sabato, Ottobre 19

Albania: più che una rivoluzione, faide tra politicanti corrotti Tra i protestanti a Tirana mercenari e pregiudicati, intanto i politici si scontrano per non essere sentenziati, ne parliamo con Gentiola Madhi

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Ormai ci stiamo abituando a vedere molotov lanciate e a sentire discorsi di piazza a Tirana. Le molotov lanciate cadono sulle teste della Polizia e la rabbia dei protestanti si scontra sui muri del Parlamento. Ad aizzare la folla con microfono ed altoparlanti è anche presente il leader dell’opposizione di centrodestra, Lulzim Basha. Intanto, il Presidente della Repubblica, Ilir Meta, ha dichiarato di voler annullare le votazioni previste per il 30 giugno. Motivo? Mancano le condizioni per un voto «giusto e democratico». Ma le proteste a Tirana cosa chiedono? I protestanti chi sono? Quale futuro per l’Albania in Unione Europea?

Sono mesi che Tirana è teatro di scontri in piazza tra la polizia di Stato e militanti dell’opposizione. Il Governo socialista di Edi Rama viene contestato dal PD (Partito Democratico) e dal LSI (Partito Socialista per l’Integrazione). Il PD – casa dell’ex Primo Ministro (2005-2013), Sali Berisha, e del suo pupillo, Lulzim Basha – non deve essere frainteso con gli omonimi socialdemocratici e/o progressisti che ci sono nel mondo, infatti è anche conosciuto come ‘destra albanese’. Mentre LSI è il partito del Presidente della Repubblica, Ilir Meta, che negli ultimi dieci anni ha governato sia con il partito di Rama che con quello di Berisha.

Insomma, il PS (Partito Socialista d’Albania) del Primo Ministro Edi Rama viene contestato platealmente da mesi. Nel 2013 era riuscito a salire al potere con Alleanza per un’Albania Europea, nella quale aderiva anche LSI. Un’alleanza che nel 2017 ha smesso di esistere dopo un risultato eccezionale del PS: 48,34% dei voti e una maggioranza autonoma al Parlamento – 74 seggi su 140.

Il Governo Rama ha da subito speso molte energie per rafforzare l’economia e democratizzare le istituzioni statali. Il Primo Ministro socialista ha avuto un ruolo da protagonista nel Processo di Berlino – ovvero l’iniziativa europea per allargare l’Unione ai Balcani occidentali. Ora, però, quel processo rischia di chiudersi per i disordini cittadini e la corruzione nelle istituzioni. Tra le molte riforme targate PS, una su tutte ha spiccato in questi mesi: la riforma del potere giudiziario. Infatti, una delle richieste europee agli Stati che vogliono aderire all’Unione è quella di autonomia, trasparenza ed efficacia del potere giudiziario.

Il Governo Rama ha messo mano ad un potere giudiziario che versava in condizioni pessime. Nel 2014, il capo di Euralius Albania, Joaquin Urias, definiva quello albanese come uno dei «sistemi di giustizia più corrotti ed inefficaci in Europa», durante un’intervista a ‘Voice of Amerika’. Ma sarà veramente migliorata la situazione dopo la riforma di Rama?

Per risposte chiare e uno sguardo vicino agli eventi di Tirana abbiamo intervistato Gentiola Madhi, collaboratrice dell’Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa e riceratrice nel campo dell’integrazione europea dei Balcani occidentali.

 

Le proteste contro il Primo Ministro, Edi Rama, durano da mesi: perché viene contestato?

A gennaio, ‘Voice of Amerika’ ha reso pubbliche delle intercettazioni che portavano alla luce un sistema illegale di compravendita di voti da parte del Partito Socialista. I voti sarebbero stati comprati grazie alla collaborazione con la criminalità organizzata durante le elezioni del 2017. L’opposizione ha sempre contestato i risultati di quelle votazioni: questa accusa si è rinforzata con un articolo esclusivo di ‘Bild’ che convalida l’accusa di corruzione e collaborazione con i clan che trafficano droga per l’acquisto di voti. Le piazze contestano una connessione diretta del Governo con la criminalità organizzata albanese.

