venerdì, Luglio 3

Algeria: il voto che gli algerini non vogliono Il rischio boicottaggio domani reale. Il movimento di protesta ‘Hirak’ infatti continua chiedere che tutti i vecchi ‘lupi’ dell’ex Presidente Abdelaziz Bouteflika escano di scena prima di procedere al voto per il nuovo Presidente

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Domani larivoluzione algerinaHirak’, così è stato chiamato il movimento di protesta- è chiamata al voto. 24,5 milioni di algerini (di cui 915mila all’estero) domani infatti sono chiamati alle urne per il primo turno delle presidenziali.Secondo l’Autorità nazionale indipendente per le elezioni (Anie), il voto di domani sarà un «evento storico e cruciale», perché «il futuro Presidente deve essere in grado di prendere decisioni coraggiose e per questo i cittadini sono chiamati a votare per la persona che ritengono essete più competente e degna di questa responsabilità».
Chiamata alla quale una grossa fetta di algerini, quelli scesi in piazza anche oggi, non ha nessuna intenzione di rispondere, anzi, chiedono la cancellazione del voto.

Noi non voteremo’, ‘vogliamo la libertà’ scandiscono i ‘rivoluzionari’, che ogni venerdì, dal 22 febbraio scorso, sono in piazza.

Una grande folla di manifestanti anche oggi ha marciato per il centro di Algeri per chiedere la cancellazione delle elezioni presidenziali di domani, ‘Makache vote’ (‘Nessun voto’) hanno scandito, sostenendo che non voteranno in un’elezione che considerano una ‘farsa’. Venerdì scorso le manifestazioni, secondo gli osservatori locali,, hanno visto protagonisti non solo i solitivolti, bensì anche una componente più ampia della società algerina, con decine di migliaia di persone a esprimere il rifiuto delle elezioni nelle condizioni attuali.

Il voto, secondo i manifestanti, non si potrà tenere fino a quando l’intera èlite al potere non si sarà ritirata e l’Esercito lascerà la politica -uno degli slogan recita: ‘uno Stato civile e non militare’-. Una richiesta ovvia per la ‘rivoluzione’, considerando che tutti e cinque i candidati che domani saranno in lizza alle elezioni sono ex alti funzionari legati all’ex Presidente Abdelaziz Bouteflika, costretto alle dimissioni lo scorso 2 aprile dall’Esercito in risposta alle proteste.
Una richiesta per nulla nuova, già sei mesi fa una delle motivazioni per le quali i ‘rivoluzionari’ non si erano ritirati dopo le dimissioni di Bouteflika era appunto larichiesta che non si procedesse all’elezione del Presidentefino a quando tutti i volti del regime fossero scomparsi dalla scena politica algerina.
Le candidature di questa tornata elettorale, in effetti, non sono altro che la conferma del timore dei manifestanti di alcuni mesi fa, ovvero che Bouteflika fosse stato sacrificato perché il partito al potere, il FNL, restasse alla guida del Paese. I ‘lupi’ erano ancora al potere e ci vogliono restare: questa è la lettura che oggi i manifestanti danno al voto di domani. Infatti il primo obiettivo dei manifestanti sono il Presidente ad interimAbdelkader Bensalah e del capo dell’esercito Gaid Salah.

Tra i 5 candidati, spiccano due favoriti che sono di fatto due ex primi ministri dell’era Bouteflika, ovvero Ali Benflis e Abdelmadjid Tebboune

Benflis, 75 anni, è stato premier sotto Bouteflika dal 2000 al 2003, mentre nelle elezioni del 2004 e del 2014 si è candidato come suo sfidante. Alle ultime votazioni, dove si è presentato come indipendente, ha preso il 12,18 per cento delle preferenze contro l’81,53 per cento a Bouteflika.
Come indipendente al voto di domani si è candidato anche Tebboune, 73 anni, Ministro delle Comunicazioni nel primo Governo Bouteflika nel 1999. E’ stato anche premier, dal maggio all’agosto del 2017.

Il Fronte di liberazione nazionale (FNL), ha dato il suo sostegno ufficiale all’ex Ministro della Cultura, Azzedine Mihoubi, leader del Democratic National Rally (Rnd), il principale partito alleato di Bouteflika.

Anche il partito el-Bina del quarto candidato, l’ex Ministro del Turismo Abdelkader Bengrina, ha sempre sostenuto Bouteflika. Dalla stessa parte il movimento giovanile al-Moustakabal, che ha candidato Abdelaziz Belaid alla presidenza.

La campagna elettorale di 22 giorni è stata caratterizzata da un disinteresse quasi totale dei cittadini, che hanno preferito le piazze dei ‘Hirak’.

I candidati hanno tenuto comizi in tutto il Paese promettendo sviluppo economico e culturale, soprattutto nelle regioni rurali e in quelle più remote, ottenendo scarso se non nullo interesse. 

E ciò mentre la repressione dell’opposizione e del movimento dei manifestanti diventava sempre più imponente, con giornalisti, oppositori politici e vignettisti satirici arrestati con l’accusa di ‘’aver minacciato la morale dell’Esercito’. Secondo un rapporto di Amnesty International, almeno 300 persone sono finite in carcere da quando è iniziata la campagna elettorale a metà novembre, con «un aumento negli ultimi giorni della retorica negativa contro chi si oppone alle elezioni presidenziali». Solo la scorsa settimana il Ministro degli Interni algerino, Salah Eddine Dahmoune, ha descritto come «traditori, mercenari e omosessuali» coloro che si oppongono al voto, salvo poi moderare i commenti per le critiche che li hanno accompagnati.

«La repressione sui manifestanti dimostra come le autorità algerine non siano preparate ad accettare il diritto di base di ognuno a esprimersi liberamente», ha detto in una nota Sarah Leah Whitson, direttrice per il Medioriente e il Nord Africa di Human Rights Watch (Hrw). «Nessuno deve essere arrestato semplicemente il fatto di sventolare una bandiera o perché ha espresso la sua contrarietà a un’elezione», ha aggiunto.

Quello che manca, a detta anche di alcune voci interne al movimento di opposizione, è però una «reale alternativa al voto». Come ha spiegato alle agenzie Said Salhi, vice presidente della Lega Algerina in difesa dei diritti umani, la mobilitazione di massa in corso nel Paese si alimenta con le frustrazioni della gente senza offrire una soluzione. «E’ un movimento popolare con molte carenze politiche. Ha un’unica richiesta principale: divorziare dallo status quo precedente», ha affermato.

«L’Hirak è rimasto volutamente senza un leader», così come era nato, «una scelta comprensibile per proteggere il movimento dall’interferenza del regime e dalle ritorsioni che hanno indebolito i precedenti movimenti di opposizione algerini», ha detto Zine Labidine Ghebouli, studiosa presso l’Università americana di Beirut. «Ma la comprovata abilità dell’Hirak di chiedere spazi pubblici, restare unito e esercitare pressioni è abbastanza forte da evitare

 per intimidazioni o divisioni da parte del regime», ha aggiunto.

Allo stesso tempo l’Esercito «non è stato in grado di rispondere alla sfida senza precedenti posta dall’Hirak, che è un movimento trans-ideologico, trans-generazionale e pacifico», ha detto alle agenzie, Louisa Dris-Ait-Hamadouche, docente all’Università di Algeri.

Il rischio boicottaggio domani a questo punto è reale

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