giovedì, Dicembre 12

America Latina nella morsa del ‘nuevo Plan Cóndor’ Intervista esclusiva a Kintto Lucas, esponente dell’‘autentica sinistra sudamericana’, sul progressismo latinoamericano morto, sepolto (o forse no) dal ‘nuevo Plan Cóndor’, con la speranza che il buio lasci presto il posto ad una ‘nueva alba’

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Quito – Kintto Lucas è uno degli ultimi intellettuali della sinistra dell’America Latina, o meglio, di quella che qui chiamiamo ‘autentica sinistra sudamericana’, quella ‘sinistra’ per la quale suo fratello, Enrique Lucas, ha sacrificato la propria vita, partecipando attivamente nella lotta armata. 

Profondo conoscitore delle tematiche latinoamericane; ex Viceministro agli Esteri nel Governo di Rafael Correa, amico dell’emblematico Pepe Mujica, il primo ad intuire il pericolo  che correva Juliane Assange a cui, nel 2010, in qualità di viceministro agli Esteri, offrì pubblicamente rifugio e protezione dagli americani, in Ecuador.
Ma Kintto è soprattutto giornalista e scrittore. Autore di libri come: ‘Retratos escritos’; ‘Enrique Lucas y una pregunta para Pessoa’; ‘El naufragio de la Humanidad’. Il suo ultimo libro si intitola ‘José “Pepe” Mujica. I labirinti della vita’ ed è già disponibile in Italia.

Con Kintto vogliamo parlare della situazione politica in America Latina e dei tanti risvolti nell’avvicendarsi dei regimi, con la destra che ha avuto la meglio sulla sinistra in diversi Paesi della regione. Un puzzle, quello latino-americano, come sempre complesso, dove cambiano personaggi e con essi anche politiche sociali che spesso tradiscono il mandato popolare, come è successo di recente proprio in Ecuador.

 

Kintto, vorrei cominciare con una domanda che reputo molto importante: esiste un nuovo ‘Plan Condor’ in America Latina? E se si, come sta influendo sugli assetti della regione?

 Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno un po’ trascurato il Sudamerica, occupandosi soprattutto della situazione in Medio Oriente, Ucraina, Libia e Nord Africa in generale. Per di più, sempre negli ultimi anni, nel nostro continente erano in azione diversi governi progressisti, che avevano una posizione sovranista e distinta da quella statunitense. Tuttavia appena gli americani hanno notato che i governi progressisti hanno cominciato a retrocedere, anche grazie al loro contributo, hanno intrapreso il loro ‘ritorno’ nella regione, grazie, innanzitutto, ad una alleanza economica sancita dall’Alleanza del Pacifico a cui è subentrata, immediatamente, anche un’alleanza politica stipulata tra gli Stati Uniti, il Brasile, l’Argentina ed il Paraguay, e che è non è altro che una sorta di ‘nuevo Plan Cóndor’, repressivo come quello che aveva tramato Kissinger a suo tempo.
Nell’attuale accordo politico sono messi in primo piano sia la lotta al terrorismo che quella alla corruzione. Tematiche che prendono il posto della lotta al comunismo, proposta da Kissinger. Per giunta, il suddetto accordo promuove la collaborazione militare e di Polizia tra i Paesi interessati, nonché la costruzione di nuove basi militari americane all’interno della regione.
In Ecuador, per esempio, gli americani hanno già il permesso di utilizzare una pista aerea per i propri aerei militari. La pista in questione si trova nelle Galapagos, ed anche se dicono che su quella pista opererà un solo un aereo (P3 ORION), in realtà non dobbiamo dimenticare che spesso si valgono di scuse e sotterfugi per giustificare i propri fini. Anche quando usavano la base militare di Manta, sempre in Ecuador, dicevano che era per controllare e detenere il narcotraffico, ma in realtà quella base veniva usata anche da militari colombiani, e proprio da lì davano il via ad incursioni ed a operazioni belliche in territorio colombiano.
Posso dunque affermare che il vero scopo di queste alleanze non rappresentino altro che il ‘Nuovo Plan Condor’, che ha tra i suoi obiettivi anche quello di destabilizzare il Venezuela.
Sempre nell’ottica di questo ‘nuevo Plan Cóndor’, è prevista anche la collaborazione delle magistrature con gli USA, che permette di eliminare gli avversari politici progressisti attraverso il ‘lawfare’, si tratta di indagare ed accusare gli avversari politici appartenenti ai governi progressisti per farli fuori, politicamente parlando. Non importa che non ci siano prove, l’importante è accusare, condannare e arrestare gli avversari.

