domenica, Luglio 21

Alla ricerca del successo: i casi Allevi ed Einaudi 2 fenomeni del mercato musicale, immagine della nostra situazione sociale e politica

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Nel precedente articolo avevo posto una serie di domande alla quali avevo promesso di rispondere.
Quelle domande volevano porre in evidenza come il processo manipolatorio posto in essere da alcuni musicisti rispecchiasse pienamente la principale tipologia di relazioni tra cittadini e decisori di qualsiasi tipo (politici piuttosto che economico finanziario, del sistema produttivo o commerciale).

Negli ultimi anni abbiamo, infatti, assistito al dilagante successo di due fenomeni che hanno interessato non soltanto la cultura ma anche il mercato musicale negli ultimi anni, in Italia e non solo Ludovico Einaudi e Giovanni Allevi, entrambi hanno raggiunto il risultato di superare l’estrema marginalità della cultura musicale, con scelte e percorsi diversi.

E proprio una sintetica analisi di queste scelte e dei conseguenti comportamenti possono far luce su come sia possibile costruire efficacemente una relazione manipolatoria con gli ascoltatori.

Ma partiamo da una domanda chiave: che cosa intendiamo per musica classica e che cos’è la musica contemporanea? E, ancora: che cosa stiamo ascoltando quando ascoltiamo Allevi ed Einaudi? Se leggiamo le etichette, le definizioni, le dichiarazioni, soprattutto di Giovanni Allevi, lui ci dice che quando ascoltiamo la sua musica noi ascoltiamo una musica colta e classica: lo dice chiaramente e lo ribadisce più volte. I suoi CD sono reperibili negli scaffali dedicati alla Musica Classica Contemporanea dei principali negozi e librerie italiane. La definizione di musica classica potrebbe essere data, correttamente, soltanto alla musica prodotta in un periodo che va approssimativamente dal 1770 e il 1827, cioè la data della morte di Ludwig van Beethoven, perché di classicismo musicale si può propriamente parlare soltanto con riferimento ai tre autori definiti appunto classici che sono Franz Joseph Haydn, Wolfgang Amadeus Mozart e Beethoven, in quanto modelli classici. Nell’immaginario collettivo del popolo italiano, e non solo, la musica classica è qualcosa che non è alla portata di tutti, e riguarda indistintamente molti stili, dalla musica barocca, alla musica rinascimentale, romantica, dei primi anni del Novecento e così via. Per cui possiamo dire che la musica classica, in realtà, corrisponde a quella che Maurizio Pollini ha definitomusica d’arte’ o ‘musica colta’.

A partire dagli anni successivi alla prima guerra mondiale nella musica c’è stato il famoso distacco, l’abbandono di un certo linguaggio e di codici condivisi ormai giudicati consumati, ma a questo abbandono non ha corrisposto un’adesione, da parte dell’ascoltatore, all’attribuzione di nuovi significati ai nuovi linguaggi. Ma quella strada è un po’ la stessa che hanno percorso anche pittori quali Paul Klee, Vassilij Kandinskij, lo stesso Pablo Picasso, rispetto a quella che era la naturalezza descrittiva che troviamo ancora, ad esempio, in tanti espressionisti. Eppure, ciò che è accaduto nella seconda metà del Novecento, soprattutto a partire dagli anni Sessanta, è che non c’è stata un’educazione all’ascolto di fenomeni e di esperienze linguistiche diverse da quelle ormai consolidate: questo è uno dei principali motivi che hanno determinato il distacco tra compositori colti e il grande pubblico. In Italia questo è stato ancora più evidente in quanto non abbiamo ancora un’educazione musicale di base, l’ascoltatore non è abituato, né tantomeno invogliato, ad ascoltare musica colta: soltanto il 2 per cento della popolazione italiana ascolta quella che viene erroneamente definita musica classica.

Dunque, la questione è: come incrementare questo dato? Come affermarsi nel ruolo di compositore di musica colta/classicae raggiungere il successo di una pop star?

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