giovedì, Dicembre 12

America Latina, il problema del narcotraffico Il narcotraffico in America Latina è un business enorme che continua a espandersi

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Quello del narcotraffico è un problema che riguarda tutto il mondo, nessun Paese escluso. Ci sono i Paesi produttori, quelli di transito per il commercio e quelli in cui la maggior parte del prodotto viene venduto e consumato; nessuna area della terra si salva da questo fenomeno criminale. Nonostante l’estensione universale, però, ci solo alcune aree che col narcotraffico hanno a che fare più di altre, l’America Latina è una di queste.

Se si tiene conto di tutte le fasi che riguardano questo fenomeno, produzione, raffinazione, transito delle sostanze, vendita e riciclaggio del denaro, in America Latina i Paesi coinvolti sono almeno 21. L’area, in effetti, è la responsabile della produzione della quasi totalità della quantità mondiale di cocaina, e gli Stati che la fanno da padroni in questa attività illegale sono senza dubbio la Bolivia, il Perù e la Colombia.

La Colombia è quella che primeggia in quanto il 54% della cocaina consumata negli Stati Uniti d’America proviene da questo Stato, ma anche gli altri due Paesi, che inizialmente erano solo coltivatori di coca mentre negli ultimi anni hanno cominciato ad attrezzarsi anche per la raffinazione, hanno un peso molto importante sul totale della produzione. Basti pensare che nel 2009 la polizia boliviana scoprì nella zona est del Paese il più grande laboratorio per la produzione di cocaina nel mondo, capace di produrre 100 chilogrammi di cocaina al giorno. Il Perù, invece, ha iniziato ad essere un concorrente della Colombia nel momento in cui il gruppo terroristico Sendero Luminoso è tornato, privo delle ideologie politiche che lo caratterizzavano, ma deciso a creare un cartello della droga seguendo proprio l’esempio delle FARC colombiane.

Il grande problema, comunque, è che questi Paesi sembrano non avere un interesse vero a sradicare la piaga della droga. In Bolivia, ad esempio, questo tipo di commercio dagli anni ottanta in poi ha permesso una discreta crescita del PIL annuo, in Perù il 15% dei contadini dipende dalla coltivazione di coca e in Colombia, che economicamente sarebbe da considerarsi più fortunata vista la presenza sul proprio territorio di petrolio, pietre preziose e carbone, l’instabilità politica dovuta alla guerra civile ha fatto sì che il narcotraffico potesse svilupparsi senza troppi ostacoli.

A peggiorare la situazione dell’America Latina hanno contribuito, paradossalmente, anche le misure antidroga adottate da Stati Uniti e Messico. Gli USA, infatti, interessati ad evitare l’importazione della droga da parte dei vicini cartelli messicani, hanno sempre cercato di fornire assistenza al Messico per la lotta al commercio di sostanze stupefacenti. Gli esempi più recenti di queste politiche sono il Piano Merida, adottato dal Governo Bush Jr. e il Beyond Merida inserito dal Governo Barack Obama nel più ampio piano strategico di lotta alla criminalità transnazionale. L’obiettivo di questi piani era di combattere il narcotraffico in Messico dando supporto, sia in termini economici che di addestramento delle forze dell’Ordine, al Governo locale. I risultati positivi ottenuti da queste politiche, però, hanno fatto sì che i narcotrafficanti sperimentassero nuove rotte per far transitare il proprio prodotto, espandendosi in zone dell’America centrale prima non toccate da questo fenomeno: Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Honduras e Costa Rica.

Il risultato è stato la creazione di un vero e proprio ‘corridoio del narcotraffico’ con l’Honduras che funge da porto di arrivo e smistamento del prodotto che poi viene trasportato verso nord. Due dei maggiori cartelli della droga messicani hanno preso il controllo di queste rotte eliminando le gang locali: i Los Zetas che hanno quasi monopolizzato il traffico di stupefacenti in Guatemala e il Cartel del Pacifico che adesso è tra i maggiori trafficanti di droga di Nicaragua, El Salvador e Costa Rica.

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