giovedì, Aprile 25

L’Amazzonia sarà vittima di Bolsonaro? Bolsonaro consentirà la lenta deforestazione dell’Amazzonia? Se state pensando di sì, c’è qualcos’altro che dovreste sapere

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È passato ormai quasi un mese dalla vittoria di Jair Bolsonaro in Brasile e tante rimangono le perplessità di parte della popolazione. Tra queste, spicca il timore per il destino della foresta amazzonica. Perché? Perché il neo presidente, in campagna elettorale, ha ribadito più volte la strategia che avrebbe seguito relativamente all’ambiente: lo sfruttamento.

La posizione di Bolsonaro ha sollevato forti preoccupazioni sul futuro della più grande foresta pluviale del mondo ed ora che quella candidatura è diventata presidenza, ci si chiede se Jair sarà effettivamente in grado di mantenere le sue promesse oppure se vi sono delle possibili strade secondarie. Si dedicherà alla distruzione dell’Amazzonia o non è il caso di pensare già al peggio?

Attivisti e indigeni delle comunità sono particolarmente preoccupati per la protezione della foresta pluviale e per i loro diritti. Da programma elettorale pare che il presidente voglia ridurre -non si sa in che misura- i vincoli posti ad oggi a protezione delle terre indigene. Ma ora, stranamente il suo progetto presidenziale ufficiale di Bolsonaro non menziona -almeno, non ancora- la foresta. Questa discordanza farebbe pensare, secondo alcuni, ad una sorta di ripensamento, di passo indietro. È così?

Bolsonaro ha sottolineato che, in materia ambientale, sosterrà la transizione verso le energie rinnovabili, in particolare nel nord-est del Paese e la riduzione del monopolio del gigante petrolifero Petrobras. Come? Privatizzando parti della compagnia, autorizzando più impianti idroelettrici e unificando il Ministero dell’Ambiente con il Ministero dell’Agricoltura. Insomma, pare che non si siano cenni sulla deforestazione o sull’abbandono degli obiettivi relativi all’emissione di CO2. Eppure, non si può non tener conto di altre evidenze.

Quando Donald Trump ha reso nota la propria posizione sull’ambiente, Bolsonaro non ha nascosto il suo sostegno. Proprio il famoso Accordo di Parigi ha impegnato, tra gli altri, anche il Brasile nella riduzione delle emissioni di carbonio. L’obiettivo dovrebbe portare al 43% di emissioni in meno entro il 2030, un fine legato chiaramente alla riduzione della deforestazione in Amazzonia. Il presidente, però, se prima aveva lasciato intendere l’uscita dello Stato dal trattato seguendo il filo dell’amico statunitense, ora, nella sua posizione ufficiale, non si è pronunciato.

Lo scorso mese, in un incontro con il mondo delle assicurazioni a Rio de Janeiro, Bolsonaro si è riferito al ruolo del Brasile nell’accordo di Parigi nei seguenti termini: «La posta in gioco è la sovranità nazionale, perché sono 136 milioni gli ettari su cui possiamo perdere il controllo. Se stiamo andando a consegnare 136 milioni di ettari, io sono fuori». Ma la settimana scorsa, una dichiarazione all’opposto: nessuna intenzione di ritirarsi dall’accordo. L’unica volontà? Ottenere garanzie di un controllo brasiliano sulla terra amazzonica.

«Le affermazioni di Bolsonaro sull’ambiente sono volutamente prive di sostanza», ha affermato Alice Amorim, coordinatrice per Clima e Sociedade, istituto che promuove lo sviluppo a basse emissioni di carbonio in Brasile. Jair, insomma, starebbe evitando deliberatamente l’argomento. «È difficile sapere cosa sta effettivamente progettando. Stiamo lavorando partendo dal presupposto che le cose sono ancora molto aperte».