Kintto, mi pare evidente il riferimento a Lula in Brasile, Correa in Ecuador e Cristina Kirchner in Argentina, tra gli altri. Ma anche l’Ecuador ha smesso di essere un Paese progressista per diventare un alleato USA?
L’Ecuador è assolutamente sottomesso e dominato dagli americani. Addirittura non si cerca nemmeno di salvare le apparenze. Deve farci riflettere che anche quando il Paese era amministrato  da governi ‘tradizionali’, ed era quindi rappresentato a sua volta da una classe diplomatica conservatrice, anche in quei casi, ripeto, si era sempre cercato di mantenere posizioni ed uno spirito quantomeno neutrali e non interventista nei confronti di altri Paesi. Adesso, invece, stiamo adottando, senza ritegno, la politica estera degli Stati Uniti . Questo lo si può dedurre facilmente sia dal permesso concesso agli americani per usare, come detto, la pista aerea nelle Galapagos, sia per la posizione scelta nei confronti del Venezuela. L’Ecuador, infatti, si è subito schierato dalla parte di Guaidó, come volevano gli USA.

Gli sviluppi sulla vicenda di Julian Assange fanno parte dello stesso contesto?

Assange rappresenta un importantissimo accordo con gli USA. Nei confronti di Assange sono stati violati diritti elementari ed addirittura hanno permesso che la Polizia inglese, per catturarlo, sia potuta entrare liberamente nella sede diplomatica ecuadoriana di Londra. Un atto gravissimo.

Tuttavia sono in tanti a credere che Assange sia una spia russa. Qual è la tua opinione?
Io non credo che sia una spia. Quando ero Vice Ministro degli Esteri, avevo proposto l’asilo ad Assange e credimi, mi è costato moltissimo in termini politici. Però io avevo intuito che lui fosse in possesso di informazioni importantissime che svelavano, o addirittura anticipavano, le strategie degli americani nei confronti del nostro continente. Per questo volevo parlare con lui e volevo che si rendesse pubblica l’informazione di cui disponeva e che era contenuta nei famosi WikiLeaks. A me risultava palese che i media più noti a livello sudamericano e mondiale diffondessero solo ciò che volevano, dando un’immagine molto distorta di Assange. Ed effettivamente, alla fine, furono pubblicati tutti i WikiLeaks, ed è subito cominciato il rapporto tra l’Ecuador ed Assange. Grazie a quelle informazioni, finalmente, si poteva intravedere quale fosse la strategia degli USA rispetto al nostro continente, ed ancora oggi possiamo osservare e verificare che quello che già si leggeva sui file sta realmente succedendo.
Tutto è stato pianificato con molto anticipo. E ciò che più conta, sappiamo con certezza che gli americani operano nei diversi Paesi con la complicità di diverse persone e protagonisti che nelle rispettive Nazioni sono catalogati, sempre secondo i file di WikiLeaks, sia per la loro importanza che per la loro vicinanza agli USA. Per quanto riguarda Ecuador, per esempio, su quei file c’era anche il nome dell’attuale Presidente, Lenin Moreno. Si intuiva già da allora che Moreno fosse un uomo affine agli Stati Uniti, si sapeva che frequentava spesso la loro ambasciata. Gli americani hanno sempre ritenuto Moreno una loro persona di fiducia. Ed è per questo che la mia opinione su come sia stata gestita la cattura di Assange rimane molto critica. Com’è possibile che un Paese come l’Ecuador abbia permesso il suo arresto, ritirandogli un asilo umanitario, violando tutti i suoi diritti? bada bene non si trattava di un asilo politico.
È evidente che tra il Presidente Moreno ed il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ci sia un accordo che prevede la consegna di Assange; la base militare nelle Galapagos ed il sostegno del Governo ecuadoriano sul tema venezuelano. Accordo del quale beneficeranno solamente il Presidente Moreno ed il gruppo che lo sostiene. L’ Ecuador in questo momento non è più rispettato a livello internazionale come lo era con il Presidente Correa. Gli Stati Uniti stanno tornando con molta forza in America Latina, perché per loro non avrebbe senso sprecare le nostre risorse, devono approfittarsene. Siamo per loro di estrema importanza strategica; economica e politica, e sono più determinati che mai a recuperare la loro presenza nell’area.