I protestanti a Tirana da chi sono organizzati e finanziati?

I soldi che finanziano le manifestazioni vengono direttamente dai partiti politici. Il problema, però, è che nei Balcani sono sconosciute le fonti di finanziamento dei partiti. La dichiarazione dei fondi da parte loro non funziona, e non si capisce da dove arrivino e come vengano distribuiti. Tutti i cittadini sanno che i partiti elargiscono dei soldi, ma nessuno rischia se stesso per mettere in chiaro da dove vengano quei soldi. Molte persone manifestano in piazza in cambio di soldi: il livello di disoccupazione in Albania è alto e le persone disoccupate accettano denaro per essere presenti nelle proteste. Queste persone si riuniscono in paesi periferici, ricevono una somma di denaro – tra 30 e 40 euro – e vengono aggiunti alle liste dei manifestanti: queste persone partecipano come ‘mercenari’. Poi ci sono anche manifestanti di destra, ovvero quegli elettori che hanno sofferto durante il periodo comunista, ma ci sono anche persone che hanno un passato legato al crimine – loro sono quelli che lanciano molotov e petardi.

E come si sviluppano queste proteste? Chi sono i partecipanti?

Ho vissuto personalmente la settima protesta e mi sono dovuta ricredere rispetto le immagini che si vedono in televisione. Nelle proteste la maggioranza sono uomini sopra i 35 anni: in prima fila si notano subito quelli che lanciano molotov e petardi, dietro di loro uomini più anziani ma meno burrascosi. Le manifestazioni sono intese per spargere panico e violenza e per far capire che in piazza c’è la maggioranza della popolazione, ma questo non è vero. Infatti, c’è una differenza sostanziale di numeri e di sentimento politico tra la maggior parte della popolazione che non prende parte alle proteste e loro. Inoltre, nel gruppo di proteste le donne e i giovani partecipano pochissimo: non sono rappresentati tutti i ceti e tutte le fasce d’età.

In piazza, la polizia risponde in modo repressivo o appoggia i manifestanti?

Quando ero in piazza la polizia è intervenuta con idranti e gas lacrimogeno dopo la crescita della tensione e l’avvicinamento verso il Parlamento degli elementi più agitati. Quei manifestanti avevano la testa coperta e i poliziotti hanno agito per respingere la folla e proteggere il Parlamento: data la situazione, non mi è sembrata una mossa violenta e plateale quella della polizia. I lacrimogeni hanno creato problemi anche ai cittadini delle vie attigue alle proteste, ma comunque non c’è stata una violenza indiscriminata con manganelli. Infine, ricordo che i protestanti non attaccano mai i civili, il confronto è esclusivamente tra manifestanti e polizia.

Quindi, quale è il vero obiettivo di queste proteste? Si intravede un compromesso tra le parti?

In Albania si sta vivendo una faida politica dove ognuno vuole il potere. LSI è preoccupato di tornare ad elezioni perché rischierebbe di perdere molti dei suoi seggi e la destra albanese sta cercando di recuperare il potere con metodi violenti di proteste per rovesciare il Governo Rama – metodi che ripetono gli atti inscenati nel 2017. Questa volta, però, il Primo Ministro non accetta di scendere a compromessi con i manifestanti – come accadde due anni fa. Questa volta non c’è nessun margine per negoziare e la comunità internazionale non è intervenuta come nel 2017. La situazione europea e occidentale è variata in due anni: tutto è stato lasciato in mano ai politici albanesi.

E come possiamo interpretare la volontà del Presidente della Repubblica, Ilir Meta di annullare le elezioni?

