lunedì, Dicembre 16

Alle radici del welfare: demografia nazionale, migrazioni e politiche dello sviluppo Intervista a Pier Giorgio Ardeni, Ordinario di Economia politica e dello Sviluppo dell’Università di Bologna

0

«Nel corso degli anni il continuo aumento della sopravvivenza nelle età più avanzate e il costante calo della fecondità hanno reso l’Italia uno dei Paesi più vecchi al mondo». Lo dice l’Istat, nel report ‘Popolazioni e famiglie’ del 2017.

Senza dimenticare il rapporto positivo tra sviluppo e mobilità recentemente evidenziato da Maurizio Ambrosini, la relazione complessa esistente, da un lato, tra demografia e mercato del lavoro nei Paesi europei e, dall’altro, tra i fattori che spingono le persone a emigrare e le modalità che incontrano per accedere a una nuova cittadinanza costituisce il nodo dal quale dipenderà la salute delle società contemporanee. Se gli italiani sono tra cittadini europei più longevi, ciò non significa che godano di buona salute. Con questa premessa, e allargando l’accezione, una società ‘in salute’ non sarà soltanto quella che conosce un rapporto più bilanciato tra cittadini a riposo e cittadini attivi, ma anche una realtà in grado di colmare e risolvere i vuoti di occupazione anche al di là delle mere manovre fiscali, ossia riabilitando elementi di welfare già operanti in altre democrazie o ‘persi per strada’, come sembra emergere dalla nostra esperienza storica nazionale. La risposta italiana alle previsioni dei demografi, se si guarda oltre le frontiere esterne all’Europa, implica il superamento delle antitesi tra accoglienza e sviluppo ‘a distanza’ e non può che essere politica.

Ne abbiamo discusso ampiamente con il Professor Pier Giorgio Ardeni, Ordinario di Economia politica e dello Sviluppo dell’Università di Bologna.

 

Professor Ardeni, alla luce degli studi di economia dello sviluppo e della Sua esperienza professionale e di ricerca, è possibile prevedere come cambieranno, nell’arco di 50 anni, gli equilibri demografici e i rapporti economici tra cittadini europei e cittadini provenienti da Paesi terzi?  Qual è la risposta o quali risposte, in termini di policy, sarebbero auspicabili per il processo di trasformazione della società contemporanea al quale assistiamo?

Iniziamo dagli ‘equilibri demografici’. La questione concerne le tendenze di lungo periodo.

La demografia, nei Paesi europei e occidentali, sta seguendo una traiettoria e le tendenze demografiche sono, necessariamente, traiettorie di lungo periodo. Mi riferisco a una bassa natalità, a un’età media molto alta, a una mortalità più o meno costante. L’età media aumenta anche se, negli ultimissimi anni, ha raggiunto un plateau (44,9 anni al 1° gennaio 2017). Il suo allungamento si è fermato, anche per le criticità legate ad alcune categorie sociali che hanno vita media più bassa, come alcune tipologie di anziani – ma qui entriamo in un altro tema.

Da un lato c’è il problema, ormai annoso, di come mantenere la nostra struttura di welfare e sociale in generale: non è solo un problema legato al pagamento delle pensioni. In base al nostro sistema, al di là dei criteri di allocazione delle pensioni (sistema contributivo o retributivo, il discorso non cambia), oggi sono messi da parte dei soldi da persone che li prenderanno tra qualche anno; intanto, però, questi soldi sono spesi e, quindi, tra qualche anno ci dovrà essere qualcuno che verserà i finanziamenti ai beneficiari che ne avranno diritto. Il sistema delle pensioni funziona, più o meno ovunque, così. Anche per chi mette da parte la sua pensione in un fondo, si tratterà di un fondo che ‘sta lì’ e, trascorso un certo tempo, dovrà restituire i relativi proventi.