Cosa sta succedendo al progressismo in America Latina?

Beh, innanzitutto spieghiamo che ormai la sinistra ed il socialismo in America Latina non esistono più. Nessuno parla più di ridistribuzione della ricchezza, né di togliere ai ricchi per dare ai poveri, per questo si usa la parola progressista, che alla fin fine significa inglobare un po’ tutti quei settori e gruppi politici  più sensibili ai diritti dei cittadini ed alle conquiste sociali. Ma nulla di più. Tant’è che alla fine puoi trovarci dentro un po’ di tutto, che è infatti lo scotto pagato, per esempio, da Correa, che all’interno del proprio movimento politico aveva persone di diverse ideologie e incapaci di rispettare e perseguire il progetto sociale da lui inaugurato. Non si tratta più, quindi, del socialismo tradizionale.
E non è che la destra se la passi meglio; la destra di oggi è rappresentata da oligarchie che hanno perso la loro identità e non sono più fedeli alle proprie idee.
Per esempio, in Brasile prima esisteva la borghesia nazionalista, disposta anche a competere e a distanziarsi dagli Stati Uniti. Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad una borghesia che pensa solo ai propri interessi e non più al Paese. L’‘impero’ oggi non è più rappresentato esclusivamente da un Paese come gli Stai Uniti. Oggi l’‘impero’  bisogna identificarlo con molti Paesi e con molte imprese transnazionali, ma anche con alcune ONG. Insomma, oggi possiamo parlare di un “Impero corporativo”. L’‘impero’ si è trasformato, diventando molto più complesso e difficile da cogliere, perché convive e si confonde con il fenomeno la globalizzazione.
Ora, se vogliamo soffermarci su alcuni Paesi ed i loro rispettivi leader progressisti, dobbiamo cominciare col dire che dobbiamo innanzitutto fare un distinguo tra loro, dato che hanno età diverse; esperienze diverse; vengono da Paesi con realtà diverse, ed alcuni provengono dalle lotte sociali mentre altri, come nel caso di Rafael Correa, dall’Università.
Nel caso dell’Uruguay, José Mujica proviene addirittura dalla lotta ‘guerrigliera’. In un Paese, l’Uruguay, dove la sinistra è rimasta sempre unita e compattata grazie al ‘Frente Amplio’ che ha realizzato cambi importanti, riuscendo a portare a termine buona parte dei suoi programmi.
Nel caso dell’Ecuador, come dicevo prima, Correa proviene dal mondo universitario. Lui è un’economista che si è reso conto delle ingiustizie sociali ed ha cercato di cambiare le cose. Purtroppo il suo movimento politico era composto da persone che provenivano sia dalla destra che dalla sinistra, e questo ha influito non poco sulla situazione politica che sta attraversando oggi il Paese. Correa ha sicuramente, tra le altre cose, il merito di aver modernizzato il Paese, ed è per questo che la gente gli vuole molto bene.
In Argentina, invece, esiste il peronismo che, come affermo spesso, è la cosa migliore ed al contempo la cosa peggiore che sia potuta accadere al Paese, dato che del peronismo hanno fatto parte personaggi come Carlos Menem e personalità come quella di Néstor Kirchner, che, invece, ha rappresentato la visione peronista con in obiettivo l’unità Latino-Americana. Mentre l’attuale candidato alla presidenza Argentina, Alberto Fernandez, è senz’altro un uomo appartenente alla sinistra moderata. Questo a riprova che ormai dentro la sinistra puoi trovarci un po’ di tutto.
In quanto al Messico possiamo dire che ha una situazione molto difficile, perché prima di tutto è il Paese della porta accanto degli USA, e poi perché è rimasto da solo ad affrontare gli americani, dato che si è ormai concluso il periodo in cui c’erano Chávez, Fidel, Mujica, Lula, Raul. Ormai può fare ben poco, ed il suo ingresso al CAN  (Comunità Andina) peggiora solo le cose.

