venerdì, Agosto 23

Alla scoperta del ‘pianeta’ carcere 60 mila i detenuti in Italia, un terzo stranieri, incontro a Sollicciano, carcere pilota contro il terrorismo jihadista e nell’attività rieducativa e per il reinserimento dei detenuti, appello del Direttore alle imprese per il lavoro

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Fra i tanti temi  dimenticati dal dibattito che infiamma ormai da mesi la politica italiana, ve n’è uno che riguarda le condizioni di vita di migliaia di persone, particolarmente disagevoli in questi  torridi giorni: è quello delle carceri italiane, dove non  si è mandati a marcire, come un certo  ministro ha detto, ignorando la funzione che la Carta costituzionale  assegna al sistema carcerario, che è quello dove si è reclusi per scontare una pena, ma anche dove si svolgono  attività formative ed educative allo scopo di favorire il recupero e il reinserimento dei detenuti nella società. Anche l’informazione è spesso carente e approssimativa, ignorando talvolta le reali condizioni dei vari istituti di pena.

E’ perciò con particolare interesse umano e professionale che un cospicuo gruppo di giornalisti si è incontrato con gli operatori all’interno del carcere di Sollicciano, a Firenze, uno dei sei istituti di pena pilota in Italia del progetto per il contrasto alla radicalizzazione jihadista, nell’ambito del percorso di aggiornamento professionale promosso dall’Ordine e dall’Associazione Stampa Toscana, d’intesa con il Direttore del carcere Fabio Prestopino. Tema: ‘Le competenze e l’operatività del corpo di polizia penitenziaria e il ruolo dell’informazione sul pianeta carcere’. 

Quella di Sollicciano è una delle realtà forse più vicine ai compiti istituzionali, anche se pure qui dentro si avvertono carenze che appartengono all’intero sistema. Già l’edificio si presenta con un’architettura gradevole, quasi uno stadio, un’arena con spazi verdi all’interno e un andamento circolare che, invece, nelle intenzioni dei costruttori doveva rappresentare la forma di un giglio, simbolo della città. Ma proprio questa struttura esteticamente apprezzabile sembra non del tutto adeguata alle attuali esigenze dell’Istituito. La recente proiezione di un docu-film, alla presenza del Presidente della Repubblica, che racconta il viaggio  nelle carceri della Corte Costituzionale, mostra realtà ben diverse, assai più pesanti. Durante questo nostro incontro, si sono appresi alcuni numeri che danno un’idea generale dei nostri carceri. Intanto, sono circa 60 mila i detenuti in Italia, un terzo dei quali (20.300 circa) stranieri  in gran parte provenienti soprattutto dal Maghreb (Marocco e Tunisia, reati prevalenti: droga), ma anche da Albania, Romania, Nigeria (fenomeno in ascesa), Senegal, Algeria. Una proporzione che a Firenze è del tutto invertita poiché su circa 800 detenuti, solo un terzo sono italiani. Da altre fonti si apprende che in carcere ci sono più di 22 mila persone con meno di tre anni di pena, ma con una recidiva per chi esce che sale di continuo, fino a raggiungere il 70%. E’ evidente che il problema  non è solo dentro il carcere, ove ci sono tante persone – personale penitenziario, medici, educatori, volontari – che si prodigano per garantire condizioni di vivibilità e speranza.

Quali i problemi affrontati? Eccoli: il ruolo di reinserimento dei detenuti, la scoperta di uno dei corpi più giovani e più attivi tra le forze di polizia, la Polizia penitenziaria, i compiti di monitoraggio che negli istituti di pena vengono svolti per contrastare il terrorismo internazionale, le criticità che si presentano nella gestione della collettività dei detenuti talvolta in situazioni di sovraffollamento, il difficile compito dei cronisti che devono raccontare l’universo carcerario. Quello di Firenze è infatti uno dei sei istituti di pena pilota in Italia del progetto per il contrasto alla radicalizzazione jihadista. E qui si tocca un tema complesso. “E’ noto che il carcere è un bacino di reclutamento jihadista, sia per il basso livello culturale  dei detenuti che per la loro condizione di povertà” – dice  Massimo Mencaroni, Comandante del reparto della Polizia penitenziaria della Casa circondariale. “Si  tratta” – precisa – “di soggetti vulnerabili, tra i quali anche italiani. Per quanto riguarda l’azione di contrasto, stiamo monitorando il fronte del proselitismo per mettere in atto interventi adeguati,  intanto adottando vari livelli di classificazione ( ad es. gli islamici praticanti sono circa il 12% dei maghrebini), è chiaro che prestiamo grande attenzione alle condizioni ambientali attraverso incontri con i rappresentanti delle rispettive comunità esterne e associazioni varie, compresa quella di S. Egidio. Il  controllo del fenomeno richiede contatti con l’Europa. Attenzione prestiamo anche ai fenomeni di radicalizzazione dell’area anarchica” .

