sabato, Agosto 15

Algeria alla doppia sfida: pane e democrazia La crisi economica morde pesantemente in un Paese in cui le riforme democratiche tardano arrivare. L’uscita dalla crisi è affidata alla capacità di dialogo tra Governo e Hirak, il movimento pacifico che dallo scorso anno rappresenta l’opposizione del Paese

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L’Algeria è in ebollizione. Già prima del Covid-19 nel Paese le proteste erano all’ordine del giorno. Ilmovimento pacifico Hirak ogni settimana scendeva in strada per protestare contro la corruzione, che l’uscita di scena, lo scorso anno, del Presidente Abdelaziz Bouteflika, non era per nulla arretrata, considerato che i vertici del Paese era rimasti in mano ai militari dell’era Bouteflika, e contro la crisi economica che già mordeva. Ora la crisi economica si è aggravata e, richieste politiche a parte, gli algerini protestano alla ricerca di una soluzione, mentre molti sono quelli che decidono di andare all’estero.

Un movimento -istituito nel febbraio 2019 quando Bouteflika aveva annunciato che avrebbe corso per un altro mandato in carica- senza leader che aveva fatto parlare di se, che ha portato in piazza unapopolazione giovane, scettica nei confronti della politica, e capace di aggregare dalle diverse fasce sociali e componenti della società algerina, coinvolgendo anche gli adulti, indipendentemente dalla fede religiosa. Le loro richieste erano strettamente politiche, chiedevano una ‘nuova Repubblica’ e maggiori libertà civili.
Le manifestazioni, allo scoppiare del Covid-19, sono poi state fermate dagli stessi attivisti,anticipando il Governo che ha annunciato le chiusure il 17 marzo.

L’entrata in scena del coronavirus Covid-19 ha peggiorato la situazione socio-economica e sta cambiando il volto delle proteste. Proteste che sono cresciute e che rischiano di radicalizzare un movimento che era riuscito rimanere pacifico.

Gli osservatori sottolineano che potrebbe esserci il rischio di un aggravamento delle proteste, sia in favore di una svolta autenticamente democratica, sia contro la crisi economica. Secondo alcuni osservatori una fascia importante di popolazione inizia essere autenticamentedisperata’, «Quando le persone diventano più disperate, c‘è la possibilità di un’azione estrema più radicale perché pensano che sarebbe un modo per otteneredi più dal Governo», ha dichiarato a ‘Bloomberg’Riccardo Fabiani, direttore del progetto per il Nord Africa presso il think tank Crisis Group.

Molto dipenderà, dunque, dai provvedimenti economici che il Governo riuscirà mettere in pistaI margini appaiono molto ristretti, il governo è stato costretto a tagliare le importazioni di 10 miliardi di dollari e ridurre della metà le spese,assicurando che però non sarebbe intervenuto per ridurre i sussidi per cibo, energia e abitazioni. Secondo fonti di ‘Bloomberg’, il prodotto interno lordo pro capite è diminuito del 25%, e quel che in questo momento più di tutto ha colpito e sta colpendo le fasce più basse della popolazione è cheil lockdown ha bloccato il mercato nero, che prima delle restrizioni imposte dal Governo assicurava la sussistenza a un numero molto elevato di persone.

Il Fondo Monetario Internazionale prevede chel’economia algerina nel migliore dei casi si contrarrà del 5,2% quest’anno, e la crisi dei prezzi del petrolio ridurrà drasticamente gli introiti del settore energetico. L’energia rappresenta il 60 percento del bilancio statale e il 93 percento delle entrate totali delle esportazioni.
Il piano annunciato per diversificare l’economia dal petrolio e dal gas per il momento non è partito. Tra le ipotesi allo studio, la riforma del sistema bancario e un piano per l’avvio di un settore finanziario islamico nel tentativo di fornire una nuova fonte di finanziamento per l’economia. L’utilizzo dei servizi finanziari della Sharia attirerebbe anche i risparmiatori locali, secondo gli analisti finanziari.

