sabato, Luglio 20

Alle origini del suprematismo

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Come è noto, i recenti eventi di Charlotteville hanno visto un corteo di suprematisti bianchi che marciava verso l’Università della Viriginia per contestare la rimozione della statua del generale confederato Robert E. Lee scontrarsi con un gruppo di studenti e attivisti collocati su posizioni politiche opposte che si erano simbolicamente riuniti attorno alla statua del ‘padre fondatore’ Thomas Jefferson – ignorando peraltro che Jefferson era un latifondista che impegnava nella sua tenuta centinaia di schiavi neri.

Nel parapiglia sono rimaste ferite decine di persone, ed Heather Heyer, un’assistente legale di Green County, è rimasta uccisa dopo esser stata colpita in pieno da un’auto diretta deliberatamente contro di lei da James Alex Fields Jr., un giovane suprematista dell’Ohio. Terry McAuliffe, governatore democratico della Virginia, ha reagito proclamando lo stato di emergenza, mettendo in stato di allerta la Guardia Nazionale e dichiarando che «nazisti e suprmatisti bianchi sono invitati ad andarsene. Qui non c’è posto per voi».

L’episodio manifesta in maniera lampante i pesantissimi strascichi prodotti sull’odierna vita politica statunitense dalla Guerra di Secessione, che tra il 1861 e il 1865 contrappose il nord industriale e abolizionista al sud latifondista e schiavista. Un carnaio tremendo, che oltre a lasciare sul terreno quasi 700.000 morti, va a configurarsi come la prima guerra moderna, «sia per il numero degli uomini che per i mezzi impiegati, ma anche perché tale da coinvolgere la società nel suo complesso, implicando una sorta di ‘mobilitazione totale’».

E fu proprio in conformità a questa nuova visione bellica che le divisioni unioniste agli ordini del generale William Sherman si lanciarono verso la cosiddetta ‘marcia verso il mare’, l’imponente sortita di oltre 1.000 km in territorio georgiano durante la quale i soldati nordisti conquistarono Savannah e Charleston prima di invertire la rotta e ricongiungersi con i corpi d’armata dal generale Sheridan – vittoriosi a Five Forks – e serrare da sud l’accerchiamento dell’esercito confederato.

La ‘cavalcata’ di Sherman lasciò una scia di sangue e distruzione da cui il sud non si sarebbe mai realmente ripreso. Ponti, strade, ospedali, depositi di semi, bestiame e qualsiasi genere di infrastruttura vennero sistematicamente fatti saltare in aria o bruciati, mentre città fiorenti come Atlanta furono letteralmente rase al suolo. Alcuni storici smaliziati hanno avanzato l’ipotesi che la demolizione sistematica degli Stati meridionali perpetrata da Sherman mirasse a creare le condizioni adatte a favorire la penetrazione economica delle imprese settentrionali, che oltre a provvedere alla ricostruzione delle infrastrutture, avrebbero avuto la possibilità di acquisire le disastrate aziende locali a prezzi di saldo.

La tesi è avvalorata dal fatto che, a conflitto concluso, il sud si trasformò effettivamente, grazie soprattutto all’introduzione di una tassa assai elevata sull’export di cotone, nel «mercato obbligato di sbocco per la produzione industriale del nord», e in territorio di colonizzazione per gli avidi speculatori del New England, i quali rilevarono a prezzi stracciati proprietà fondiarie e attività di ogni genere introducendovi i metodi di organizzazione del lavoro vigenti nei propri Stati di origine.

Segno evidente che la ‘marcia verso il mare’ di Sherman aveva dato i suoi frutti. La rovina si abbatté poderosamente sugli Stati del sud, le cui obbligazioni emesse durante il periodo confederato si trasformarono in carta straccia, le cui banche e imprese ferroviarie subirono fallimenti a catena e il cui reddito pro capite declinò drammaticamente fino ad assestarsi a un livello corrispondente a circa il 40% di quello del nord. Senza contare che, come riporta il settimanale ‘The Economist‘, «l’influenza degli Stati meridionali, in precedenza ragguardevole, fu notevolmente ridimensionata e sarebbe rimasta molto ridotta fino alla seconda metà del secolo successivo».

Non era che l’aspetto più evidente del tentativo del nord, forte del verdetto del campo di battaglia, di imporre al sud il proprio modello economico e socio-politico. È proprio sulla base di questo progetto che gli schiavi furono introdotti nella società come cittadini liberi – grazie al XIII Emendamento – di colpo e senza che l’autorità federale versasse un centesimo di indennizzo ai loro ex padroni, i cui possedimenti che non erano stati irreparabilmente danneggiati durante il conflitto vennero in molti casi confiscati.

La possibilità di ricoprire ruoli pubblici fu preclusa per tutti coloro che avevano collaborato con le istituzioni sudiste durante il periodo confederale, contro i quali i numerosi demagoghi locali, prontamente saliti sul carro del vincitore una volta deposte le armi, cercavano di istigare il comprensibilissimo risentimento degli ex schiavi, non ancora avvezzi alla vita democratica.

Il marasma sociale che ne scaturì favorì la costituzione di organizzazioni segrete intenzionate a ristabilire i vecchi rapporti sociali, la più celebre delle quali è indubbiamente il Ku Klux Klan (Kkk). Fino agli anni ’80 del XIX Secolo, tale movimento ha riunito per lo più ex soldati confederati non disposti ad accettare le imposizioni del nord, ma dai primi anni del Novecento la sua struttura è cambiata sensibilmente dandogli la fisionomia che film e romanzi hanno tramandato fino ad oggi.

A partire dalla seconda metà del XX Secolo, il Kkk è infine stato investito da un notevole processo di frammentazione che è all’origine di una miriade di sotto-gruppi di cui si compone oggi il suprematismo bianco; dai Loyan Knights di Chris Barker all’ex Gran Maestro del Kkk David Duke, che non a caso era uno degli organizzatori della ‘marcia di Charlottesville’. Stando alle ricostruzioni più accreditate, «tra i tremila e i cinquemila membri militerebbero attivamente dentro le fila dei sostenitori statunitensi della superiorità della razza bianca. E per quanto il Kkk sostenga di aver cessato qualunque attività violenta […] [sono]ancora presenti elementi di antisemitismo, di violenza fisica, di progettazione d’attentati e così via […]. Come da tradizione, il Klan è ancora attivo principalmente negli Stati del sud: Mississipi, Louisiana, Georgia, Sud Carolina e, ovviamente, Nord Carolina».

Donald Trump ha condannato il Kkk e i suoi satelliti, pur chiarendo che le responsabilità di quanto accaduto a Charlottesville vanno ripartite tra entrambi gli schieramenti che hanno preso parte agli scontri. La sua critica al suprematismo in quanto tale non può tuttavia uscire dai canoni della politica, essendo la libertà di opinione un cardine della Costituzione americana. Pertanto, chi professa il suprematismo e si limita a dare sfoggio del proprio credo attraverso simboli e bandiere senza torcere un capello a chicchessia non commette alcun reato.

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