In realtà, il Presidente non ha poteri costituzionali per annullare le elezioni, solo la Corte costituzionale potrebbe – ma l’Albania, al momento, ha diversi problemi nel potere giudiziario. La decisione del Presidente può essere giustificata dal fatto che interpreta la Costituzione albanese: il Presidente avrebbe agito per salvaguardare la stabilità politica ed evitare uno scontro sociale. Intanto, il Primo Ministro albanese raccoglie le firme per deporre Ilir Meta: secondo Edi Rama, il Presidente ha intrapreso un’iniziativa oltre le sue competenze, ma mancando una Corte costituzionale funzionante e stabile è tutto bloccato. In Albania due poteri su tre non sono efficienti. Il Parlamento vede una forte presenza socialista, non rappresenta tutti gli strati sociali ed è privo di un’opposizione legittima. Il potere giudiziario è bloccato e non funziona. Il potere esecutivo del Governo Rama, invece, è l’unico che funziona.

In che senso il potere giudiziario non funziona?

La corte costituzionale è composta da 9 membri, di cui 8 hanno perso l’incarico per vari motivi: alcuni hanno dato dimissioni perché oltre l’età massima, altri (circa 5) non hanno passato la ‘rivalutazione’ voluta dalla recente riforma della giustizia. Questi giudici non potranno più svolgere le loro funzioni perché non hanno giustificato gli introiti in eccesso rispetto al loro reddito da giudice – e quei soldi in più arrivano da fonti illecite. Questa ‘rivalutazione’ è un processo in corso da un anno: solo 1 giudice su 3 (e vale anche per i procuratori) passa indenne questo processo e continua la sua carriera giudiziaria. Il timore dell’opposizione è che i giudici e i procuratori che passano la rivalutazione indagheranno sui profili dei deputati dell’opposizone. La sinistra di Rama dice che la destra ha paura di questo e dunque protesta in piazza, ma anche tra le fila della sinistra non tutti sono puliti in termini di collaborazione con la criminalità organizzata.

Allora, nel processo di avvicinamento all’Unione Europea, a che punto è Tirana?

Il 20-21 giugno, il Consiglio Europeo dovrà decidere per l’apertura delle negoziazioni con Albania e Macedonia nell’ambito dell’adesione all’Unione. Queste proteste a Tirana non fanno certamente migliorare l’immagine del Paese. Inoltre, Francia, Olanda e Germania non vedono continuità nel processo albanese di riforme, soprattutto contro la criminalità organizzata, il traffico di droga e la corruzione nel potere giudiziario. Quindi è molto probabile che il Processo di Berlino si concluda tra due settimane. L’unica speranza è che la decisione del Consiglio venga presa nel vertice di settembre, ma la crisi istituzionale in Albania sta peggiorando ed è difficile che in un’estate si cambi idea. Nel caso il Consiglio europeo dica sì alla Macedonia e no all’Albania ci sarebbero conseguenze gravi per l’economia di Tirana e per i giovani lavoratori albanesi – giovani che già stanno già emigrando in grandi numeri dal Paese.

Insomma, l’Albania ha concluso la sua transizione democratica, la sto compiendo o non la ha mai iniziata?

La transizione democratica di questi 30 anni non è ancora compiuta e dimostra l’immaturità profonda dei politici albanesi. La concezione del potere in Albania non è uguale a quella occidentale. Il potere è molto personalizzato, è visto come uno strumento al servizio dei propri interessi personali o di chi è vicino al potere – che sia di destra o di sinistra. Questo è stato confermato con l’accordo bipartisan del 2008 per instaurare un sistema elettorale a liste chiuse. Il leader del partito decide a sua discrezione chi inserire nelle liste e in che ordine inserire i candidati: gli elettori possono solo votare la lista. Questo sistema ha creato un forte divario tra elettori ed eletti, danneggiando la democrazia. Per questo motivo le elezioni del 2017 hanno registrato l’affluenza più bassa della storia democratica dell’Albania. Per avvicinarsi ad una vera transizione democratica i partiti dovrebbero aprire le liste elettorali, compiere un ricambio generazionale per aprire ad un nuovo approccio alla politica e per portare in Parlamento alcuni parti sociali che non sono ancora rappresentate.

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