domenica, Agosto 25

America Latina: il Venezuela rischia di diventare quel che è stata la Siria per l’Europa I rifugiati venezuelani nei Paesi latinoamericani rischiano di far scoppiare una pesante crisi di gestione economica, sociale e culturale nel subcontinente

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Attivismo da parte della comunità internazionale e rischi (economici e di tenuta sociale) per l’intero subcontinente latinoamericano: questo è oggi il Venezuela. Nella notte europea tra il 5 e il 6 agosto,  il Presidente americano Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti amplieranno le loro sanzioni nei confronti del Venezuela, con un embargo economico totale nei confronti del Venezuela.
L’embargo congela le attività del Governo del Venezuela e delle entità associate e vieta le transazioni economiche con Caracas, se non espressamente esentate. Le esenzioni comprendono le attività ufficiali del Governo federale e le transazioni relative alla fornitura di aiuti umanitari.

In una lettera al Congresso, Trump ha dichiarato che «è necessario bloccare la proprietà del Governo del Venezuela alla luce della continua usurpazione del potere da parte del regime illegittimo di Nicolas Maduro, nonché le violazioni dei diritti umani da parte del regime, gli arresti arbitrari e la detenzione di cittadini venezuelani, la riduzione della libertà di stampa e i continui tentativi di indebolire il presidente ad interim del Venezuela Juan Guaido e l’Assemblea nazionale venezuelana eletta democraticamente».
Obiettivo finale, dichiarato dal Consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti John Bolton, «negare a Maduro l’accesso al sistema finanziario globale e aumentare il suo isolamento internazionale». 

Poche ore dopo, a Lima, una sessantina di Paesi si sono riuniti per la Conferenza internazionale per la democrazia in Venezuela, in organizzata dal Gruppo di Lima, in obiettivo, la soluzione politica alla crisi in Venezuela. Iniziativa parallela ai negoziati mediati dalla Norvegia e in corso alle Barbados tra la delegazione del Governo venezuelano e l’opposizione. 

La caduta del regime di Nicolas Maduro è vicina e verrà facilitata, tra le altre cose, dal blocco economico deciso dal Presidente americano Donald Trump, ha affermato, a margine della Conferenza, il Presidente colombiano Ivan Duque: «Queste dittature non cadono da un giorno all’altro, ma credo che mai prima d’ora sia stata tanto vicina la caduta di questo regime».
Una Conferenza che ha visto i partecipanti molto scettici sugli esiti della trattativa alle Barbados, come ha dichiarato  il Ministro degli Esteri del Perù, Nestor Popolizio, secondo il quale, il Governo di Maduro potrebbe usare il negoziato per prendere tempo. Atteggiamento che, secondo alcuni analisti vicini alla Russia, se non è esattamente un boicottaggio dell’iniziativa norvegese, è certamente l’espressione che i due tavoli vanno in direzioni opposte e contrarie, ovvero il Gruppo di Lima lavora per una transizione che taglia fuori Maduro, mentre la Norvegia sta negoziando per una transizione che veda in Maduro uno dei protagonisti, alla pari dell’opposizione di Juan Guaidò.
Il risultato della Conferenza è stato quello prevedibile: proseguire con la ‘pressione diplomatica contro il regime’, e nulla di altro di concreto. Praticamente, un nulla di fatto, anche in considerazione del fatto che alcuni Paesi particolarmente vicini a Caracas, a partire da Russia, Cina, Cuba, Messico, Uruguay, hanno deciso di non partecipare alla Conferenza. Un non trascurabile successo per Maduro.

Tutto questo mentre da Caracas, intanto, la giornata era stata segnata dalla nota del Governo di Maduro che bollava come «terrorismo economico» le nuove sanzioni di Trump, «aggressione grave» quanto «arbitraria» che finirà per strangolare «il popolo del Venezuela».  Stesso tono usato da Mosca per chiedere la rimozione «urgente» di dette sanzioni.
Altra dichiarazione di giornata da Caracas è quella venuta dalle labbra dello stesso Presidente Nicolás Maduro, che dopo aver accusato gli USA di aver tentato di ucciderlo, ha detto, in una intervista concessa al portale statunitense ‘The Grayzone’, di auspicare un dialogo con gli Stati Uniti per superare le differenze sul piano politico: «Ho detto al Presidente Trump che se un giorno, oggi o in futuro, ci sarà un’opportunità per un dialogo rispettoso e comprensivo, sono pronto a tendere la mano. Che Dio lo voglia!».

