giovedì, Ottobre 29

Amazzonia: Bolsonaro inizia vacillare, ma non sotto i colpi del G7 Macron minaccia sanzioni commerciali, ma il colpo vero arriva dall’interno, il Presidente ha perso il sostegno dei leader rurali, che temono le sanzioni commerciali in Europa

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Da ieri migliaia di militari brasiliani sono al lavoro contro le fiamme che stanno divorando l’Amazzonia. Jair Bolsonaro per la prima volta è seriamente in difficoltà, sia all’interno del Paese, nei confronti del suo stesso elettorato, sia sul piano internazionale.
Il Governo ha deciso di impegnare una buona parte dei 44.000 dispiegati sul terreno dell’Amazzonia (ma al momento non si sa esattamente quanti), dotati di diversi aerei C-130e stanziare circa 10 milioni di euro per le operazioni.

Uno sforzo al quale il Presidente brasilianosi è deciso, dopo aver a lungo tergiversato, solo dopo le pressioni dell’Europain particolare di Emmanuel Macron, che ha minacciato di far saltare l’accordo di libero scambio con il Mercosur, e i timori del suo elettorato rurale di perdere i grandi clienti europei. Ieri, i leader del G7 hanno deciso, ha dichiarato Macron, «tutti d’accordo» di «aiutare quei Paesi che sono stati colpiti dagli incendi il più rapidamente possibile».

La Colombia è il primo Paese a chiedere aiuto alla comunità internazionalegli altri Paesi coinvolti -ovvero oltre il Brasile (che ha giurisdizione su oltre il 60% di tutta l’area amazzonica) che considera il coinvolgimento del G7 e i pronunciamenti di Macron come un’interferenza esterna e parla di ‘mentalità colonialista’ del leader francese, Bolivia, Ecuador, Guyana francese, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela- per il momento tacciono. «Le nostre squadre stanno entrando in contatto con tutti i Paesi amazzonici in modo da poter concludere alcuni impegni molto concreti che coinvolgono risorse tecniche e finanziamenti», ha dichiarato il Presidente francese.

Quanto ad oggi deciso dal G7 (ma si avrà la conferma solo oggi alla chiusura) pare il minimo di quanto avrebbe potuto e secondo molti dovuto fare.
La distanza tra il fatto e il quanto avrebbe potuto fare, appare evidente nelle richieste avanzate dal WWF nelle scorse ore: che i Paesi G7 mettano a disposizione le proprie agenzie spaziali, non solo per rilevare l’esatta estensione degli incendi e i danni prodotti alla foresta, ma anche come strumento di sorveglianza dell’areache richiedano al Brasile norme per introdurre il divieto di riutilizzare ai fini economici le aree devastate degli incendi; che si attivino per una conferenza internazionale per l’Amazzonia con misure concrete di protezione. Il G7 pare aver risposto, e per altro parzialmente, alla sola richiesta di una task force internazionale, subito operativa, dotata di uomini e mezzi adeguati per aiutare il governo brasiliano a spegnere gli incendi. Il Governo brasiliano al momento non ha chiesto gli aiuti, anzi, e l’aiuto promesso da Macron non pare una task force internazionale.
Nè a Biarritz ha preso consistenza la minaccia di Macron di bloccare l’accordo commerciale con il Mercosur concluso a giugno.
La responsabilità sarà addossata all’ingombrante Donald Trump, che dall’accordo sul clima si è ritirato oramai da tempo, e chevenerdì sera, attraverso Twitter aveva detto che gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare Brasilia a contenere gli incendi, ma aggiungendo che «le future prospettive commerciali» tra gli Stati Uniti e il Brasile «sono molto eccitanti», e sicuramente a una mozione come quella proposta dal WWF si sarebbe oppostoma gli altri G7 non sono esenti da responsabilità.

