mercoledì, Dicembre 11

Algeria: potenzialità e rischi di una rivoluzione senza leader Le donne, i giovani, la sinistra, l’assenza di leadership secondo l’analisi di Hamza Hamouchene, coordinatore dell’associazione Environmental Justice North Africa e cofondatore della Algeria Solidarity Campaign

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Le proteste di piazza in Algeria sono scoppiate tre giorni dopo l’annuncio del Presidente Abdelaziz Bouteflika di essere intenzionato a presentare la sua candidatura alle elezioni presidenziali per accedere al suo quinto mandato, nonostante la malattia che lo divora dal 2014. All’inizio le manifestazioni contavano la partecipazione di qualche centinaia di giovani politicamente radicalizzati, ma ben presto sono diventate di massa. Dal 22 febbraio 2019 in poi, ogni venerdì, dopo la preghiera, milioni di algerini di tutti i ceti sociali ed età scendono nelle strade per protestare contro il regime. Secondo le stime, su 42 milioni di algerini, dai 17 ai 22 milioni scendono ogni venerdì nelle piazze di tutto il Paese. Tra i manifestanti, i lavoratori del settore educazione e sanità, gli operai della industria petrolchimica, i sindacati e persino avvocati e giudici.

La rivoluzione algerina ha molti tratti in comune a quella sudanese -rivoluzioni quasi contemporanee. In Sudan la rivolta del pane si è trasformata in una rivoluzione. In Algeria, dall’opposizione al quinto mandato di Bouteflika è nato il movimento rivoluzionario. Sia in Sudan che in Algeria la rivoluzione è stata resa possibile dalla prepotenza dei rispettivi regimi, che hanno risposto alle proteste con la forza e la violenza, rifiutando ogni possibilità di dialogo e confronto. Tattiche che, secondo i gerarchi al potere, dovevano far desistere la popolazione dal continuare le proteste. Al contrario, i due regimi hanno gettato, così facendo, benzina sull’incendio, trasformandolo in un rogo dalle dimensione assai estese, che li ha avvolti nelle fiamme.

Rari sono gli interventi di esperti algerini. Un deficit informativo che limita la comprensione delle vere cause della rivoluzione di Algeri e del suo futuro. Abbiamo contattato Hamza Hamouchene, coordinatore dell’associazione Environmental Justice North Africa (Giustizia Ambientale del Nord Africa) e cofondatore della Algeria Solidarity Campaign , organizzazione in supporto alla rivoluzione.
Hamouchene ci spiega il processo rivoluzionario in Algeria che, come in Sudan, non è altro che la continuazione del processo rivoluzionario iniziato nel 2011 nel Nord Africa e Africa Occidentale.
Un processo che ha conosciuto controrivoluzioni vittoriose come in Egitto, e guerre civili come in Mali e Libia. Le rivoluzioni algerina e sudanese sembrano aver fatto tesoro degli errori e debolezze delle precedenti rivoluzioni. Una comprensione che ha reso questi due movimenti popolari un vero problema di difficile soluzione per i due regimi, che disperatamente tentano di sopravvivere.
L’eliminazione di Abdelaziz Bouteflika e Omar Al Bashir dovevano calmare le acque. Al contrario hanno alimentato il fuoco rivoluzionario.

Ecco tutte i punti di forza e le debolezza della rivoluzione algerina spiegati da Hamza Hamouchene in questo lungo intervento.

La rivoluzione algerina ha raggiunto la fase critica. Da rivolta contro il quinto mandato presidenziale di Abdelaziz Bouteflika, si è giunti alla messa in discussione del partito che ha liberato, nel 1962, il Paese dal giogo coloniale francese. Le masse giovanili hanno espresso, nei confronti del Fronte di Liberazione Nazionale (FNL) di Ahmed Ben Bella (primo Presidente dell’Algeria indipendente), un giudizio molto negativo di questi ultimi trentanni di gestione dell’Algeria. Non credono che il regime sia trasformabile dal suo interno e, quindi, pretendono la sua totale rimozione. Non temono un vuoto politico, in quanto sono convinti che il regime verrà sostituito da una moderna democrazia con forte coinvolgimento popolare. Una Afrocrazia sul modello della rivoluzione sudanese.

Le rivoluzione algerina e sudanese sono la continuazione del processo rivoluzionario nato quasi 10 anni fa in Nord Africa e Africa Occidentale. Un processo molto contraddittorio, con vittorie e clamorose sconfitte, dalla democrazia neo-liberale della Tunisia alla contro-rivoluzione in Egitto, alla guerra civile e interventi militari dell’imperialismo occidentale in Libia. La speranza è che gli algerini e i sudanesi riescano a trarre lezioni dalle esperienze delle passate rivoluzioni, evitando gli errori e riuscendo a concretizzare la transazione alla democrazia, dopo decenni di oppressione politica, economica e culturale.

