lunedì, Settembre 28

Altri ‘fondamentalismi’: il caso dello Sri Lanka Il Governo ha proclamato lo stato d'emergenza dopo le violenze di questi giorni. Lo scontro religioso tra buddisti e musulmani: un quadro con Francesca Manenti, analista desk Asia del CeSI

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In Sri Lanka è nuovamente emergenza: si è riacceso il conflitto religioso tra la comunità buddista e quella musulmana. Ieri, le autorità del Paese hanno proclamato lo stato d’emergenza per dieci giorni, dopo che da giorni nella regione di Kandi si sono riaccese le tensioni tra le due comunità etnico-religiose.

A febbraio cinque persone erano rimaste ferite, mentre dalla settimana scorsa due persone hanno perso la vita: prima l’assassinio di un cingalese buddista, linciato da un gruppo di sedicenti musulmani, poi il ritrovamento, nel fine settimana, del cadavere di un musulmano tra le macerie di un edificio dato alle fiamme. Dopo il ritrovamento di questa seconda vittima, le autorità avevano subito disposto il coprifuoco in questa regione centrale, nota per il turismo e le piantagioni di te.

Ieri, dopo l’annuncio dello stato d’emergenza -che era stato revocato in Sri Lanka sette anni dopo la fine della guerra ultratentennale con i ribelli di etnia tamil-, le forze dell’ordine sono state dispiegate massicciamente in tutta la regione per evitare ulteriori scontri.

Nella mattinata di oggi si sono registrati scontri. La Polizia ha sparato gas lacrimogeni per disperdere i rivoltosi e almeno tre poliziotti sono rimasti feriti negli scontri notturni a Menikhinna, un sobborgo di Kandy, al centro dei nuovi disordini.
Le scuole di Kandy, 115 chilometri (72 miglia) a est di Colombo, oggi sono rimaste chiuse. Più di 150 case, negozi e veicoli sono stati incendiati durante due giorni di rivolta. Il Parlamento ha presentato le scuse alla minoranza musulmana, che costituisce il 10% della popolazione del Paese che conta 21 milioni di cittadini.
Le rivolte del novembre scorso nel sud dell’isola avevano causato la morte di un uomo. Lo scorso anno, sempre in primavera, si erano avuti incidenti . Gli scontri più importanti tra buddisti e musulmani si erano registrati nel giugno 2014, causando la morte di quattro persone e molti feriti, disordini che erano stati fomentati da un gruppo estremista buddista i cui leader sono sotto processo, accusati di causare conflitti religiosi.

Nell’isola la minoranza musulmana -che costituisce circa il 20% della popolazione, su 21 milioni di abitanti – lamenta discriminazioni da parte della maggioranza cingalese buddista. Ambo le parti hanno visto anche il sorgere di frange estremiste: tra i buddisti, il gruppo Bodu Bala Sena (Bbs), considerato da alcuni l’istigatore delle violenze degli ultimi giorni. Altri invece, come ricorda l’emittente ‘Al Jazeera’, accusano alcuni musulmani di aver assunto atteggiamenti aggressivi e di praticare conversioni forzate.

Nel 2015 il Presidente Maithripala Siresena aveva dichiarato la sicurezza della minoranza islamica una priorità del Governo.

Esattamente un anno fa, le violenze e i disordini che si erano verificati, avevano messo in allarme gli osservatori, che ipotizzavano l’affermazione di uno zoccolo duro di estremismo buddista  -che già nel 2014 sembrava aver conquistato spazi importanti sull’area Sri Lanka, Myanmar, Thailandia

Che cos’è il fondamentalismo buddista. Lo scorso febbraio 2016 facemmo questa approfondita analisi che ora proponiamo

Partiamo col dire che il fondamentalismo non esiste. O meglio, è innanzitutto un costrutto astratto che si rivela utile per mettere ordine in una realtà in cui compaiono da tempo movimenti collettivi che si avvalgono di retoriche religiose per scopi politici. Esistono, quindi, tanti e diversi movimenti collettivi fondamentalisti, che sono apparsi in diversi contesti socio-religiosi, e che possono presentare in modo ricorrente tratti comuni. Il fondamentalismo, perciò, non è certamente figlio soltanto della cultura islamica, come spesso siamo portati a credere. Tanto per cominciare il fondamentalismo nasce in ambito protestante: ‘The Foundamentals’ era il titolo di una raccolta di saggi pubblicata nel 1909 negli Stati Uniti, per opera di un gruppo di cristiani battisti che si opponevano alla teologia liberale e all’analisi scientifica e filologica del Testo Sacro, la Bibbia. L’accezione prevalentemente negativa, quindi, è una connotazione posteriore, non era certo presente nei primi utilizzi del termine.

Dobbiamo, quindi, sfatare la credenza che esistano religioni cattive e violente e religioni buone e pacifiste. Nessun uomo di fede vi dirà mai che la sua religione promuove la guerra. Eppure succede. Anzi, oggi molto spesso le religioni entrano in guerra diventando il linguaggio pubblico delle politiche d’identità, il repertorio di simboli che gli attori sociali e politici utilizzano per parlare dell’altro, e quindi anche di se stessi. Le religioni sono mezzi di comunicazione sociale efficace che convincono nel profondo i sentimenti umani della bontà del ricorso alla violenza. Sono il bacino di senso a cui attinge la politica per legittimarsi tramite il ricorso a principi e simboli oltremondani. E poi si sente parlare di società secolarizzate. Le religioni hanno ritrovato il loro ruolo nella definizione delle politiche d’identità, divenendo quindi ‘ideologie etniche’ e finendo per negare la loro pretesa d’essere depositarie di valori universali, come la pace; esse si particolarizzano prendendo parte diretta nella contesa che oppone un’identità etnica ad un’altra.

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