sabato, Dicembre 14

All hands on deck: l’alleanza per fermare la migrazione forzata Secondo il rapporto del CSIS il peso della crisi migratoria ricade maggiormente sui Paesi in via di sviluppo, mentre Russia, Cina e Giappone fanno poco

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Sebbene il tema della migrazione ormai sia stato dibattuto ampiamente in più sedi, un nuovo approccio al problema è stato posto in essere dalla ricerca dell’autorevole centro studi americano CSIS (Center for Strategic & Intenational Studies), relativa al maggio di quest’anno, che si è concentrata sulla ‘global forced migration crisis’ (crisi della migrazione forzata globale).

Migrante forzato (o sradicato) è un appellativo generico che include tutti i soggetti che, per i più disparati motivi, sono stati costretti ad abbandonare la loro residenza. Questa precisazione è necessaria affinché sia superata la singola catalogazione per ogni tipo di migrazione e si usi una denominazione più inclusiva ed in termini ampi.

Fanno parte, dunque, di questa ‘categoria’, non solo quelle persone che scappano dalla guerra, come i rifugiati, ma anche i migranti irregolari e gli IDPs (Internally Displaced Persons – gli sfollati interni). L’aggettivo forzato, quindi, rimanda ad una causa terza che ha spinto un soggetto a muoversi: causa che può essere di natura economica, politica, ambientale o sociale.

In numeri, riferiti al 2017, messi in mostra nell’annuale ‘Global Trends’ dell’UNHRC (United Nations Human Rights Council), ripresi anche dal CSIS, sono agghiaccianti: 24.4 milioni di rifugiati, 40 milioni di IDPs e 3.1 milioni di richiedenti asilo, per un totale di 68.5 milioni di migranti forzati. Dati che fanno ancor di più riflettere se si pensa che ogni 2 secondi una persona nel mondo è costretta a fuggire dalla propria abitazione.

Secondo le stime del CSIS, questo tipo di migrazione è cresciuta a livelli inimmaginabili dal 2000, quando i migranti forzati rappresentavano solo lo 0.3% della popolazione mondiale, al 2016 quando sono stimati essere l’1% del totale degli abitanti del pianeta. Continuando in questa direzione e non attuando delle soluzioni concrete, entro il 2030, il quadro non potrà che peggiorare, portando il numero dei forzati tra i 180 e i 320 milioni. A questi si andrebbero ad aggiungere altre 150 milioni di persone che, entro il 2050, si muoveranno a causa del cambiamento climatico.

Il 68% dei migranti forzati attuali provengono da cinque Paesi: Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Myanmar  e Somalia. Sul versante opposto, invece, la Turchia è il paese che ospita più migranti, seguito rispettivamente da Pakistan, Uganda, Libano -che ospita più rifugiati per numero di abitanti- Iran, Germania, Bangladesh e Sudan.

Il peso di questa crisi, come si può notare, ricade maggiormente sui Paesi in via di sviluppo, dove risiede l’84% dei rifugiati. Il 99% degli IDPs, invece, sono costretti a rimanere nei loro Paesi perché non hanno le risorse per potersi spostare.

I Paesi più poveri del mondo sopportano in modo sproporzionato il peso delle migrazioni forzate data, soprattutto, la loro vicinanza alle crisi degli sfollati interni che possono riversarsi nei Paesi limitrofi.

Negli ultimi anni circa il 9% della popolazione del Triangolo del Nord – El Salvador, Guatemala e Honduras – è emigrato lontano dai loro Paesi. La mancanza di opportunità economiche, sicurezza e giustizia sociale ha spinto queste persone in Messico, Panama e Costa Rica.

Si potrebbero citare, in questo senso,il caso più recente dei  migranti venezuelani che stanno abbandonando il loro Paese per ricollocarsi nei Paesi sudamericani adiacenti al Venezuela, o, ancora, i siriani che, a causa della guerra civile che affligge la Siria dal 2011, sono stati costretti a rifugiarsi in Turchia, Libano e Giordania. Questi tre Paesi, ospitano collettivamente oltre 11 milioni di migranti forzati siriani: per contro, Canada e USA ne ospitano meno di 100.000.