Le due rivoluzioni si differenziano sulla partecipazione e il ruolo dei movimenti femminili. In entrambe le donne stanno giocando un ruolo fondamentale, ma in Sudan hanno raggiunto posti di leadership, riuscendo influenzare le scelte tattiche e gli orientamenti politici tramite il #WomenPower. In Algeria, le donne sono tollerate ma contrastate all’interno dello stesso movimento rivoluzionario, causa il machismo che ancora domina nella società algerina. La rivoluzione è un affare di uomini, e i movimenti femminili vengono a volte accusati di voler dividere la protesta con le loro rivendicazioni sui diritti delle donne.

Lo scorso marzo, ad Algeri, varie femministe sono state molestate e minacciate durante le proteste del venerdì. Su internet sono girate minacce. Questi potrebbero essere incidenti isolati, oppure i primi segnali di una società sessista contraria alla parità dei sessi e ai diritti delle donne. È un serio problema su cui il movimento rivoluzionario deve attentamente riflettere e trovare soluzioni. Non è possibile rivendicare democrazia e libertà e allo stesso tempo negare i diritti fondamentali delle donne.

Il movimento rivoluzionario algerino non manca di creatività popolare. I vari slogan contro il regime e le forme di protesta attuate sono un laboratorio rivoluzionario, sociale e culturale molto interessante. Humour e satira possono essere delle armi molto sovversive e pericolose. Nel caso dell’Algeria, lo sono senza ombra di dubbio. Come la rivoluzione sudanese, anche quella algerina è guidata dalle masse giovanili e si basa sulla non violenza. Una non violenza che è diventata una vera e propria arma di distruzione di massa per i due regimi, molto abili a sconfiggere militarmente gli avversari, ma incapaci di sostenere una protesta popolare che non offre loro la minima scusa per l’uso della forza.

Rispetto a quella sudanese, la rivoluzione in Algeria ha assunto connotati anti-coloniali e assomiglia molto alla lotta per l’indipendenza degli anni Cinquanta. Vi sono fin troppe somiglianze tra le marce anti-coloniali contro la Francia e l’attuale movimento rivoluzionario. Un movimento ostile alle interferenze imperialistiche, sopratutto da parte di Parigi, che condanna il regime per aver tradito la rivoluzione e la sovranità popolare.

Per quanto riguarda la solidarietà internazionale, il movimento algerino osserva i successi, le difficoltà e l’evolversi della rivoluzione sudanese e viceversa. Il noto fumettista satirico Ali Dilem ha diffuso una vignetta, diventata molto popolare, dove i due movimenti vengono rappresentati come due squadre di calcio. La vignetta è correlata da una scritta che recita ‘Sudan Vs Algeria: 2 a 1’, riferendosi ai due leader caduti in Sudan, Bashir e Ahmed Awad ibn Auf, eletto leader della giunta militare e costretto alle dimissioni, mentre gli algerini possono sono contare la testa di Bouteflika.
La rivoluzione algerina sta attirando una notevole attenzione da parte della popolazione del Marocco, stanca della monarchia. Potrebbero esserci ben presto sorprese per il Re Mohammed V, si potrebbe ravvivare la scintilla rivoluzionaria del 2017.

La rivoluzione algerina è basata anche sulla solidarietà alla causa palestinese. Gli algerini hanno compreso che la loro lotta per la libertà e la democrazia non vale un granché senza la liberazione della Palestina. Questo è una novità nel mondo arabo, che, dopo la guerra dei sei giorni, ha di fatto abbandonato i palestinesi al loro destino. Durante le manifestazioni del venerdì si vedono sventolare molte bandiere palestinesi e vengono commemorati i martiri della Palestina contro l’oppressione israeliana. Questa solidarietà viene spiegata dal fatto che Algeria e Palestina sono gli unici due Paesi della regione ad aver subito colonialismi razzisti e genocidari.

La debolezza della rivoluzione algerina sta nella assenza di leadership. Durante questi decenni il regime ha decimato l’opposizione, reprimendola o corrompendola. Anche i sindacati sono stati cooptati all’interno del regime. Negli ultimi dieci anni il malcontento e la dissidenza sono stati espressi solo sui social media, creando un movimento sociale traversale. Non vi è alcuna ostilità nei confronti dei partiti politici. Semplicemente questa rivoluzione promossa dai giovani non ha leader e organizzazioni strutturate che possano assumerne la guida, il Sudan invece può contare sulla Sudanese Professionals Association.