Secondo i dati del nostro Istituto di Statistica e un recente contributo di Alessandra Del Boca e Antonietta Mundo (già Coordinatore generale del Servizio statistico attuariale dell’INPS), il rapporto di dipendenza degli anziani pensionati rispetto ai cittadini in età da lavoro – non tutti necessariamente occupati – è in progressivo aumento (dal 34,8% nel 2017, considerando l’attuale limite legale dei 64 anni, al 46,8% nel 2066 per un pensionamento calcolato a 69 anni)…

Il pagamento delle pensioni, come dicevo, è solo un aspetto del problema. La demografia influisce anche, per esempio, sulla cura e sull’assistenza in senso ampio. Pensiamo alle assistenti familiari, alla sfera della cura alla persona. Quest’ultimo è uno dei settori che, negli anni, come mostrano anche i dati dell’Istat, risulta in crescita. Ovviamente, più la popolazione invecchia più c’è bisogno di assistenza e cure. Un tempo si invecchiava molto precocemente e il periodo che trascorreva tra la data della pensione e il momento del decesso era breve. Oggi l’età si è allungata, però l’Italia, da questo punto di vista, è messa peggio degli altri Paesi europei…

Per quale ragione?

Mentre negli altri Paesi europei, che pure hanno un’età media leggermente inferiore all’Italia, gli ultimi anni di vita sono mediamente sani (parliamo di medie nazionali, che comprendono ogni sottocategoria), in Italia i dati sanitari mostrano che le persone, negli ultimi anni di vita, ricevono molte cure: non arriviamo ‘intatti’ al momento del decesso, e la nostra è ancora una vecchiaia di acciacchi e malattie, secondo una varietà di situazioni che richiedono assistenza e cura. Tutto questo crea uno squilibrio demografico: più sono gli anziani (e meno sono i giovani), più c’è bisogno di giovani, non solo per pagare le pensioni, ma per prendersi cura di questi anziani, tanto più che essi non sono in salute: hanno un bisogno effettivo di cure, non solo mediche, ma di assistenza generale.

Io abito a Bologna. Come moltissime realtà urbane italiane, soprattutto quelle che hanno visto la ricostruzione del Dopoguerra, questa città ha un gravissimo problema di accesso ai piani alti. Sembra un fatto di poco conto, ma in realtà è stato valutato che il 30% degli appartamenti bolognesi si trova al terzo, quarto piano, o a un piano superiore, senza ascensore. Questa è una criticità enorme per l’assistenza agli anziani, che diventa costosissima. Perciò abbiamo un problema di costi, ma anche di personale. In questa chiave emerge lo squilibrio demografico e tutti gli indicatori dicono che dovremmo accogliere immigrati allo scopo di mantenere un equilibrio tra la popolazione giovane e quella meno giovane: semplicemente perché una società ‘sana’ presenta un certo equilibrio tra la prima, che lavora, contribuisce ai servizi, ecc., e la popolazione anziana che, giustamente, ‘va a riposo’. Essa potrà anche essere attiva, ma non rappresenta la parte di popolazione su cui si reggono l’economia e il Paese, non solo dal punto di vista del sistema pensionistico. Questo squilibrio c’è ed è destinato ad aumentare perché parliamo di tendenze che non cambiano nel breve periodo.

C’è, poi, un altro fatto: molta della nostra struttura produttiva ha bisogno di manodopera. Lo sottolineo: ne ha bisogno. Anche se pensiamo a una grande riconversione, a una grande terziarizzazione, non c’è dubbio che la nostra economia necessita di forza-lavoro: quella esistente e quella potenziale.

Quali settori sono più interessati da questa necessità?

Anche le nuove imprese, i nuovi settori – l’innovazione, dove si spera che l’Italia ricomincerà a investire nei prossimi anni – sono tutti settori che hanno bisogno di forza-lavoro. E questa, dati i tassi attuali di natalità e gli altri squilibri strutturali, potrà venire solo dagli immigrati.

Dobbiamo guardare anche l’altro lato della medaglia: da dove viene l’offerta di lavoro, cioè di manodopera nuova? Viene dai Paesi in via di sviluppo (PVS) e soprattutto – anche se non completamente – dai Paesi più poveri. Qui invece, oltre alla povertà, c’è un problema di eccesso di offerta. Accantoniamo per un istante la questione dei rifugiati – che, comunque, è un problema umanitario. In termini di domanda e offerta di lavoro, nei Paesi africani c’è un’alta natalità e, quindi, popolazione giovane che non trova lavoro. Lo troverebbe in un Paese europeo, il quale, però, dovrebbe essere disposto ad accoglierlo.

Siamo in grado di accogliere quei giovani?

