lunedì, Novembre 11

Alitalia: quel pozzo sfondato a carico degli italiani che se ne stanno stufando Matteo Salvini e Luigi Di Maio ne parlano poco, la tv glissa e la pubblica opinione ne resta fuori, si limita a pagare

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Una delle preoccupazioni che non si mostra proprio di avere ultimamente è Alitalia, quel servizio di trasporto aereo che a ben ragione gli italiani rivendicano come proprio, perché è agli italiani che tocca mantenerne le spese, senza vedere alcun frutto adeguato.

I due mezzi leader, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ne parlano poco, il servizio nazionale di informazione televisiva glissa e la pubblica opinione ne resta fuori.
Eppure, quel vettore che ha portato indegnamente i colori della nostra Nazione sui propri pennoni, scialacquando un patrimonio senza esserne proprietario, si trova ancora una volta nei guai: dal 1° febbraio è scattata la norma in prorogatio che -eliminando i termini latini così capiscono pure i Ministri- significa che si è attivata un’altra proroga alla soluzione della vicenda.
Un debito che cresce, le decisioni che non si prendono e una concorrenza sempre più organizzata che sottrae quote di mercato alla follia italiana.

Cosa stiano facendo o pensando i triunviri che governano dal 2017 (pur con un inevitabile ricambio)non ci è dato sapere, ma riteniamo che in quel processo di cambiamento, che è ogni giorno più necessario e che per il momento sta gravando tutto sulle nostre tasche, si brancoli più che mai in un mare di sconsideratezza.
Questo disperato oblio non dovrebbe superare il termine del 30 giugno 2019 con una situazione che resta sempre tragica. O semplicemente ridicola, che per una compagnia aerea con un reddito di quasi tre miliardi di euro e 11.000 dipendenti potrebbe essere ancora più oneroso.

Noi tutti ci auguriamo un buon finale, anche se nessuno può immaginare di avvicinarsi alle altre aviolinee europee, che con le cifre si presentano da sole: nel 2017 Air France ha avuto un risultato commensurabile di 15,8 miliardi, 9,8 la KLM e appena 35,6 miliardi la Lufthansa. Giganti vicino a una nana, che si dà arie tra le grandi compagnie e da troppi anni non riesce a guadagnare sul lavoro che fa.

Guardiamo qualche cifra. Al momento del commissariamento -ma i dati possono essere letti con un’attenzione attuale- Alitalia ha offerto posti chilometri con un valore 79 contro 90 di Ryanair ed Easyjet, che significa che queste compagnie riempiono le proprie cabine dalle 5 alle 7 volte in più il numero di passeggeri trasportati dal vettore italiano. I tre boss si sono domandati per quale motivo si buttano dalla finestra 450 milioni di euro all’anno? E come mai Ryanair ha una produttività maggiore del 46%, mentre Easyjet del 69%? E per quale motivo quasi il 92% dei passeggeri sceglie vettori diversi da Alitalia per venire o partire dall’Italia?

E in questo sfascio, cosa accade? Intanto, questa volta un altro ritardo è stato chiesto dal gestore ferroviario, Trenitalia, per un supplemento dell’istruttoria che vorrebbe creare il grande business a maggioranza nazionale.
Indubbiamente i ferrovieri -lo dimostrano ancora una volta- non bastano a far funzionare una compagnia aerea. Senza andar troppo lontano, il carrozzone di Piazza della Croce Rossa non sforna manager in grado di affrontare un mercato più complesso di un monopolio assistito.
Ne abbiamo avuto già un esempio di quanto hanno combinato nell’industria pubblica, grazie a certe nomine frettolose effettuate dallo costole toscane dei vecchi governi senza ideali e senza colori.
Con questo affermiamo di non aver nulla contro Trenitalia, ma invece di occuparsi di trasporto aereo i suoi capi farebbero meglio a salire su uno di quei treni fogna che la compagnia utilizza nel centro sud. Sarebbe un ottimo esercizio provare a cronometrare quanto impiega un treno sulla tratta Roma-Milano e confrontare i tempi sulla Roma-Reggio Calabria (praticamente equidistanti, per poi andarsi a nascondere per la vergogna in cui si è gettato tutto il Paese, anche grazie alle ferrovie. E resta aperto l’interrogativo di qualche mese fa: se tanti privati erano davvero interessati alla compagnia, perché scegliere i ferrovieri?

