domenica, Agosto 25

Algeria: in obiettivo la democrazia economica Il ‘fattore egiziano’, il rischio di un intervento militare straniero diretto o indiretto, l’obiettivo finale di una democrazia economica che non piace in Europa, secondo l’analisi di Hamza Hamouchene

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Hamza Hamouchene, coordinatore dell’associazione Environmental Justice North Africa e cofondatore della Algeria Solidarity Campaign, è tra i pochi analisti che dall’Algeria studiano la rivoluzione algerina e sono disposti esporsi per raccontarla al pubblico europeo. Ieri ci ha spiegato le potenzialità (donne, giovani, la forza della folla non inquinata da ideologie e strumentalizzazioni di forze politiche) e alcuni fattori di rischio (l’assenza di partiti credibili e forti, in particolare a sinistra, e l’assenza di leadership), nell’intervento di oggi ci spiega quello che, dal suo punto di vista, è il pericolo maggiore che potrebbe far dirottare la rivoluzione, l’Esercito.

Uno dei pericoli principali, spiega Hamouchene, per la rivoluzione algerina, è ilfattore egiziano’, la capacità dell’Esercito di mantenere il controllo del Paese, facendo sopravvivere il regime depurato dai leader più odiati e scomodi.
In molti Paesi africani l’Esercito è il nocciolo duro dei regimi, in grado di sopravvivere alla loro caduta. Esempi tipici sono Egitto, Sudan e Uganda.
La legittimità del partito di governo di  Fronte Nazionale di Liberazione (FNL) di Abdelaziz Bouteflika, è data dalla sua lotta contro il colonialismo francese che portò all’indipendenza. Purtroppo, FNL si è indirizzato verso la creazione di una oligarchia militare, caratterizzata da brutali repressioni dei movimenti di protesta nel 1988, 1992 e 2001. I lunghi anni della lotta contro il terrorismo islamico (1991 – 2002) hanno costretto il Paese a vivere in uno stato di guerra civile, elemento che è stato sfruttato dal regime per massacrare molti attivisti politici e giovani accusati di simpatizzare per i gruppi terroristici islamici. Accuse rivelatesi per la maggioranza dei casi totalmente false.

Durante la guerra civile contro l’Islam radicale, il FNL è riuscito a militarizzare la società, e la vittoria sui terroristi ha rafforzato il potere del regime, privando l’Algeria di una reale opposizione. Questo ha permesso all’Esercito e al FNL di rafforzare l’oligarchia militare con un drastico aumento della corruzione, del controllo sull’economia nazionale e dell’accumulazione di ricchezze personali a scapito dello sviluppo socio economico del Paese. Ora il FNL è completamente screditato.
L’entrata delle masse popolari nella scena politica nazionale ha costretto l’oligarchia militare a prendere le distanze da Bouteflika e, parzialmente dal FNL. Come è successo in Sudan, l’esercito è intervenuto mettendo fine al regno Bouteflika per salvare il regime stesso.

L’uscita dalla scena politica, non volontaria ma costretta, di Bouteflika, rappresenta una significativa ma non decisiva vittoria per la rivoluzione. Elementi di spicco del regime, come il Generale Maggiore Ahmed Gaid Salah, tentano di mantenere il regime senza Bouteflika, sacrificato per raggiungere questo obiettivo. Come è il caso per la giunta militare sudanese, l’attuale leadership militare algerina non può essere un valido partner per la transizione democratica. Il Generale Salah sta tentando di acquisire il tempo necessario per far sgonfiare la protesta popolare e riscrivere la Costituzione, con l’obiettivo di proteggere gli interessi della élite dominante, offrendo alla popolazione un falso senso di libertà e ingannevole apertura degli spazi democratici.

Il Generale Salah e gli alti ufficiali dell’Esercito stanno studiando attentamente ogni aspetto dell’attuale situazione politica per attuare una contro-rivoluzione, dove è prevista la repressione delle attuali proteste. Per acquisire il tempo necessario per preparare e lanciare una contro-rivoluzione che abbia il maggior numero possibile di possibilità di successo, l’Esercito cerca di ingannare gli algerini, affermando di essere dalla parte della rivoluzione e di voler mettere in pratica le aspirazioni della popolazione, erigendosi come garante della sicurezza del Paese.

