mercoledì, Dicembre 11

Algeria al ‘non voto’, senza idee e prospettive di transizione Il Consiglio costituzionale ha respinto le due sole candidature avanzate, per tanto le elezioni presidenziali non si terranno il 4 luglio, anche perché nessuno le voleva

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L’Algeria ha rinviato le elezioni presidenziali previste per il 4 luglio, la motivazione è l’esclusione dei due soli candidati che si erano presentati, infatti, ieri, il Consiglio costituzionale, l’organismo che sovrintende al processo elettorale, ha respinto le due candidature, senza fornire spiegazioni chiare.

«A fronte di questa decisione, è impossibile svolgere le elezioni presidenziali il 4 lulio», ha annunciato il Consiglio in una nota, secondo quanto riportato dall’agenzia ufficiale ‘Aps’. Il Consiglio ha chiesto al Presidente ad interim Abdelkader Bensalah di fissare una nuova data per il voto.
Oggi, secondo i media locali, Bensalah parlerà alla Nazione, affrontando la nuova situazione determinata dal posticipo delle elezioni presidenziali; il 9 aprile Bensalah era stato nominato dal Parlamento alla guida del Paese, per un periodo transitorio di 3 mesi, secondo gli esperti, la cancellazione del voto del 4 luglio imporrà una proroga del mandato di Bensalah di altri tre mesi.

Il Consiglio non ha indicato una nuova data, né, per altro, la Costituzione prevede il caso in cui non ci siano candidati alle elezioni presidenziali. Bensalah dovrà decidere con quali forze negoziare la data, se coinvolgere il movimento popolare.
La piazza non chiede le elezioni, anzi, non le voleva il 4 luglio, la richiesta è per un governo di transizione che, prima di andare alle urne, lavori per riformare la legge elettorale, per impedire alla vecchia classe politica di tornare ad occupare posizioni di potere.

Bisognerà vedere se i manifestanti sono disponibili a discutere e, ancor di più, a dare altri tre mesi ai militari, la mancanza di fiducia nella presidenza e nel Governo ad interim è palese. Il tutto in un quadro di crisi culturale che è ben raccontata dallo scrittore e docente universitario  Amin Zaoui, ovvero la crisi del modello occidentale in Algeria e nel resto del Nord Africa.

A fissare la data era stato il Presidente ad interim Abdelkader Bensalah, ma la sua decisione aveva suscitato un moto di proteste, da parte degli stessi manifestanti che avevano costretto alle dimissioni il Presidente Abdelaziz Bouteflika. I manifestanti, che venerdì erano tornati in strada, non volevano queste elezioni perché progettate dall’Esercito e preoccupati che fossero lo strumento per il consolidamento del regime semplicemente spogliato del volto di Bouteflika, che ha governato l’Algeria per 20 anni, costretto alle dimissioni sì, ma lasciando intatto l’apparato che in questi anni ha costruito, a partire dell’Esercito. E probabilmente queste elezioni non le voleva nemmeno l’Esercito. È significativo, ha detto Hasni Abidi, politologo svizzero-algerino presso il Global Studies Institute dell’Università di Ginevra. «I responsabili delle decisioni si sono trovati di fronte a una situazione di stallo. Era diventato un’elezione che non aveva senso. Allo stesso tempo, l’Esercito aveva bisogno di un motivo per non perdere la faccia».

Di fatto oggi, dopo questo rinvio, l’Algeria è in uno stallo forse ancora più drammatico.

La crisi economica, il pericolo del terrorismo, e l’assoluta mancanza di prospettive reali per chiudere questa crisi istituzionale, mordono il Paese. Le proposte sul tavolo non mancano.
C’è chi parla della necessità di creare un sorta di Autorità nazionale responsabile della transizione.
Mokrane Aït Larbi,  già senatore e direttore -dimissionario da entrambe i ruoli- della campagna di uno dei candidati rifiutati dal Consiglio costituzionale, Ali Ghediri, vicino al movimento rivoluzionario, afferma di aver presentato agli attivisti un programma di transizione in due fasi. Una prima fase con una ‘presidenza di transizione collegiale’ di 3-5 personalità indipendenti, accettate da tutte le componenti del movimento, rispettabili e credibili che possono gestire il dialogo tra i rappresentanti delle diverse ale del movimento -con le marce del venerdì che assumono il valore di referendum. Legittimata da tutte le componenti della società civile, la ‘presidenza di transizione collegiale’  si insedia per un massimo di un anno, dopo le dimissioni, senza indugio, del capo di Stato e del Governo ad interim, e dopo lo scioglimento del Consiglio costituzionale e del Parlamento, e nomina un Governo di persone indipendenti e ben qualificate per adottare misure urgenti per la ripresa dell’economia nazionale e per avviare le procedure giudiziarie appropriate per il rimpatrio di fondi pubblici indebitamente sfruttati e di capitali trasferiti illegalmente all’estero, oltre che per rivedere la legislazione elettorale e garantire elezioni effettivamente libere e credibili. Gli algerini voteranno e eleggeranno un’Assemblea Costituente che, depositaria della sovranità popolare, nominerà un capo di Stato e un Governo per il periodo di transizione, adotterà una carta delle libertà e dei diritti del cittadino che avrà un valore costituzionale e una Costituzione che sarà soggetta all’approvazione popolare attraverso un referendum e elezioni presidenziali e legislative in conformità con la nuova Costituzione. Una volta completato questo processo, il periodo di transizione terminerà per lasciare il posto alle nuove istituzioni.