È una rivoluzione dal basso che ha visto la popolazione ribellarsi a decenni di politiche neo-liberali, corruzione, repressione e rapina delle risorse naturali del Paese senza creare reale sviluppo. Studenti, lavoratori (soprattutto quelli del settore petrolifero e gas naturali), sindacati autonomi, commercianti, avvocati e giudici stanno giocando un ruolo decisivo nel mobilitare le masse algerine in tutto il Paese.

Il movimento spontaneo originario si è trasformato in una mobilitazione di massa che dà l’impressione di una vera unità popolare che supera le divisioni di classe, sesso e ideologiche. Questa situazione a lungo andare può diventare pericolosa, sopratutto quando si inizieranno ad affrontare le problematiche socio-economiche, per ora non ancora incluse nel dibattito politico. Quando inizieranno ad essere prese in esame le problematiche legate alla sovranità e alla giustizia popolare si creeranno frizioni tra le varie classi che compongono il movimento rivoluzionario, con il rischio di indebolirlo e frammentarlo.

Si porrà inevitabilmente la domanda se la rivoluzione algerina debba essere borghese o marxista. L’attuale situazione di una rivoluzione senza leader rivoluzionari, spontanea e non organizzata, rende il movimento popolare algerino estremamente vulnerabile. Senza una leadership strutturata si possono commettere errori fatali. La rivoluzione dinnanzi alla determinazione del regime (ancora in piedi anche se indebolito) potrebbe anche perdere di mordente, e le mobilitazioni popolari sgonfiarsi di intensità. Nonostante questa palese vulnerabilità, gli algerini non sembrano interessati a creare una leadership forte, contando sulla forza della collettività.

Non si può nemmeno contare sui partiti di sinistra, in quanto il regime li ha letteralmente distrutti. L’ultima chance per la sinistra algerina fu nell’aprile 2001, quando si sviluppò un forte movimento popolare chiamato La’rouche che avviò una insurrezione a Kabylie che durò 18 mesi, estendendosi ad Algeri, dove fu organizzato un imponente sciopero generale che paralizzò la capitale. Il movimento chiedeva giustizia sociale e la sostituzione del regime con una democrazia popolare, orientata verso il socialismo. Il regime riuscì a infiltrare il movimento corrompendo alcuni leader e liquidando altri. L’annientamento dell’insurrezione fu ottenuto.

La rivoluzione algerina necessita della sinistra, non solo per ottenere la libertà politica, ma per creare una società paritaria e un’economia capace di eliminare le disparità di classe. La democrazia non può considerarsi completa se si fonda in un quadro economico dominato dal capitale e dalla dittatura dei mercati. Cosa possono farsene della democrazia senza un lavoro o una casa decente i giovani algerini? Basta osservare la Tunisia. Il vecchio regime è capitolato, ma i giovani tunisini rimangono senza lavoro e sono costretti a migrare.

Purtroppo la sinistra algerina è frammentata, debole. In certi momenti favorevoli la sinistra può riattivarsi e giocare un ruolo storico tra le masse che aspirano a conquistare la libertà, la dignità e la giustizia. Affinché ciò avvenga si necessita di una leadership rivoluzionaria con una chiara visione del futuro economico e politico dell’Algeria, intellettuali, autonomi e indipendenti che si mettono al servizio delle masse.

Il principale partito della sinistra algerina è il Partito dei Lavoratori di tendenza trozkista guidato da Louis Ghaneano. Purtroppo questo partito è screditato tra la popolazione, avendo supportato per troppo tempo il regime di Bouteflika, considerato un baluardo contro l’imperialismo. Questa errata interpretazione ha portato il Partito dei Lavoratori a giustificare l’autoritarismo di Bouteflika. Ironia della sorte, sotto Bouteflika l’Algeria si è spostata su una economia ultra-liberale, aprendo alle multinazionali e ai capitali occidentali. Una scelta ottima per l’élite al potere, che ha portato a subordinare gli interessi nazionali al capitalismo senza produrre benefici alla popolazione.

Ci sono altri partiti politici minori di sinistra, come il Partito Socialista dei Lavoratori e il Movimento Sociale e Democratico, che negli ultimi anni hanno tentato esperimenti di auto-organizzazione tra i studenti e i lavoratori. L’auto-organizzazione è da incoraggiare, in quanto parte integrante e fondamentale per una democrazia controllata dalle masse popolari, e potrebbe essere una valida alternativa al controllo negativo esercitato dal Sindacato Generale dei Lavoratori Algerini, totalmente allineato al regime, corrotto e pro-capitalista.
Esistono, però, due ostacoli principali che al momento impediscono alla sinistra di prendere la guida del movimento rivoluzionario: l’incapacità dei partiti di sinistra di diventare una guida politica e tattica per meglio indirizzare le proteste e l’atteggiamento apolitico dei giovani manifestanti.

(la seconda parte sarà pubblicata domani 16 maggio 2019)

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