Altra cosa da rilevare a proposito di accordi internazionali, è la dichiarazione di Amsterdam che ha l’obiettivo entro il 2020 di tagliare completamente le importazioni di beni agricoli prodotti dal risultato della deforestazione. Tra questi, la soia, il principale bene esportato dal Brasile e di cui spesso ci siamo occupati: è facile capire perché è grande l’interesse in una produzione che non comprenda il disboscamento dell’Amazzonia.

E a detta sua, Bolsonaro vuole solo una cosa: riprendere il controllo della terra. Non solo se si parla di trattati internazionali, quindi, ma in tutto e per tutto. D’altronde, non è la prima volta che lo sentiamo. Se si scava in profondità in quelle parole, però, ci si accorge che qui non si tratta di deforestare, di ridurre diritti e via dicendo. Il suo intento va molto ma molto più in là.

Per capirlo, andiamo di passo in passo. Perché l’ex militare non sembra più così interessato ad abbandonare l’Accordo di Parigi? Riflettiamo sulle conseguenze: se il Brasile dovesse uscire dal Trattato, questo non consentirebbe a Bolsonaro di fare ciò che più gli interessa, ovvero, riprendersi quel controllo. E se per arrivare alla meta occorre modificare la legislazione ambientale sull’Amazzonia, la strada da prendere dovrà essere un’altra. Non è finita qui, perché, per avere ciò che vuole, avrebbe bisogno di modificare finanche il Codice forestale brasiliano, una legge nazionale che consente ai proprietari terrieri della foresta pluviale di mantenere l’80% del territorio che possiedono come riserva per la vegetazione nativa. In altri termini, solo il 20% della terra di proprietà privata in Amazzonia può essere deforestato legalmente.

Ecco l’intoppo da superare.

Trattandosi di legge nazionale, occorrerebbe una riforma approvata sia dal Senato che dal Congresso, dove, guarda caso, Bolsonaro non detiene la maggioranza. Però, il Fronte Parlamentare Agricolo (FPA), la lobby i cui membri rappresentano oltre un terzo della camera bassa e un quarto dei seggi al Senato, lo sostiene.

Non si sa. C’è chi difende una visione conservatrice e incoraggia l’agricoltura intensiva tra i lavoratori del settore, -come l’Unione dei contadini democratici (UDR)-, e quelli come le industrie agroalimentari che vedono le basse emissioni di carbonio come il futuro del commercio brasiliano. Le forze che influenzeranno le decisioni di Bolsonaro d’ora in poi, hanno interessi diversi e questo forse è il motivo della sua poca chiarezza. Se, come molti credono, ad influenzarlo, ci sarà il prescelto Paulo Guedes, noto per la sua agenda economica super liberale e per il libero mercato, è facile pensare che il Brasile abbraccerà l’agricoltura intensiva in Amazzonia.

E, in questo caso, a subire la rotta politica vi sarebbero anche le tribù indigene. La Costituzione del Brasile, in merito, richiede che il Governo riconosca i territori indigeni, secondo specifici criteri, e garantisca che queste aree protette siano adeguate per la protezione sociale e culturale delle generazioni a venire. Il ruolo degli indigeni rimane centrale nella protezione della foresta: solo il 2% della deforestazione, infatti, si è verificata nel loro territorio e questo non piace molto agli agricoltori che già da mesi premono affinché il Congresso riformi la Costituzione e riduca quei diritti territoriali che non consentono il voluto sfruttamento.

E se da un lato Bolsonaro concorda con questa posizione -come ha dichiarato in passato-, dall’altro, se decidesse di soddisfare le richieste dei contadini conservatori, incontrerebbe  delle ovvie difficoltà. Si tratterebbe comunque di modificare una legge costituzionale.

Cosa deciderà Jair lo vedremo nel tempo ma, intanto, le prime evidenze sono già sotto i nostri occhi: la deforestazione nell’Amazzonia brasiliana è salita quasi al 50% durante i tre mesi che hanno preceduto l’elezione del presidente. In altre parole, la foresta ha perso 1,674 chilometri quadrati da Agosto a Ottobre, un’area grossa più del doppio della dimensione della città di New York. Come andrà a finire?

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