Sempre ieri, a margine della Conferenza del Gruppo di Lima, il Presidente Duque, ha annunciato che tutti i bambini nati sul territorio colombiano dopo il 19 agosto 2015 da genitori venezuelani saranno naturalizzatiI «bambini di migranti non sono apolidi. La Colombia vuole dare l’esempio», ha detto il Presidente; in tutto questi nuovi cittadini colombiani sono circa 24 mila.

Questi bambini godono già del diritto alla scuola e alla sanità, riconosciuto dallo Stato colombiano a tutti i minorenni, a prescindere dalla loro nazionalità -secondo le autorità colombiane, più di 1,2 milioni di dosi di vaccini sono state inoculate a bambini venezuelani e 180 mila di loro sono stati inseriti nel sistemo educativo nazionale. 

Tecnicamente i bambini nati in territorio colombiano sono apolidi, in quanto non riescono ad ottenere un atto di nascita, una carta d’identità o un passaporto venezuelano. «Modificando la nostra regolamentazione consentiamo a questi bambini di acquisire la cittadinanza colombiana. Il Governo lo ha deciso per tutelarli e garantire i loro diritti», ha dichiarato Felipe Munoz, responsabile governativo al confine tra Colombia e Venezuela. «Se in futuro la situazione del Paese vicino dovesse cambiare, quei bambini potranno ottenere anche la cittadinanza venezuelana, conservando o rinunciando a quella colombiana», ha aggiunto Munoz.

La decisione colombiana     -esempio di civiltà anche oltre il subcontinente, a partire da USA fino all’Europa-    punta dritto il faro sul grande problema che il Venezuela ha causato all’America Latina
Secondo l’Onu, dal 2015 più di 3,7 milioni di venezuelani  (il 12% della popolazione) sono scappati dal proprio Paese a causa della grave crisi economica e politica. Di questi, 1,4 milioni si sono stabilito in Colombia, per metà in situazione irregolare.  710.000 venezuelani hanno transitato sul territorio colombiano nel 2018 verso altre destinazioni: il Perù ospita il secondo maggior numero di venezuelani (806.900), seguito dal Cile (288.200) e dall’Ecuador (263.000), mentre gli Stati caraibici hanno totali più piccoli ma il maggior numero di rifugiati rispetto alla loro popolazione.

L’ONU prevede che il numero di rifugiati salirà a 5,4 milioni entro la fine del 2019, altri ricercatori ne hanno previsto altre centinaia di migliaia, sempre l’ONU prevede 8 milioni di rifugiati entro fine 2020.
La crisi dei rifugiati in Venezuela è la più grande nella storia dell’America Latina. In tutto il mondo, ora è secondo solo a quello della Siria  -nel 2020 supererebbe la Siria.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) hanno chiesto alla comunità internazionale 738 milioni di dollari per aiutare i Paesi di accoglienza dei migranti in America Latina e Caraibi nel 2019.  All’inizio di luglio, i donatori internazionali avevano contribuito 23,7% dei fondi richiesti.
Il deficit è laricetta per il disastro’, e il problema non  solo regionale.
Ha sottolineato Eduardo Stein, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per rifugiati e migranti venezuelani che “i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi stanno facendo la loro parte per rispondere a questa crisi senza precedenti, ma non ci si può aspettare che continuino a farlo senza un aiuto internazionale“.

Nessuno dei Paesi di accoglienza dei migranti in America Latina ha i mezzi finanziari per fornire riparo, cibo, cure mediche istruzione, e lavoro a un numero così elevato di persone. La sanità pubblica e l’istruzione sono già eccessivamente estese e senza risorse in molti dei Paesi di accoglienza sarà crisi.

I rifugiati venezuelani sono oggi un problema, forse ‘ilproblema, per l’America Latina e continueranno ad esserlo per il prossimo futuro. «Non c’è dubbio che 8 milioni di migranti venezuelani nella regione sarebbero insostenibili per i paesi dell’area», ha dichiarato Ivan Briscoe, direttore dell’America Latina per l’International Crisis Group.