Lo saremmo, certo, perché noi abbiamo settori – la cronaca ce lo racconta – nei quali cittadini di Paesi terzi svolgono lavori che i cittadini italiani non fanno. Perché non ci sono assistenti familiari italiane? Mica perché non le vogliamo. Semplicemente perché le donne italiane fanno altro. Adesso ci sono moltissimi lavoratori nei settori delle pulizie, ma anche della cura alla persona e relativi a varie tipologie di assistenza. Sono ‘stranieri’: non perché – lo ripetiamo – non si ammettano cittadini nazionali in quei settori, ma perché gli italiani non vanno a fare quel tipo di lavoro.

Certo, c’è la questione dell’integrazione (dobbiamo garantire i servizi sanitari, l’abitazione, ecc.); tuttavia, una volta che queste persone entrano nel circuito produttivo, pagano le tasse: voglio dire che è un problema che si risolve da solo, come è avvenuto per gli italiani che si sono mossi dal Meridione per emigrare nelle città del Norditalia. Quegli italiani andavano a lavorare in fabbrica, entravano nel circuito di una società dinamica che, pur con tutte le resistenze e le storture proprie ai processi di emigrazione, sono stati in grado di soddisfare una domanda di lavoro, ma anche di trovare una collocazione. Oggi, negli hinterland di Torino e Milano, abbiamo interi quartieri abitati da figli di italiani che cercarono lavoro al Nord e ora, dal punto di vista dei diritti civili e sociali, sono perfettamente integrati.

Perciò, per tornare alla domanda iniziale (‘come cambieranno demografia e rapporti economici nei prossimi anni?’), questa tendenza è destinata senz’altro a perdurare, tanto più se i governi europei non faranno qualcosa per invertirla… Ma, anche questo caso, si può invertire ben poco a livello politico. Del resto, è vero che oggi i giovani, italiani e non, fanno fatica a fare dei figli, ma perché è difficile: non c’è un sistema funzionante come quelle delle vecchie scuole per l’infanzia, né un sistema di assistenza domiciliare… C’è, insomma, tutta una serie di condizioni che dovrebbero essere garantite: su questo le politiche possono intervenire.

Potrebbe esprimere una valutazione sulle politiche in atto e, in base alla sua esperienza, suggerire qualche correttivo auspicabile nel senso da Lei appena delineato?

Occorrono politiche che favoriscano i giovani, le giovani coppie, il mercato degli affitti, le scuole per l’infanzia, l’assistenza domiciliare e gli anziani (dei quali non si dovrebbero occupare i giovani). Mi riferisco a un nucleo politiche che, in definitiva, sono proprie del welfare. Detto altrimenti, possiamo ricorrere alle politiche fiscali sul lavoro, ma queste risolveranno poco. Certo, la detassazione del lavoro potrebbe contribuire a favorire l’assunzione di manodopera italiana, che ha un problema di alta disoccupazione, soprattutto nelle fasce più qualificate o mediamente qualificate: sono le fasce che più soffrono. Sono, quindi, sicuramente necessarie politiche che favoriscano una defiscalizzazione del lavoro, l’assunzione, la diminuzione della precarizzazione del lavoro, anch’essa incidente sulla natalità.

Credo che ragionare solo in termini di ‘mantenimento della popolazione italiana’ sia perdente, perché queste sono tendenze di lungo periodo e sono legate alla struttura sociale, alla struttura del reddito. Se, ad esempio, guardiamo alle generazioni di immigrati che sono qui da 30 o 40 anni, queste persone si sono italianizzate in tutto, anche nel tasso di natalità: le coppie figlie di immigrati giunti in Italia 30 anni fa, che adesso iniziano ad avere figli, hanno un figlio o, al massimo, due a coppia; e ciò perché assumono stili di vita che sono conformi alla società contemporanea. L’Italia, in questo, non è diversa dagli altri paesi ‘avanzati’.

Pensare che le politiche possano invertire questa tendenza demografica non è realistico. Bisognerà, comunque, favorire – come accennavo –  le giovani coppie, il mercato dell’abitazione, tutta la scuola. Per le famiglie italiane, la scuola non è più quella che era un tempo, al di là del fatto che oggi, in termini di educazione, si demanda alla scuola molto più che in passato: la famiglia non ha più la stessa funzione, ma è vero che la scuola, soprattutto rispetto alle fasce più giovani (scuola dell’infanzia e elementare), non è in grado di  garantire l’offerta anteriore – pensiamo ai nostri famosissimi asili-nido e alle scuole materne… È un sistema che, a livello nazionale, merita di essere rivitalizzato.

Visualizzando 1 di 2
Visualizzando 1 di 2

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.