Gli slogan lanciati dai militari, come ‘L’esercito e la popolazione sono fratelli’, risultano non genuini, in quanto pronunciati da generali corrotti, che hanno largamente beneficiato del regime di Bouteflika, e vogliono continuare a beneficiare dei privilegi e del potere dopo essersi sbarazzati del loro leader.
Il movimento rivoluzionario e il popolo algerino devono diffidare dell’intervento di questi attori per evitare quello che è avvenuto in Egitto. Il Generale Abdel Fattah Saeed Hussein Khalil El-Sisi ha ristabilito il regime di Muhammad Hosni El Sayed Mubarak, destituendo con un colpo di Stato il Governo democraticamente eletto di Mohamed Morsi, affermando che l’intervento era necessario per il bene del popolo e della Nazione. Sappiamo tutti cosa poi è successo dopo la caduta del governo Morsi.

Sperare che i contrasti interni a FNL ed Esercito giungano al punto di far implodere le due principali istituzioni del regime, e credere che parte dei gerarchi siano davvero dalla parte della rivoluzione, sono errori fatali che potrebbero salvare il regime e distruggere una vera transazione democratica. Gli algerini devono essere più attenti e pronti a fermare sul nascere tutti i tentativi contro-rivoluzionari dell’Esercito, che ha come unico vero obiettivo deragliare il movimento rivoluzionario su binari morti.

In questa prima fase della rivoluzione, il movimento è stato capace di resistere a tutti i tentativi di dividerlo. La pressione popolare è ancora alta, ma i tranelli sono dietro l’angolo.
Il principale ostacolo sono le elezioni, previste per il prossimo 4 luglio. La giunta militare sta facendo forti pressioni per mantenere il calendario elettorale, presentato come un segno inequivocabile della volontà di voltare pagina e di avviare la transazione democratica. Allo stato attuale, la sola forza politica organizzata in Algeria è il FNL, ed è ancora in grado di manipolare i risultati elettorali. Non esistono partiti di opposizione capaci di diventare temibili concorrenti e il movimento rivoluzionario è privo di direzione. Condizioni ideali per la giunta militare al fine di uscire dal test elettorale con una parvenza di legittimazione democratica da offrire alla comunità internazionale per giustificare la tenuta del potere.

Gli studenti e i sindacati autonomi hanno compreso questi giochi e tentano di opporsi al calendario elettorale. Rivendicano, giustamente, le dimissioni della giunta e del FNL, la creazione di un governo di transizione guidato da civili e tecnocrati, e vere elezioni solo quando tutte le garanzie democratiche e di trasparenza del voto saranno certe. Queste forze si oppongono alle elezioni del prossimo luglio, minacciando lo sciopero generale. Questa opposizione ha già raggiunto dei risultati. La scorsa settimana, 40 sindaci hanno dichiarato il loro rifiuto a organizzare le elezioni del 4 luglio nei loro comuni.

Contemporaneamente, alla battaglia contro queste elezioni tranello, occorre rafforzare la battaglia per riappropriarsi degli spazi politici. Vari Ministri sono caduti, segno evidente che la popolazione rigetta un governo di transizione in mano dei militari. Eppure queste vittorie non sono definitive e possono essere annullate dalla contro-rivoluzione. Nei prossimi mesi, prima dell’appuntamento elettorale, si potrebbe assistere ad una radicalizzazione del movimento rivoluzionario e a reazioni repressive dell’etile ancora al potere. I ‘membri della banda’, come sono stati nominati i quadri della giunta militare, faranno di tutto per mantenere il più possibile intatto il regime.

Occorre non essere naif. Il carattere pacifico della rivoluzione è determinato dalle risposte del regime. Se queste risposte si indirizzano verso una capitolazione, la non violenza risulterà efficace. Se queste risposte, al contrario, si indirizzeranno verso la repressione, occorrerà studiare altri metodi di lotta.
L’attuale equilibrio delle forze contrapposte viene mantenuto dal movimento rivoluzionario attraverso le proteste del venerdì, l’occupazione delle istituzioni pubbliche, gli scioperi generali al fine di costringere l’esercito ad accettare le richieste degli algerini e a rimuovere l’intera élite politica che tenta di sopravvivere.

