lunedì, Agosto 3

Algeria e i condannati nel braccio della morte

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Oltre duemila condannati a morte affollano dal 1993 le carceri algerine in attesa di essere giustiziati. Alcuni sono in carcere da venti anni e da vent’anni attendono il giorno in cui il secondino verrà a prelevarli dalla cella all’alba per condurli al patibolo; altri, in attesa della sentenza, sono morti di malattie o d’inedia negli anni, altri ancora, condannati in contumacia per reati legati al terrorismo, vivono sospesi tra la vita e la morte ed hanno più la parvenza di ombre che di esseri umani. Sapere di essere condannati a morte e attendere ogni giorno, per decenni, il momento funesto della propria esecuzione, significa vivere sospesi tra la vita e la morte, forse più morti che vivi.

 Se tutti questi prigionieri non sono stati ancora giustiziati  è soltanto grazie alla moratoria dell’ONU sulla pena di morte che l’Algeria ha ratificato proprio nel 1993. Ma aver firmato la moratoria non si è tradotto in una cessazione delle esecuzioni; nonostante la sua precoce posizione da paese abolizionista (rispetto soprattutto ad altri paesi della regione) l’Algeria non ha intrapreso alcuna iniziativa concreta per dare un seguito giuridico a questa presa di posizione umanista. Insomma fin quando il paese non deciderà infatti di abolire definitivamente la pena di morte queste migliaia di condannati, di cui alcuni invecchiati in prigione ed in trepidante attesa di una possibile revisione del proprio processo, potranno essere giustiziati in qualunque momento.

 Già nel 2003 il presidente Bouteflika aveva dichiarato, nel corso di una visita a Bruxelles, di essere favorevole all’abolizione della pena di morte. Ma il contesto politico, commentava il presidente algerino all’epoca, non era favorevole. Nel 2008 una proposta di legge per l’abolizione della pena di morte presentata da un gruppo di deputati è stata rigettata dal governo algerino per ‘ragioni di sicurezza’ ovvero nell’ottica dell’aspra lotta contro il terrorismo islamico. Oggi il dibattito è tornato nuovamente in auge. L’occasione è stata la Giornata Internazionale contro la pena di morte, agli inizi di Ottobre. Diverse associazioni ed ONG algerine, tra cui La Lega Algerina per la difesa dei diritti umani (LADDH), la Lega Algerina dei diritti umani (LADH), la Rete degli avvocati difensori dei diritti umani (RADDH), la Rete Wassila, l’associazione SOS Disparus-CFDA ed altre Ong hanno deciso di lanciare un vero e proprio programma che avrà l’ambizioso obbiettivo, nei prossimi anni, di portare il paese ad abrogare la pena di morte. Risultato certo difficile ma non impossibile.

«L’Algeria ha preso posizione molti anni fa in favore dell’abolizione della pena di mortespiega Hassina Oussedik, direttrice d’Amnesty International in Algeria – ed è un’iniziativa della quale possiamo andare fieri in quanto il Paese ha anche agito attivamente in seno all’ONU per promuovere l’abolizione della pena di morte a livello mondiale. Ma il paradosso è che se l’Algeria è stata attiva a livello delle istituzioni internazionali, dal 1993, anno della firma della moratoria, non c’è stato alcun progresso giuridico concreto all’interno del paese. Ciò che stupisce è che durante il decennio nero del terrorismo, un periodo di omicidi e massacri atroci che avrebbe potuto giustificare l’utilizzo della pena capitale, non ci sia stato praticamente alcuna condanna a morte. Ma perché oggi questa ambiguità ? L’Algeria è restìa ad abrogare la pena di morte perché teme di urtare la sensibilità religiosa della popolazione». 

 E’ questo infatti il punto nevralgico della questione. Con l’esplosione del dibattito sulla pena di morte anche l’Associazione degli Ulema Algerini ha voluto dire la sua ricordando che la pena di morte è citata chiaramente nei versetti del Corano e nella Sunna del profeta e dunque ne risulta che «colui che crede che il giudizio umano sia migliore di quello divino è un apostata e non deve essere sepolto nei cimiteri musulmani». Per gli ulema la costituzione algerina, affermando nel suo secondo articolo che l’Islam è la religione di stato, statuisce che le autorità sono tenute a rispettare i versetti del Corano o della Sunna. E dato che in quest’ultimi la pena di morte è chiaramente citata, ne risulta che l’abrogazione della pena di morte è contraria ai precetti dell’Islam. Per molti ulema la legge del taglione (occhio per occhio, dente per dente) è addirittura un dovere di ogni buon musulmano tanto quanto il digiuno durante il mese di Ramadan o il pellegrinaggio alla Mecca. Di qui la forte reticenza a portare a termine giuridicamente quella presa di posizione sancita nel 1993.

«Occorre abrogare la pena di morte in Algeriadice Hassina Oussedik – per tutta una serie di ragioni. Innanzitutto perché si tratta di una pena irreversibile. Per il condannato e per la famiglia. Un altro motivo è che la pena di morte non ha fatto abbassare il tasso di criminalità nel paese. La pena di morte è invece una sorte di omicidio premeditato da parte dello stato, spesso effettuato attraverso mezzi atroci. Le condizione di esecuzione sono sconosciute ai più e sono a mio avviso incompatibili con i valori della giustizia che una società dovrebbe incarnare». 

Ma mentre il dibattito s’allarga a tutti gli ambiti, anche quelli religiosi, il trend è già cambiato nel Paese. Stando ai dati forniti da Amnesty, il numero delle condanne a morte in Algeria è sceso molto nel corso degli ultimi anni. Nel 2013 ad esempio sono state emesse solo 40 condanne a morte rispetto alle 153 del 2012 o alle 370 del 1993. La situazione però si è complicata dal dicembre 2013 in seguito ad una drammatica serie di rapimenti di bambini che ha portato le autorità algerine ad allargare il campo d’applicazione della pena di morte anche a chiunque sia responsabile di rapimento ed uccisione di bambini. Secondo i dati forniti nel 2012 da Nada, la Rete algerina per la difesa dei diritti del bambino, il numero di rapimenti di bambini oscilla annualmente tra i 1.000 e 1.500. Ma nulla dice che la pena capitale possa sanare questa nuova, terribile piaga.

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