Far funzionare un vettore aereo ormai fuori mercato, fino ad ora governato da gente senza una storia adeguata, conveniamo che è difficile. Ma non è giusto che le spese siano a carico dei non utenti, dato che Alitalia continua a godere di una pietosa assistenza dello Stato italiano che paga al 10% il prestito ponte di 900 milioni di euro al momento del commissariamento e ben oltre il limite dei sei mesi stabilito dalla Commissione Europea per gli aiuti di Stato.
Né ci sembra sensata la decisione del Ministro Luigi Di Maio, che pensa di trasformare i circa 300 milioni restanti del debito in capitale dell’azienda, un’azione che potrebbe complicare ancora di più la partita nel momento in cui l’operazione finanziaria fosse giudicata aiuto di Stato.

In questi giorni, non sapendo che altro promuovere, si è parlato di sminuzzare i compensi a Fabio Fazio e Bruno Vespa che -lo sappiamo- sono contrari ai dettati governativi, sia pur in misura assai diversa. Non sta a noi commentare queste misure repressive e fuori ogni logica di mercato, ma ci permettiamo di suggerire ai grandi tagliatori una metodologia che si usava in antiche civiltà orientali, in cui il medico di corte riceveva la retribuzione solo se il suo re godeva di buona salute. Appena si ammalava, niente soldi per il protomedico. E se si facesse così anche per i tre commissari, che continuano a ricevere ricchi compensi a fronte di tragiche perdite?

I lettori converranno che la storia dell’orgoglio italiano inizia a stufarci. Troppo spesso abbiamo sentito il Governo brontolare che altre Nazioni sono venute ad acquistare a piene mani industrie e beni italiani. Verissimo.
Partiamo dall’inizio. Perché una società strategica per gli italiani viene ceduta ad imprenditori privati? Perché forse le grandi imprese pubbliche sono state dirette da personaggi fedeli più alla politica che alla loro professione? O perchè un manipolo di faccendieri viene lasciato libero di polverizzare un patrimonio con la complicità e il consenso di opposizioni e maggioranze?
La maggior parte delle nostre aziende statali è passata in mano straniera senza un controllo delle governance. Non ci lamentiamo, allora, se poi gli stranieri spadroneggiano e lasciano poco all’Italia. C’è stato qualche italiano che ne ha protetto gli interessi?

Quanto a Alitalia, è da tanto ormai che si sono susseguiti organi manageriali che non avevano idee sui meccanismi di funzionamento di una compagnia aerea e nemmeno conoscevano i limiti delle privatizzazioni in un settore complesso, ma le cui materie fanno pur parte di corsi universitari, master e ordinari percorsi formativi. Basterebbe un po’ di studio, no?

Per adesso vediamo che l’insipienza ha portato a operazioni che hanno fatto perdere allo Stato italiano cifre paurose di fatturato ogni anno.
Quest’anno Alitalia ha in dote circa 3,2 miliardi di euro di debiti, sia verso le banche che verso tutti i fornitori, che da parte loro, per tutelare i propri affari, hanno già iniziato a svalutare i crediti, portando di fatto a un’altra perdita per il contribuente italiano.
Ci risparmiamo la storia di una compagnia che di glorioso ha avuto solo il Paese che rappresentava, guidata poi da iscritti alla loggia P2, da figli di gerarchi del ventennio e da intraprendenti senza fissa dimora.
Ma guardiamo gli ultimi passaggi, così che ci comprendiamo. E partiamo dai ‘Capitani Coraggiosi’ messi in campo dal nuovo re sciaboletta del ‘ghe pens mi, con slogan indecenti. Nel 2008 forse si era ancora a tempo di salvare il salvabile, Silvio Berlusconi bloccò il tentativo di acquisto di Air France, facendo spazio alla cordata di imprenditori che hanno solo aggravato la situazione senza risolverla.
Poi Matteo Renzi con l’alleanza con Etihad ha scavato ancor più la fossa alla compagnia.

Per quanto possiamo amare il Bel Paese e rispettarlo per un senso di appartenenza, preferiremmo avere una cartella esattoriale più leggera e una compagnia aerea meno nostra, nel senso di pagar meno per le scelte insensate che si fanno in Alitalia dove continuano a prosperare stipendi e buonuscite milionarie.

Speriamo che la soluzione preceda le elezioni europee perché, come è stato detto già da altri, il dibattito sul futuro di Alitalia potrebbe entrare nel vivo opportunamente dopo la chiamata alle urne, facendo lievitare ancora il costo dell’operazione di salvataggio. E pure, ci auguriamo di non vederci un giorno un signor membro dell’Esecutivo con la giacca da pilota sul ponte di comando di uno degli aerei rimasti alla compagnia. I viaggi aerei sono una cosa seria.

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