Briscoe ha affermato che milioni di migranti in più in America Latina potrebbero spingere i governi regionali verso un approccio più forte per influenzare il cambiamento politico in Venezuela. In questo, probabilmente, si spiega la posizione del Gruppo di Lima, decisa a mettere fuori gioco Maduro  -perché con un Maduro che gestisce la transizione molto difficilmente i venezuelani rifugiati torneranno in patria e forse addirittura non smetteranno di uscire dal Paese.  Decisi, ma impotenti, confidanti nelle mosse degli Stati Uniti.

Ad oggi quel che sta accadendo è che, fatta eccezione per la Colombia, gli altri Paesi dell’area  stanno rendano più difficile per i venezuelani la loro permanenza, stanno, insomma, chiudendo le frontiere. Il Perù e il Cile hanno già limitato l’ingresso dei venezuelani, lasciando migliaia di persone intrappolate in Paesi di transito come Ecuador, Colombia o Brasile. Misure simili dovrebbero essere approvate da altre Nazioni nei prossimi mesi.
Restrizioni di vario genere che, secondo gli osservatori locali, probabilmente non saranno sufficienti a fermare il flusso, che è sempre crescente. E qui si vanno innescare due conseguenze: traffico di migranti e esplosione di nuova criminalità.
Il flusso continuo di persone attraverso il confine è presumibilmente capitalizzato dalla guerriglia colombiana, che secondo secondo osservatori in loco, può guadagnare fino a $ 10.000 al giorno, facendo attraversare i migranti venezuelani verso i Paesi di destinazione del subcontinente. La guerriglia diventa ‘scafista’ -per usare un termine europeo-, guadagna dal commercio di carne umana, e cresce in potenza e nuova pericolosità. Una minaccia alla stabilità sociale già non propriamente solida dell’area.

I migranti possono essere la chiave di volta della vicenda venezuelana, per ora sono un rischio sia economico che di crescita della criminalità, sia, infine, per la tenuta sociale.
E i segni di tensione stanno aumentando, lo si vede nelle risposte dei governi, secondo alcuni analisti lo si vede già anche nella crescita, che viene definita ‘anemica’ delle economie regionali.
Il problema della ‘tenuta sociale non è da sottovalutare.
La maggior parte dei venezuelani incontra molte più opportunità di sicurezza e lavoro all’estero che a casa. Ma i segni di atteggiamenti popolari xenofobi  sono in aumento.
Un rapporto dell’Argentina ha mostrato che circa il 38% degli intervistati aveva assistito a comportamenti discriminatori nei confronti dei venezuelani. In Brasile sono state segnalate violenze, tra cui la rimozione forzata di 1.200 venezuelani da Pacaraima da parte di cittadini locali. Anche la Colombia ha denunciato violenze della folla, proteste e crimini in aree in cui sono concentrati i migranti venezuelani. In Cile, secondo un sondaggio dell’Istituto nazionale per i diritti umani, il 68% dei cileni vuole limitare l’immigrazione e un altro sondaggio ha rilevato che il 75% degli intervistati ritiene che il numero di immigrati sia eccessivo.
A Lima, circa la metà delle persone intervistate da Ipsos per ‘El Comercio’,  ritiene che l’immigrazione venezuelanaaccresca il crimine’ e danneggi la situazione dei lavoratori locali

Per il subcontinente, il Venezuela rischia di diventare quel che è stata la Siria per l’Europa: l’occasione per l’esplosione dell’intolleranza verso il migrante, del razzismo, della xenofobia, dell’estremismo di destra (fascista, mai davvero morta, solo sopita, in molti Paesi dell’America Latina), della violenza verso l’altro. 
Un rischio per ora sotto controllo, secondo alcune ricerche condotte nei Paesi più coinvolti, i dati raccolti indicano una risposta più positiva che negativa. Dei sette Paesi dove si sono svolte le ricerche, quelli con la risposta più accogliente in assoluto sono stati la Colombia, l’Argentina e, in misura minore, l’Ecuador e il Brasile. Rischi e paure che incideranno su come questi Paesi influenzeranno la crisi e la soluzione alla crisi venezuelana.

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