todd Howland – come potenziale minaccia alle attività dei gruppi, impegnati in traffico di droga e lavoro in miniere d’oro illegali. La violenza diffusa rischia ormai di arrestare totalmente il lungo e travagliato processo verso la pace in Colombia.

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