Da quanto si apprende, all’interno del carcere si svolge una costante attività di intelligence, che richiede personale specializzato. Ecco l’altro aspetto che sfugge spesso ai media: il ruolo che svolge il personale di polizia penitenziaria, corpo di recente istituzione, la cui attività – ricorda il Direttore –  “è un modello sotto il profilo della sorveglianza, della custodia, della sicurezzariconosciuto manche a livello europeo”. Una testimonianza preziosa quella del Procuratore della Repubblica di Firenze, Giuseppe Creazzo, che ha evidenziato anche il ruolo investigativo di un corpo di polizia che non ha soltanto il compito della custodia, ma anche quello del monitoraggio dell’insieme dei detenuti e che, in molti casi, si è tradotto in un contributo importante alle indagini della magistratura. In particolare ha ricordato il ruolo svolto da  “un  semplice agente di polizia giudiziaria”  nell’intercettare un ‘pizzino’ che un boss  mafioso detenuto stava passando ai familiari, così come in altri   casi istruiti dallo stesso Procuratore contro le mafie. Un lavoro prezioso, di alta qualità.  Sandro Bennucci, Presidente dell’AST (Associazione Stampa Toscana), ricorda come  il primo contatto tra il sindacato dei giornalisti e la Polizia penitenziaria fosse avvenuto quando gli  agenti fornirono la scorta d’onore alla sorella della collega Dafne Caruana Galizia, due anni fa ricevette a Firenze il premio Giornalisti Toscani assegnato alla memoria della giornalista uccisa a Malta. “Da allora” – ha detto Bennucci – “è cresciuto l’interesse professionale per il mondo carcerario, del quale dobbiamo spesso scrivere, e verso gli uomini e le donne che con il loro lavoro ne assicurano la funzionalità”.

Sul funzionamento del carcere importante anche la testimonianza del  comandante del Nucleo traduzioni e piantonamenti di Sollicciano, Giuseppe Simone: “il funzionamento del carcere è un lavoro complesso,  se davvero vogliamo renderlo sempre più adeguato al dettato costituzionale.  E infatti la nostra istituzione” – aggiunge il Direttore Prestopino – “vede la presenza all’interno della struttura  oltre ai 450 agenti della polizia giudiziaria, di 250 volontari esterni al mese: medici, educatori, psicologici,  sportivi, tecnici, per lo svolgimento delle attività di formazione professionale, per uomini e donne, l’aiuto psicologico,  le attività culturali, cinematografiche e teatrali, librarie di sport. Recentemente si è consentito ai detenuti di fede islamica – circa 140 – di celebrare il Ramadan”. Quanto al sovraffollamento, fenomeno spesso  lamentato, nel carcere di Sollicciano, il principale della Toscana, la situazione vede la presenza di 800 detenuti,  i posti letto regolamentari sono 500, mentre 760 quelli tecnicamente disponibili. Il personale di custodia è di 486 persone, meno rispetto ai 696 previste. Dopo la cosiddetta ‘sentenza Torreggiani’ della Corte europea dei diritti dell’uomo, che fissa in tre metri quadrati lo spazio minimo per ogni detenuto, paradossalmente, e per fortuna solo teoricamente vista la particolare configurazione architettonica di Sollicciano, i posti letto potrebbero essere 1.500. Dunque,  anche qui i problemi non mancano. Riassumibili nel dato: eccesso di detenuti, carenza di personale.

Ma, come dicevamo, l’impegno ad affrontare le varie problematiche è costante, così come la richiesta di un aiuto non solo da parte dello Stato ma anche del mondo esterno. E qui il Direttore Prestipino lancia un appello : visto il rapporto con la città e con il tessuto sociale, che come detto oltre agli agenti di polizia penitenziaria, al personale educativo e amministrativo, dei detenuti si occupano anche addetti al sistema sanitario della Asl,  docenti scolastici, decine di volontari impegnati nelle attività culturali, pittura, grafica, discipline sportive e sportive dell’ARCI e di varie società. Rimane il fatto che solo un terzo è impegnato in attività rieducative e circa 160 in attività lavorative. “Questo non ci basta” –dichiara il direttore Prestopino – “perché il lavoro è una componente fondamentale della vita in carcere e della vita che attende i detenuti una volta fuori. E per migliorare” – ecco l’appello – “abbiamo bisogno della collaborazione delle imprese”.   Raccogliendo l’appello, a nome dei giornalisti, Stefano Fabbri richiama i colleghi al rispetto  delle procedure di approccio alle ‘fonti’ per i giornalisti che si occupano di carcere, a cominciare proprio dai detenuti che è possibile intervistare previa autorizzazione, ma come prevedono le norme deontologiche dell’Ordine  e dalla Carta di Milano occorre sempre il rispetto sostanziale della persona privata della libertà personale. Un aggiornamento sul campo, che ha consentito di  conoscere più da vicino, si può dire dall’interno, la realtà di un esperienza pilota nel quadro  del sistema carcerario italiano. 

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