domenica, Dicembre 8

Amministrative in Turchia: Erdogan non è più l’invincibile L’AKP di Erdogan risulta essere il primo partito, ma cede il passo ad Ankara e Istanbul, ne parliamo con Valeria Talbot

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Ieri, 31 marzo, si sono svolte in Turchia le elezioni amministrative e, mentre si va verso la conclusione dello spoglio delle schede, i risultati sono, sotto certi aspetti, sorprendenti e ancora incerti.

Il turno elettorale è stato visto in Turchia come un test sulla popolarità di Recep Tayyip Erdoganche nel giugno 2018 è stato rieletto Presidente, prima carica dello Stato che ha visto notevolmente ampliati i suoi poteri dopo il risultato positivo del referendum sulla riforma costituzionale voluta dallo stesso leader turco nel 2017 – e sulle difficoltà economiche che sta attraversando il Paese. Che il voto fosse molto atteso lo hanno detto anche i numeri: l’affluenza, infatti, si è attestata all’86,44% per un numero di voti pari a 48.289.256 su un numero totale di votanti di 57.093.410.

Nonostante si tratti di elezioni a livello locale, sono elezioni importanti perché hanno avuto una campagna elettorale degna di vere e proprie elezioni politiche”, ci spiega Valeria Talbot, ricercatrice e Co-Head del Centro Medio Oriente e Nord Africa presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale). I dibattiti e le campagne elettorali si sono infuocati nelle settimane precedenti il giorno della votazione e hanno visto scendere in campo lo stesso Erdogan che, per cercare di convincere gli elettori, è stato protagonista di oltre 100 incontri in 52 giorni.

Queste elezioni”, dice la ricercatrice, “hanno un significato importante in quanto segnano una battuta d’arresto per l’AKP”. Le urne, infatti, hanno decretato la ‘caduta’ della capitale, Ankara, dove l’alleanza dei partiti di opposizione è risultata vincitrice sulla Peoples Alliance (Cumhur İttifakı in turco), la coalizione in cui è inserito come azionista di maggioranza l’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi – Partito della Giustizia e dello Sviluppo ), il partito guidato da Erdogan, coadiuvato dal MHP (Milliyetçi Hareket Partisi – Partito del Movimento Nazionalista). Ed è una caduta che fa ancora più rumore se si pensa che l’AKP ha governato Ankara per ben 25 anni ed ha vinto tutte elezioni da quando, presentandosi come partito nazionalista di matrice islamica, è salito al potere nel 2002. Il vincitore, prossimo sindaco di Ankara, è Mansur Yavas, candidato della Nation Alliance (Millet İttifakı) – l’alleanza che riuniva il CHP (Cumhuriyet Halk Partisi – Partito Popolare Repubblicano) e l’İyi Party (Partito Buono) – che al terzo tentativo riesce a centrare il suo obiettivo dopo le partecipazioni alle amministrative del 2009 e del 2014.

Yavas, avvocato classe 1955 che ha incentrato la sua campagna sulla costruzione di nuovi parchi industriali, sul rinnovamento della città storica e sugli investimenti nel turismo, ottenendo il 50,9% dei consensi, ha sconfitto il candidato di AKP, Mehmet Özhaseki, fermatosi al 47,1%.

Ma se ad Ankara il voto è definitivo, ancora incerto, invece, è quello ad Istanbul, dove entrambi i candidati hanno rivendicato la vittoria. Il candidato dell’opposizione, Ekrem Imamoglu, risulta essere in vantaggio su Binali Yildrim: il primo, infatti, è dato al 48,78%, mentre il secondo al 48,53%.  Questo voto riveste significati importanti poiché Istanbul è la capitale economica della Turchia e, proprio nell’ex Costantinopoli, Erdogan ha iniziato la sua carriera politica, amministrando la città come sindaco dal 1994 al 1998. Data, dunque, l’importanza della città sul Bosforo e lo scarto minimo tra i due contendenti è logico che già si sia iniziato a parlare di brogli elettorali  e irregolarità.

Nonostante l’incertezza del voto, una prima ammissione della sconfitta è arrivata da Erdogan, che ha dichiarato: «anche se la nostra gente ha dato via il sindaco, ha dato i distretti al partito AKP».

Ma oltre ad Ankara ed Istanbul, anche Izmir, la terza città più grande del Paese, è stata aggiudicata dal CHP. Qui Tunic Soyer ha vinto con ampio margine (58,08%) sul candidato di AKP, Nihat Zeybekcy (38,66%).

Nonostante abbia perso la capitale, e forse Istanbul, la People’s Alliance si è attestata come prima forza politica del Paese con il 51% dei consensi, mentre lAKP, con oltre il 44%, è risultato essere il partito più votato. Il CHP, invece, si è fermato al 30,1%.

Che Ankara passasse all’opposizione era stato già previsto ampiamente dai sondaggi, mentre su Istanbul siamo sul filo di lana, ma già questo testa a testa secondo alcuni è un segnale molto importante”, dice la Talbot, “quello di Istanbul, capitale economica del Paese con 15 milioni di abitanti, è un voto significativo. Dopo più di 20 anni queste Amministrazioni passerebbero, anzi una è già passata, all’opposizione, ed è un segnale di un cambiamento d’umore e di insoddisfazione nel Paese che derivano maggiormente dalla situazione economica”.