Possiamo sintetizzare le tattiche che il movimento di protesta deve assolutamente adottare nell’immediato per portare a termine la rivoluzione.
Prima di tutto il movimento rivoluzionario si deve strutturare politicamente e dotarsi di una leadership in grado di creare un contro-potere attraverso la creazione di comitati di auto-governo (soviet) di studenti, lavoratori, sindacalisti e attivisti della società civile. Questi comitati devono sia porre le basi per la gestione democratica del Paese, sia aprire il dibattito per individuare un coerente programma politico ed economico.

Occorre rivedere le strategie e le tattiche secondo le reazioni del regime, tenendo ben presente che sarebbe un suicidio politico la partecipazione alle elezioni del prossimo luglio con la struttura del regime ancora intatta. Occorre che le manifestazioni non siano limitate ad ogni venerdì. Devono estendersi a livello temporale per creare la totale paralisi economica e politica dell’Algeria.

Il movimento rivoluzionario deve categoricamente rifiutare ogni compromesso con l’oligarchia militare e puntare a creare un’Assemblea Costituente, in grado di assicurare la sovranità popolare e rendere irreversibile il processo democratico in atto. La transizione deve essere totalmente controllata dagli algerini, per evitare che l’Esercito riesca ad imporsi e vincere.
Occorre essere estremamente vigili sugli sviluppi internazionali verso la rivoluzione algerina. Come per la rivoluzione sudanese, anche quella algerina infastidisce e preoccupa le potenze mondiali. Da una parte, non possono far altro che approvare la caduta di dittatori come Bouteflika e Al Bashir, all’altra, però, tentano subdolamente di favorire la stabilità attraverso la continuità del regime, garantita dai militari, piuttosto che affrontare l’incognita di un governo popolare, che potrebbe essere preso come esempio e ispirare rivoluzioni in Europa, America e Asia. Il rischio di un intervento militare straniero diretto o indiretto non è da sottovalutare.

Infine, occorre che il movimento rivoluzionario adotti un programma di cambiamento radicale, che non si limiti alla democrazia politica. Un programma capace di porre le basi per una democrazia economica in grado di cancellare le differenze tra le classi, le ingiustizie sociali e di indirizzare l’economia al servizio dello sviluppo della Nazione e del popolo algerino.

La trasformazione radicale della società e delle istituzione di cui l’Algeria necessita come l’aria che si respira, richiede un lungo processo politico che potrebbe portare allo scontro diretto e finale con le forze reazionarie e contro-rivoluzionarie. Per parafrasare un proverbio caro ai mussulmani: «Lavoriamo per un cambiamento radicale anche se ci volesse un’eternità per realizzarlo. Prepariamo oggi il futuro che desideriamo domani».

Hamza Hamouchene ci ha offerto una esauriente panoramica della rivoluzione algerina, dei suoi punti di forza e di debolezza.
Come per la rivoluzione sudanese, anche in Algeria si è giunti ad uno stallo politico dove entrambe le forze contrapposte attendono il fatale errore dell’avversario. Come in Sudan, anche in Algeria la protesta continua nonostante il periodo di Ramadam.  Venerdì 10 maggio centinaia di migliaia di manifestanti hanno invaso le piazze e le strade delle città algerine -era il 12simo venerdì consecutivo. Le piazze che abbiamo visto, esigono la fine del regime e della giunta militare. «Se ne devono andare tutti quanti», «Non molleremo. La battaglia continua». Questi gli slogan cantati in tutta l’Algeria.
Riuscirà il popolo algerino a conquistare la libertà e la democrazia politica ed economica, pur non essendo dotato di una leadership rivoluzionaria?

(la prima parte, ‘Algeria: potenzialità e rischi di una rivoluzione senza leader’ è stata pubblicata il 15 maggio 2019)

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