E poi il Venezuela…

E’ un discorso a parte il Venezuela. Nicolás Maduro è una persona molto intelligente,  la macchietta che vogliono farne, la caricatura che se ne è fatta non gli si addice per niente. Io lo conosco personalmente, e so che anche lui proviene dalla lotta sociale e quindi non si trova dov’è adesso per caso, bensì per capacità.  Io l’ho visto all’opera più di una volta e in situazioni delicatissime, come per esempio quando c’è stata una profonda crisi diplomatica tra l’ormai ex Presidente colombiano Álvaro Uribe e Chávez, e lui ha saputo gestire la situazione in modo esemplare. A  quei livelli solo chi è capace può e sa venirne a capo. La verità è che, però, del Venezuela nessuno ti racconta la violenza degli anti-chavisti. Solo vediamo un aspetto di ciò che succede. La morte di un ragazzo chavista bruciato vivo per sostenere il governo di Maduro non la racconta nessuno. E come questa storia, ce ne sono tante altre che nessuno è disposto a raccontare. L’unica colpa di Maduro è quella di non aver ceduto agli americani ed alle loro pretese. Maduro è stato eletto dal popolo, ed è per questo che riesce a resistere ai golpe che cercano di fare. Maduro gode del sostegno popolare, non solamente di quello militare, come vogliono farci credere.

Cosa pensi dei leader del progressismo sudamericano?
Hugo Chávez era un uomo con una straordinaria visione strategica, riusciva a portare il Venezuela dove si dirigeva il mondo.  Ha aiutato tanti Paesi che alla fine, spesso, lo hanno anche mal ripagato, ma per lui la cosa più importante era l’integrazione e l’unità dei Paesi latinoamericani. Per questo la creazione dell’Unasur, oggi dissolta dai governi di destra. Chavéz vedeva le cose con estrema lucidità. 
Anche Inácio Lula è un fenomeno dei nostri tempi. Ha portato fuori dalla povertà più di 50.000.000 di brasiliani ed ha letteralmente cambiato il volto del Brasile, preoccupandosi anche dei Sin Tierra, che ha aiutato con prestiti e sostenendo con decisione  la loro lotta. Un uomo intelligente e sensibile ai temi sociali. Non ha mai suscitato diffidenza da parte dei Paesi vicini, addirittura è riuscito a intavolare ottimi rapporti con diversi Paesi africani. Ovviamente anche lui è un grande sostenitore dell’unità latino-americana. E sebbene sia stato uno dei bersagli preferiti della stampa, è riuscito a fare storia, così come l’ha fatta Rafael Correa in Ecuador, ma c’è bisogno di tempo prima che gli venga riconosciuto.
Mujica, Lula, Correa, Chávez, Kirchner, sono veri e propri fenomeni.
Dall’altra parte ci sono le marionette degli americani: Jair Bolsonaro in Brasile, Mauricio Macri in Argentina, Juan Guaidó in Venezuela, e, ahimé Lenín Moreno in Ecuador. Quest’ultimo ha l’aggravante di aver rinnegato il suo trascorso nel Governo di Correa, e, dopo essere arrivato al potere grazie al progetto della Revolución Ciudadana, ha tradito sia il progetto che il mandato popolare.

 

La nostra intervista termina così, con un ottimista Kintto Lucas che, nonostante le difficoltà e le ingiustizie che sta vivendo l’immensa popolazione sudamericana, non si rassegna e nutre ancora la speranza che presto il ricordo ed i sacrifici di questi di questi grandi uomini del progressismo latino-americanoriescano ad avere il sopravvento sulla destra, sulle oligarchie e il loro ‘ nuevo Plan Cóndor’, per dare vita a un vero socialismo, e alla tanto desiderata integrazione continentale.

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