Quello turco, infatti, è stato un turno elettorale molto atteso per vari motivi, soprattutto, per constatare la reale forza dell’AKP di fronte alle sfide economiche che ha dovuto affrontare il Paese nell’ultimo anno.

La Turchia è entrata in recessione”, continua la ricercatrice, “il rallentamento della crescita economica è stato un campanello d’allarme per il Presidente Erdogan ed il suo partito che sull’economia hanno basato il loro sostegno negli anni di Governo, fin dal 2002”.

Nell’ultimo anno, infatti, l’inflazione della Turchia è schizzata al 19,6%, mentre il tasso di disoccupazione è al 13,5%. I consumi hanno fatto registrare una riduzione del 24% (specie nel settore manifatturiero e nella produzione industriale) dovuta, soprattutto, alla svalutazione della lira turca e all’aumento del 25% dei prezzi dei generi alimentari. Numeri che, ovviamente, hanno generato malcontento tra la popolazione che lo ha poi espresso chiaramente all’interno delle urne. “Ci sono stati segnali di insoddisfazione e di malcontento da parte della popolazione, soprattutto per il rincaro dei prezzi dovuto all’aumento vertiginoso dell’inflazione”, afferma la Talbot,  “quando si va a toccare le tasche dei cittadini e si va  a fare i conti con la vita dei ogni giorno, la maggior parte dei turchi non ce la fa ad arrivare a fine mese. I problemi ci sono ed il primo segnale è un voto contrario a chi ha governato finora”.

Erdogan, comunque, già prima del voto aveva adottato delle misure economiche per contrastare la crisi, come: stanziamento di fondi per l’assistenza sociale; aumento del salario minimo; riduzione dell’IVA su medicinali e generi alimentari; sconti su bollette di luce e gas. Tutte misure popolari volte ad attenuare sì la crisi, ma anche ad allargare la base del consenso elettorale.  “Sinora”, afferma la Talbot, “quello che è stato fatto per contenere gli effetti della crisi sulla popolazione è stata l’adozione di misure fiscali di breve termine che, però, non sono sostenibili sul lungo periodo”.

Lo stesso Presidente turco, domenica sera alla chiusura dei seggi, ha detto che il suo Governo si concentrerà sulla realizzazione di riforme economiche per risolvere i problemi del Paese senza compromettere le regole del libero mercato. Ma cosa potrà effettivamente fare? “Bisognerà vedere quale linea economica vorrà prendere il Presidente che, comunque, anche in economia ha accresciuto molto i suoi poteri negli ultimi mesi”, continua la ricercatrice, “bisognerà capire quale politica economica vorrà adottare considerando anche che, fino allo scorso anno, Erdogan era il primo ad opporsi all’aumento dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale, aumento che poi c’è stato”.

Ma è bastata solo la questione economica per far capitolare l’AKP nelle due città principali oppure ci sono anche motivazioni ideologiche di fondo?La crisi economica è stata fondamentale, ha influito tantissimo”, afferma la Talbot, che si sofferma poi sulla matrice nazionalista che si sta affermando in questi anni in Turchia. “Consideriamo che il candidato dellopposizione che governerà Ankara è comunque una figura che ha un background nazionalista”, prosegue l’analista, “quindi, è riuscito ad erodere consensi all’AKP e al movimento nazionalista di cui faceva parte inizialmente. C’è, dunque, anche una convergenza su questo aspetto che conferma un trend, emerso chiaramente nel voto dello scorso giugno, sullo spostamento verso tendenze nazionaliste all’interno della Turchia”.

C’è da capire ora quali potranno essere le conseguenze del risultato delle amministrative a livello di politica estera. Per quanto riguarda il rapporto con l’Europa sono due i livelli su cui si basa la relazione con l’UE.“Consideriamo che l’Unione Europea, almeno a livello retorico, rimane sempre un obiettivo della Turchia”, dice la Talbot, “le maggiori aperture dovrebbero comportare un processo di riforme interno e riprendere quel processo di riforme, tanto in ambito politico quanto economico che è stato interrotto diversi anni fa. Per aderire all’UE bisogna soddisfare i criteri di Copenaghen e adeguarsi, quindi, a degli standard europei. Oggi non ci sono le premesse per questo processo di riforme. Se apertura significa maggiore dialogo e cooperazione  in diversi ambiti, probabilmente potrebbe esserci. Se, invece, l’apertura riguarda il processo di adesione, ci vuole una volontà diversa”.

Sul fronte regionale, invece, probabilmente Erdogan continuerà a mantenere la stessa linea, specie per quanto riguarda la situazione siriana. “Io penso che la politica estera, soprattutto nella regione, continuerà secondo le direttrici che ha seguito finora”, chiosa la ricercatrice ISPI, “l’obiettivo è assicurarsi che gli interessi della Turchia, quali sicurezza nazionale e integrità del territorio turco, vengano mantenuti nel futuro assetto della Siria. Non vedo discontinuità in ambito di politica estera a livello regionale”.

Sebbene queste amministrative abbiano fatto registrare un calo di consensi per Erdogan, la partita a livello nazionale e internazionale sembra meno incerta, e di certo giocheranno a suo favore i maggiori poteri acquisiti dopo la rielezione alla presidenza del giugno scorso.

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