Nessuno si è assunto l’onere di andare allo scontro aperto con il Brasilepur evidenziando contrasti che all’interno del club dei grandi vi sono sul clima, e pur evidenziando il timido tentativo europeo di assumere la leadership sulle questioni che riguardano il climadi affermare quella visione europea del mondo e l’ambizione della UE ad essere una ‘superpotenza verde’, come ha affermato Pascal CanfinPresidente della sua Commissione ambiente della UEPer quanto la questione climatica inutile negarlo grazie, al lavoro di Greta Thunberg- stia assumendo sempre maggiore rilevanza nell’opinione pubblica occidentale, nessuno, al momento, ha il coraggio di una presa di posizione forte nei confronti del più grande Paese del Sud America, con il quale tutti avrebbero qualcosa da perdere. L’Europaper adesso, si è accontentata di far credere all’opinione pubblica internazionale che la decisione di Bolsonaro di mandare i militari a spegnere i fuochi sia una capitolazione.

I maggiori esperti del clima intervenuti durante questi ultimi giorni concordano sul fatto che la comunità internazionale non riesce incidere sulla questione climatica, perché «per combattere efficacemente il riscaldamento globaletutti i Paesi devono guardare nella stessa direzione», come sintetizzato al ‘New York Times’ da Jean Jouzel, uno dei maggiori esperti francesi del clima. E così non è né all’interno del G7, considerato la posizione di Trump, né nel più ampio consesso internazionale.

Il Brasileche negli ultimi due decenni era riuscito rallentare la deforestazioneè nella morsa delle politiche di Bolsonaro, chein campagna elettorale aveva minacciato di ritirare il Paese dall’accordo sul clima di Parigi, e che nei nove mesi di presidenza hanno accelerato il ritmo della deforestazione e hanno portato a una diffusa distruzione delle aree protette dell’Amazzonia da parte di minatori, taglialegna e agricoltori.
Tutto questo mentre, secondo i sondaggi, i brasiliani considerano Bolsonaro il peggior leader sudamericano dopo quelli di Cuba e Venezuela (dati Ipsos Institute), e si oppongono in modo schiacciante alla sua politica ambientalecon manifestazioni in molte grandi città del BrasileSecondo ‘El Pais’, Bolsonaro ha già perso la sua crociata contro l’ambiente con la vicenda dei fuochi in Amazzonia e la sua reazione al problema. Ha perso, in particolare, perché «a livello nazionale, il Presidente ha perso il sostegno dei leader ruraliche temono le sanzioni commerciali in Europa».

Quelle sanzioni che ad oggi l’Europa non ha ancora avuto il coraggio di mettere in attoL’Europa, grazie alla pressione dell’opinione pubblica, ha iniziato a reagire. Nelle scorse settimane Germania e Norvegia hanno sospeso i versamenti di fondi al fondo brasiliano dell’Amazzonia, programma che è stato riconosciuto unanimamente che era stato fondamentale per frenare la deforestazione. E ancora poche settimane or sono l’Irlanda aveva dichiarato la sua opposizione all’accordo commerciale tra l’Unione Europea e Mercosur –valore per il Brasile, 88 miliardi di dollari nel prossimo quindicennio,seguita ora dalla Francia.
La pressione economica combinata di blocco dell’accordo e boicottaggio del Made in Brasile probabilmente sono alla base della decisione di Bolsonaro di mettere in campo i militari contro i fuochi. Ma la decisione non è certo una capitolazione, come sottolinea la gran parte degli osservatori internazionali, l’obiettivo vero di Bolsonaro non è fermare i fuochi, è bloccare le ritorsioni commerciali e recuperare l’immagine del Paese a livello internazionale, soprattutto tra gli investitori internazionali -in questa direzione starebbe lavorando il Governo secondo un documento di 12 pagine ancora segreto e citato da ‘Reuters

Secondo Gustavo Faleiroseditore di ‘InfoAmazonia.org, «gli incendi continueranno, o addirittura peggioreranno, a settembre – storicamente il mese più secco in Amazzonia. A ottobre, il Sinodo dei vescovi panamazzonici, convocato da papa Francesco, dovrebbe portare ulteriori critiche a Bolsonaro».

Per Bolsonaro e per il Brasile i tempi difficili sono appena iniziatiper il futuro dell’Amazzonia i prossimi mesi potrebbero essere decisivimolto dipenderà dalla comunità internazionale, ma molto di più, forse, dalla capacità di reazione dei brasiliani, e non solo degli ambientalisti, in prima linea potrebbero esserci proprio i grandi elettori del Trump brasiliano e i grandi investitori interni e internazionali.

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