Il tutto è una proposta, un progetto sul quale forse le diverse anime che compongono il movimento rifletteranno, come su altre avanzate, ma al momento nessun percorso è all’orizzonte. Non facilita l’individuazione di un percorso la debolezza dei partiti algerini, a partire dall’Islam politico.

I manifestanti hanno chiaramente dimostrato di temere infiltrazioni degli islamisti. L’islamismo radicale non sembra raccogliere consenso da parte della maggioranza degli algerini, ma neanche l’Islam politico moderato gode di buona salute. I politici islamisti si sono uniti al movimento di protesta dopo settimane di protesta, il che ha rafforzato la percezione pubblica di mettere il proprio interesse personale al di sopra dell’interesse pubblico, di non essere credibili. I partiti islamisti moderati, secondo gli analisti, probabilmente saranno attori politici nella transizione, ma di secondo piano, in quanto dalla maggioranza considerati ‘lacchè del regime’, troppo compromessi con il ventennio di  Bouteflika.

La crisi economica, scoppiata con la drastica riduzione negli ultimi anni delle esportazioni di gas e petrolio -dei quali il Paese è particolarmente ricco-, ha acuito la rabbia della popolazione. La disoccupazione nel Paese supera il 12% -quella giovanile, in un Paese di giovani, il 28% (dati 2018)- sabato l’agenzia ufficiale algerina ha informato che la bilancia commerciale dell’Algeria ha registrato un disavanzo di 1,84 miliardi di dollari nei primi quattro mesi del 2019.

La dipendenza da gas e petrolio è quanto rende difficile pensare che un qualsiasi percorso di transizione possa essere agevole, la revisione del modello economico, la diversificazione che possa liberare il Paese dalla trappola del petrolio, è uno dei freni che complicherà qualsiasi percorso di transizione. Il sistema economico «risulta ampiamente influenzato e in parte distorto per effetto della relazione esistente tra i diversi gruppi di interesse e i vertici delle istituzioni», spiega Stefano Torelli dell’ISPI. «Il fatto che l’Algeria non sia riuscita nel corso degli ultimi venti anni a creare le condizioni per un’economia più sviluppata e competitiva, mentre abbia invece favorito l’emergere di un mercato oligopolistico in cui pochi attori si vedono riconosciuti e garantiti tutti i privilegi di un’economia di tipo protezionistico in cambio del sostegno al potere politico, ha costituito uno dei più grandi freni allo sviluppo di una nuova economia che sapesse rendersi più indipendente dal settore degli idrocarburi», con la corruzione a livelli altissimi, come prosegue Torelli. «I livelli di corruzione che caratterizzano un sistema siffatto sono, al tempo stesso, la causa del mancato sviluppo economico e uno degli indicatori più evidenti dell’esistenza di un sistema così chiuso ed esclusivo». La transizione si troverà a scontrarsi con questo grande ostacolo.

In più, il pericolo del terrorismo è dietro l’angolo e si chiama al-Qaida nel Maghreb Islamico (al-Qaida in the Islamic MaghrebAqim). Aqim -di origine algerina e attiva durante la guerra civile- è posizionata in particolare in Mali, Niger e Burkina Faso, ma non ha mai perso d’occhio l’Algeria, e, secondo gli analisti, se  la crisi del Paese prosegue o addirittura precipita,  Aqim potrebbe tornare a destabilizzare il Paese  -si ipotizzano attacchi terroristici su vasta scala. Un ingresso in scena di Aqim avrebbe ripercussioni in primis su Marocco e Tunisia, ma riflessi si avrebbero anche per i Paesi del Sud Europa, Italia e Spagna in particolare, i più esposti alle crisi migratorie, e in quando grandi importatori di gas algerino.

I prossimi giorni potrebbero chiarire su quale percorso se non altro di pre-transizione l’Algeria si dirigerà.

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