Prima della guerra siriana il PIL del Libano cresceva annualmente dell’8%. Ora, dopo aver coinvolto circa un milione di rifugiati, la crescita economica è ferma al 2%. L’impatto della migrazione forzata, dunque, non si riduce solamente allo spostamento compatto di milioni di persone, ma si ripercuote sulla salute dei Paesi ospitanti, specie se non ancora solidi dal punto di vista economico-sociale.

Sebbene l’immagine del migrante sia sempre associata ad uno stato di povertà o ad una condizione di miseria, la realtà è ben diversa. Data la fluida e sempre in crescita mobilità globale i migranti forzati odierni sono anche molto istruiti, ricchi ed in buona salute. I bambini rappresentano circa la metà dei rifugiati mondiali e la piaga dei minori non accompagnati che si presentano lungo i confini per chiedere aiuto è in crescita.

Le cause alle radici delle crisi migratorie, forzate e irregolari, sono spesso diverse, ma la maggior parte sono fondamentalmente radicate in inadeguate risposte ai conflitti, ai fallimenti della governance, alla disuguaglianza e al sottosviluppo.

Le migrazioni forzate si basano tipicamente su una combinazione di conflitti etnici, politici o religiosi e violenze. Sempre più spesso, però, disastri ambientali, urbanizzazione e sviluppo non gestiti, carestia, insicurezza alimentare e disastri provocati dall’uomo aggravano gli attuali scenari di rifugiati, di sfollati e di migrazione forzata.

Sebbene la cause siano state bene individuate dagli Stati che forniscono gli aiuti umanitari, non sempre si agisce in maniera diretta e invece di adottare strategie a lungo termine, che possano estirpare i problemi alla radice, ci si concentra sulle singole situazioni o si fanno progetti di breve durata, volti a curare più i sintomi che la patologia in sé.

I Paesi europei, inoltre, stanno sperimentando il peso dell’migrazione forzata. Il numero crescente dei flussi migratori degli ultimi anni ed una crescente politica nazionalista che sta prendono piede in Europa hanno mostrato la debolezza dell’UE sul fronte migratorio. Il risultato è che oggi, rispetto a 10 anni fa, l’Europa è più chiusa e contribuisce ad ospitare solo il 15% dei migranti forzati mondiali.

In tutto ciò, sempre secondo il rapporto CSIS, oltre l’UE, ci sono Paesi, politicamente ed economicamente stabili, come Russia, Cina, Arabia Saudita, India e Giappone che fanno relativamente poco per quanto riguarda le politiche migratorie. In virtù delle loro enormi potenzialità potrebbero essere, invece indica il CSIS, attori fondamentali nel giocare la partita della migrazione forzata, togliendo la maggior parte del peso della crisi dalle spalle dei Paesi in via di sviluppo.

In virtù di quanto esaminato finora, gli studiosi del CSIS propongono di per passare all’azione e far sì che la migrazione forzata non diventi un problema irrisolvibile nei prossimi anni.

Tenendo presente che nessuno Stato può affrontare una crisi di tale portata da solo, il CSIS vede negli USA quel Paese che, con la sua autorità e la sua leadership, possa condurre ad un’alleanza globale impegnata in maniera significativa sul tema della migrazione forzata. Una coalizione che non si concentri esclusivamente sulle incombenze del presente, ma che sappia prevenire la migrazione forzata e punti allo sviluppo di economie solidi e resilienti a qualsiasi tipo di shock.  Tutto questo insieme anche all’azione di stakeholders privati che  dovrebbero essere motivati e incentivati a impegnarsi responsabilmente. Un approccio all hands on deck’ (rimboccarsi le maniche) dunque, che includa attori del settore privato, fondazioni pubbliche e private, multinazionali, e sia in grado di affrontare alla radice le cause della crisi della migrazione forzata.

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