Il Governo non sembra abbia le idee chiare sulle politiche da attuare e men che meno su come ricostruire una economia che riesca riportare ordine pubblico e sedare le proteste.

Secondo gli analisti di Crisis Group, il Governo intanto dovrebbe dare le prime basiche risposte alle richieste politiche. Le autorità statali algerine «dovrebbero sfruttare la solidarietà nazionale determinata dalla pandemia per distendere i rapporti con Hirak e sostenere alcune delle sue iniziative», e agire con qualche misura capace di intercettare le istanze del movimento, quali il rilascio di detenuti politici, la fine della censura dei media e la fine di arresti arbitrari. Il governo potrebbe anche fornire un sostegno crescente a – ma non cercare di cooptare – le reti di cittadini istituite dai leader di Hirak per aiutare a combattere la pandemia e ridurre il suo impatto sociale.
Poi l’intervento economico, a partire da un confronto tra governo e membri di Hirak «per trovare un modo per attuare i cambiamenti strutturali necessari per scongiurare una grave crisi economica».

Il Governo a breve potrebbe dover intervenire con pesanti misure di austerità e, di conseguenza, potrebbe dover affrontare una ripresa della tensione sociale, sostengono da Crisis Group.

I conflitti con il Governo potrebbero divampare. La contrapposizione tra le autorità e Hirak, che prosegue dal febbraio 2019, potrebbe quindi diventare più radicale. Oppure Hirak potrebbe sfaldarsi, e ciò «potrebbe portare i piccoli gruppi ad adottare un approccio sempre più rigido e azioni più radicali in un futuro non troppo lontano».

Un confronto che dovrebbe allargarsi al debito,visto che è molto probabile che il Paese debba ricorrere all’assunzione di debito estero -per quanto il presidente Abdelmadjid Tebboune abbia escluso la ricerca di prestiti dall’FMI e dalle istituzioni finanziarie internazionali- per decidere con quali Paesi indebitarsi. «Le organizzazioni finanziarie internazionali e le Nazioni amichedovrebbero essere in grado di offrire al Paese un sostegno finanziario specifico per le riforme economiche, ma senza imporre condizioni eccessivamente rigide», afferma Crisis Group. E qui però gli osservatori fanno notare che non è così scontato che tali interventi di aiuto vengano accettati dal Governo algerino, e neanche dalla popolazione, incline a guardare con sospetto gli interventi in particolare dai Paesi arabi. La Cina potrebbe essere uno dei Paesi ‘amici’ disponibile a dare una mano.
I donatori «dovrebbero fornire assistenza finanziaria senza imporre condizioni eccessivamente rigide (liberalizzazione totale e severa austerità)».

La fiducia nel fatto che il Governo dei militari riesca nella doppia sfida -quella politica e quella economica- è ai minimi. La presidenza Bouteflika secondo molti osservatori del tempo, doveva essere riformatrice, e così non è stato. Il fatto che nel 2011 in Algeria la primavera araba non fosse esplosa come negli altri Paesi dell’area venne letto come segno della stabilità dell’Algeria. Dopo poco è arrivato inatteso Hirak. Difficile, dunque, azzardare oggi sul fatto se il nuovo presidente,Abdelmadjid Tebboune, voglia e riesca convincere i generali, dai quali lui è stato scelto a guidare il Paese, ad accettare la richiesta principale dei manifestanti: uno Stato governato da civili. «Questo sistema non ha gli strumenti per reinventarsi dopo Bouteflika o per negoziare un nuovo contratto sociale con la gente», sostieneAmel Boubekeur, che per il think-tank European Council on Foreign Relations (ECFR), ha realizzato una poderosa ricerca su quelli che definisce ‘difetti nel sistema di governo del Paese’.E senza una riorganizzazione del sistema politico, autentiche riforme economiche in grado di ‘dare da mangiare agli algerini’ sembrano ai più impossibili.

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