martedì, Luglio 16

Aldo Moro: vittima di disorganizzazione dello Stato e dilettantismo politico delle BR 1978 - 2018: 40 anni fa l’attacco più violento alla Repubblica Italiana. Che USA e URSS non vedessero di buon occhio l’operazione politica del Compromesso Storico è un fatto, ma da qui ad affermare che ci fu la mano delle superpotenze ce ne corre.

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«Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà» (Aldo Moro, 28 febbraio 1978, discorso ai parlamentari DC)

 

Nella sua pubblicazione ‘1978. Il Delitto Moro’ lo storico Vittorio Vidotto afferma che «Gli storici dovrebbero […] stare al pezzo, come buoni artigiani, esaminare i fatti, discernere quelli attendibili, lavorare su quelli rilevanti e seguire e seguire il principio della distinzione tra quelli rilevanti e quelli che non lo sono […] ricordando che non esistono ricostruzioni definitive e che le interpretazioni mutano non solo in rapporto all’aggiungersi dei documenti, ma anche in relazione alle domande che ci poniamo».

Ci atterremo, per raccontare i 55 giorni che vanno dal 16 marzo al 9 maggio 1978, a questa indicazione. Il periodo più buio della nostra storia repubblicana che comincia con il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta, continua con il comportamento dello Stato durante la prigionia del Presidente DC che lanciava disperati appelli per una soluzione incruenta, e termina infine con il suo assassinio, va raccontato non tacendo i punti oscuri ancora presenti, ma evitando al tempo stesso di seguire piste complottistiche più o meno suffragate da prove.

Che gli americani ed i sovietici, le due superpotenze che si contrapponevano in una ‘Guerra Fredda’ anche attraverso azioni sugli stati satelliti, non vedessero di buon occhio, per diversi motivi, l’operazione politica delCompromesso Storicoche Moro stava portando avanti assieme ad Enrico Berlinguer, è un fatto. Si desume dalle comunicazioni ufficiali degli USA e dall’aperta ostilità del regime sovietico verso la politica del segretario del Partito Comunista Italiano. Ma da qui ad affermare che ci fu la mano di una  -o di tutte e due- le superpotenze mondiali, o che servizi segreti nazionali ed esteri più o meno deviati abbiano partecipato al rapimento ed all’uccisione dello statista della Democrazia Cristiana col preciso intento di fermare una nuova fase della politica italiana ce ne corre. La realtà è molto probabilmente infinitamente meno romanzesca. La disorganizzazione dello Stato, l’incompetenza di alcuni funzionari che pensarono più a coprire le loro responsabilità che non a cercare una soluzione al caso, il tragico e violento dilettantismo politico delle stesse Brigate Rosse  -pieni di follie idealiste con poche o punte aderenze alla realtà- portarono a quella fatale conclusione. Non ci sono evidenze certe di altri motivi, e non vogliamo ricostruire quel periodo buio sulla base di tesi preconcette, ma attenendoci ai fatti accertati. Vogliamo, insomma, solo raccontare a chi non l’ha vissuto, e far ricordare a chi c’era, quel periodo.

Quella giornata del 16 marzo 1978, un giovedì, sarebbe stata comunque di importanza capitale per la vita politica italiana anche se il rapimento di Moro non fosse avvenuto. Dopo 31 anni di opposizione dura ed intransigente, infatti, il PCI, il più grande Partito Comunista dell’Europa Occidentale, sarebbe forse entrato nella maggioranza di Governo. La situazione politica italiana di fine anni ’70 era profondamente instabile, vista la precarietà dell’equilibrio istituzionale all’interno dei palazzi del potere, ed anche vista la presenza di un’eversione armata soprattutto, ma non solo, di sinistra, che oltre a colpire con atti terroristici tramite attentati ed assassinii riusciva anche ad ottenere, se non il consenso, quantomeno una giustificazione all’interno di larghe fasce della società.

Per capire quanto quel giorno fosse rilevante per le sorti del Paese, dobbiamo fare un piccolo salto indietro di due anni, quando dalle urne delle elezioni politiche del 1976 uscirono fuori due vincitori: il PCI che toccò, con oltre il 34% dei voti il punto più alto del suo consenso politico e la DC che, sottraendo anche voti ai suoi alleati  storici come PRI, PLI e PSDI ebbe il 38%. Due partiti vittoriosi, dunque, che arrivavano oltretutto da tre decenni di continue battaglie politiche, non solo incentrate sulla diversa appartenenza ideologica, ma anche caratterizzate dal fatto che il rapporto maggioranza-opposizione era ormai cristallizzato, senza che ci fosse mai stata, al Governo del Paese, una reale alternanza.

Portare il PCI all’interno del gioco democratico dal quale era escluso anche per questioni di blocchi di politica estera, era un’impresa difficile, e la persona che più si era spesa per realizzare tale obiettivo era proprio l’allora Presidente della DC, Aldo Moro. Era riuscito, nel decennio precedente, a coinvolgere il Partito Socialista  -uscito nel ’56 dall’alleanza programmatica del Fronte Popolare con il PCI- nel Governo del paese. Ma se questa manovra aveva reso un servizio alla democrazia italiana, aveva lasciato al PCI l’esclusiva dell’opposizione. Un’opposizione che fino all’avvento di Berlinguer riguardava non solo il programma di governo, ma la struttura stessa dello stato, che i comunisti volevano  -quantomeno a parole- sul modello delle democrazie socialiste dell’URSS e dei suoi paesi satelliti riuniti sotto il Patto di Varsavia. Gli equilibri geopolitici usciti fuori dalla II Guerra Mondiale prevedevano un’Italia nell’orbita USA, e quindi tale soluzione non era concepibile a meno di non creare un conflitto nel cuore stesso dell’Europa. Ma il PCI continuava a guadagnare consensi nel Paese, soprattutto grazie alla guida del suo ultimo segretario, Enrico Berlinguer. Questi aveva portato i comunisti italiani ad accettare, ed anzi a considerare preferibile, la democrazia parlamentare parlando di ‘esaurimento della spinta propulsiva’ dell’URSS, traghettando così il suo partito verso l’accettazione della struttura istituzionale del paese e del pluripartitismo.

Le ultime votazioni politiche avevano di fatto certificato una situazione di empasse. Il Governo precedente, nato da quelle elezioni del 1976 era basato sulla formula lievemente ipocrita della ‘non sfiducia’ da parte del PCI, era scaturito proprio dalla necessità di cercare di superare tale blocco, ma nel gennaio 1978 era terminato proprio per formalizzare ancora di più tale accordo tra i due maggiori partiti italiani e consentire così ai comunisti di entrare anche formalmente in maggioranza.

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