sabato, Maggio 30

Alla ricerca del successo: i casi Allevi ed Einaudi 2 fenomeni del mercato musicale, immagine della nostra situazione sociale e politica

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Ludovico Einaudi e Giovanni Allevi provengono da un percorso di formazione accademica, entrambi hanno studiato nelle classiche istituzioni di Alta Formazione Artistica e Musicale, i Conservatori.

Il primo inizia il suo percorso verso il successo popolare intorno alla metà degli anni Novanta. Già nel 1990 pubblicò ‘Stanze’, uscito anche in Inghilterra, sedici composizioni interpretate all’arpa elettrica da Cecilia Chailly, figlia di Luciano, uno dei più importanti compositori italiani e sorella di Riccardo, direttore d’orchestra. Si racconta -e qui comincia la leggenda Einaudi- che quando la BBC mandò in onda alcuni brani, la sua segreteria andò in tilt per rispondere ai numerosissimi ascoltatori che telefonavano per sapere chi fosse l’autore. Quando uscì ‘Una mattina’, quando cioè Einaudi passa con la Decca, una delle più prestigiose case discografiche, nell’autunno 2004, il disco balza subito al primo posto nell’ambito della musica classica, in Inghilterra.

Il secondo inizia la sua scalata con ‘13 dita’: era il 1997 e il disco esce, grazie al supporto del suo ormai ex amico Saturnino Celani (bassista di Lorenzo Cherubini) proprio per l’etichetta di Jovanotti, Soleluna. Poi prosegue nel 2005 con ‘No concept’, che ha venduto più di 180 mila copie (un grande successo commerciale, nel campo della musica, viene misurato oltre le 50 mila copie); ‘Joy’, il grande successo che ha lanciato definitivamente Allevi nel 2006, è stato per 36 settimane in vetta alle classifiche di vendita con 260 mila copie vendute.

La scelta di Einaudi consiste nel semplificare in maniera scientifica il suo linguaggio musicale. E’ una scelta legittima, ben inteso, poiché il minimalismo musicale nasce addirittura nel XV secolo e consiste nell’utilizzo di elementi semplici reiterandoli e mettendoli insieme in modo che si possano sovrapporre per costruire eventualmente qualcosa di più complesso. In seguito, però, il minimalismo musicale ha incominciato a diventare un percorso di semplificazione ulteriore, rinunciando alle sovrapposizioni polifoniche, ad esempio.

Di conseguenza, all’ascoltatore di un certo tipo di musica minimalista è richiesta la stessa attenzione che occorre a chi senta il rubinetto della cucina perdere. Sa esattamente che sta per ascoltare qualcosa che ha appena ascoltato. Non viene utilizzata la memoria per confrontare ciò che si è appena ascoltato con ciò che si è ascoltato un po’ prima, ma semplicemente si è passivi nell’ascolto, quindi si risponde ad una sorta di funzione rituale, quasi di assuefazione.

D’altra parte questa proposta risponde ad una richiesta diffusa poiché in una realtà complessa e contraddittoria come quella che stiamo vivendo in questo inizio millennio, i rumori più complessi non sono ascoltati, non possono esserlo, possono essere ascoltati dalla gran parte delle persone solo i rumori più semplici.

La scelta di Allevi è invece un pochino più articolata e complessa. Da una parte tende a semplificare le soluzioni adottate dai grandi musicisti, soprattutto del secolo scorso, come volesse raccontare il nostro passato semplificandolo, una sorta di ‘Reader’s Digest’ musicale destinato non più alle famiglia ma a tutti coloro che vogliono avvicinarsi alla ‘musica classica contemporanea’ senza una necessaria preparazione di base.
Così, ad esempio, abbiamo ‘Piano karate’ che è una curiosa riduzione di un brano di Sergej Prokofiev, la ‘Toccata’ op. 11, o quella specie di frullatone condensato di temi tratti dal ‘Requiem’ di Giuseppe Verdi e dai ‘Carmina Burana’ di Karl Orff, intitolato ‘O Generosa’, inno ufficiale della serie A del nostro calcio nazionale.
I detrattori di Allevi hanno avuto gioco facile nel sostenere che un campionato da molti anni taroccato (calcio scommesso, discutibili scelte arbitrali, doping finanziario e così via) merita un inno taroccato.
Tuttavia Allevi ha da sempre affermato, e questa è la seconda scelta strategica, che la sua musica è musica classica contemporanea’ e per dimostrarlo dichiara con orgoglio e maniacale insistenza che lo è perché è tutta scritta e non improvvisata, dunque per forza di cosa appartiene all’alta cultura!
Suggestiva spiegazione, peccato si tratti di una balla colossale: una parte considerevole della cultura musicale occidentale, dai trovatori e trovieri medievali passando per i grandi polifonisti rinascimentali, dai grandi autori barocchi fino ai tre compositori del classicismo viennese e alla maggior parte di quelli del romanticismo europeo, praticavano in molte e diverse forme l’improvvisazione. Anzi, molte composizioni che ci sono pervenute sono in buona sostanza il frutto di trascrizioni di improvvisazioni come, ad esempio, le parti pianistiche dei concerti mozartiani o una parte considerevole del repertorio di Frédéric Chopin e di Franz Liszt.
Ma questo Allevi fa finta di non saperlo, sicché può continuare a spacciare la sua musica come ‘classica’ quando, invece è semplicemente musica pop.

In questo senso Allevi è davvero il musicista che meglio rappresenta la nostra situazione sociale e politica. Il suo successo ha le stesse radici del consenso della massima parte dei nostri decisori, non solo politici: forte autoreferenzialità, estrema consapevolezza della scarsissima competenza e cultura della gran parte dei potenziali ascoltatori, tendenza a sminuire il ruolo e la dignità di chi tenta di approfondire il merito delle dichiarazioni e, infine, una buona capacità -attraverso tecniche di comunicazione relativamente sofisticate- di manipolare dati e informazioni per affermare il proprio Ego.

 

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