mercoledì, Agosto 5

Al-Sisi: zona cuscinetto alla frontiera di Gaza

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frontiera gaza al-sisi

Il paesaggio è radicalmente cambiato lungo la zona di confine con l’Egitto adiacente alla Striscia di Gaza. Nell’austera città di Rafah, confinante con la sua gemella palestinese recante la stessa denominazione, nulla è più come prima. Nessuna abitazione, nessun edificio, nessun albero sono rimasti in piedi. Rovina e desolazione costituiscono, oggi, le caratteristiche essenziali di questa località, dove le macerie delle case ridotte in polvere si intrecciano, ormai, alla sabbia del deserto arido del Sinai.

Questo è il risultato di una spedizione militare egiziana il cui motto è «guerra al terrorismo», che mira ad assicurarsi i confini per creare una zona cuscinetto. A tal fine, le autorità hanno ordinato l’evacuazione della zona, spostando, senza alcuna esitazione, migliaia di beduini prima di demolire, a colpi di ruspe ed esplosivi, le loro abitazioni sospettate di accogliere tunnel, incuranti delle proteste dei proprietari, degli avvocati e delle organizzazioni umanitarie. L’operazione è stata condotta a porte chiuse e senza testimoni dato che le autorità negano l’accesso ai media che vogliono riportare gli eventi.

L’avvocato egiziano e attivista per i diritti umani, Jamal Eid, ha dichiarato che l’articolo 63 della Costituzione egiziana vieta il trasferimento forzato e arbitrario dei cittadini, definendo le misure di sicurezza egiziane «incostituzionali». Misure che intervengono nel momento in cui l’esercito egiziano conduce da più di due anni un’offensiva nel nord del Sinai per sedare una rivolta jihadista senza riuscire a fermare gli attacchi che continuano a mietere le vite dei militari egiziani quotidianamente. In seguito alla destituzione del Presidente egiziano Mohammed Morsi, il 3 luglio 2013, gli attacchi nel Sinai si sono intensificati facendo temere una perdita di controllo da parte dell’Egitto sulla penisola dove non passa un giorno senza che le forze di sicurezza non siano prese di mira dai gruppi armati. L’attacco mortale più significativo risale al mese scorso, in cui 31 soldati sono stati uccisi nel nord del Sinai da un’autobomba guidata da un kamikaze.

La crescente insicurezza nel Sinai ha, apparentemente, travolto l’ordine del giorno del Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, che ha immediatamente dichiarato uno stato di emergenza di tre mesi a livello nazionale e il coprifuoco nella regione, nonchè la chiusura del confine tra l’Egitto e Gaza. In un intenso discorso, tenuto davanti a una platea di alti ufficiali dell’esercito, ha annunciato la sua determinazione ad adottare delle «misure coraggiose», al fine di  «risolvere il problema alla radice». La zona cuscinetto è una priorità. A suo avviso, si tratta di «complotto contro tutto il popolo», promettendo una dura risposta alla «minaccia esistenziale» costituita dai jihadisti per il Paese poiché, al di là del problema della sicurezza, la penisola rappresenta per l’Egitto una zona economica strategica per le entrate derivanti dal Canale di Suez, dagli oleodotti che attraversano la regione e dalle località balneari del Golfo di Aqaba. La posta in gioco è altissima.

Questa zona cuscinetto, in fase di costruzione, assumerà la forma concreta di un canale enorme e profondo scavato nel terreno,  lungo 13 Km e largo 500 metri. Essa ha un duplice obiettivo: neutralizzare i tunnel a confine con Gaza e impedire il passaggio di armi e la libera circolazione dei militanti islamisti. Vi è il sospetto egiziano, infatti, della presenza di attivisti islamisti palestinesi che passano da un territorio all’altro per dare man forte ai gruppi jihadisti collocati nel Sinai, intenzionati a destabilizzare il governo in carica a favore della creazione di uno Stato islamico. Alcuni funzionari sono arrivati fino a puntare il dito contro i leader di Hamas a Gaza affermando che «non vi è alcun dubbio che gli elementi che ne fanno parte sono stati direttamente coinvolti negli attacchi». Le forze di sicurezza egiziane hanno dichiarato di aver trovato uniformi e armi appartenenti alle brigate Ezzedin al-Qassam di Hamas.

In effetti, in una serie di canali televisivi e giornali egiziani, basati su fonti governative, alcuni giornalisti famosi accusano apertamente i membri di Hamas di aver contribuito agli assalti e di aver favorito la pianificazione, il finanziamento e la fornitura d’armi, indicando anche i nominativi degli attivisti sospetti coinvolti. Accuse totalmente respinte da Hamas che, insolitamente e nonostante la gravità della situazione, è rimasto molto diplomatico e corretto nelle sue repliche.

Trovandosi tra l’assedio che soffoca Gaza, gestito senza risorse, e l’isolamento politico di cui soffre a seguito della caduta dei suoi alleati, i fratelli musulmani, il movimento islamista è costretto ad agire con discrezione. In sua difesa, quest’ultimo ha sottolineato la fratellanza dei due popoli e l’importanza della sicurezza dell’Egitto, «Paese fratello» ai suoi occhi. In tono sommesso ha affermato, ad esempio, con delle prove, che alcuni dei suoi membri accusati di coinvolgimento negli attentati sono deceduti da molto tempo. Prove che destano dubbi sulla veridicità delle accuse mosse contro il movimento islamista.

Le accuse egiziane sono credibili? Le motivazioni alla base di tutte queste misure sono dettate unicamente dal desiderio di bloccare i jihadisti che mirano a far cadere il governo militare al potere? Per molti osservatori la risposta è no. A loro avviso, dalla sua ascesa al potere, il maresciallo al-Sisi cerca in tutti i modi di collegare il terrorismo jihadista salafita alla Confraternita dei Fratelli musulmani egiziani, che ha fatto cadere in un colpo di Stato lo scorso anno. Inoltre, gli osservatori sostengono che le stesse misure siano parte di una strategia che mira a emarginare, demonizzare e criminalizzare la Confraternita di cui Hamas è alleato. In realtà, la tesi di un coinvolgimento diretto di Hamas in attività violente nel Sinai non è stata ancora dimostrata definitivamente. Il suo errore palese è quello di aver chiuso gli occhi sulle attività delle fazioni jihadiste palestinesi a sud della Striscia di Gaza ma anche il suo coinvolgimento nel contrabbando attraverso i tunnel che conducono verso il Sinai e che gli forniscono armi e denaro, tunnel utilizzati anche dalle reti jihadiste egiziane per condurre la loro insurrezione contro il governo del Cairo.

Secondo alcune fonti, queste accuse vengono avanzate per giustificare l’adozione di misure coercitive audaci che rientrerebbero, di fatto, nel contesto di un accordo tacito tra Israele e Egitto per creare una zona franca e distruggere i tunnel che rafforzano l’arsenale militare delle fazioni palestinesi. Un piano che risale a parecchi anni fa, la cui attuazione fu rifiutata, in seguito, dai Presidenti destituiti Hosni Mubarak e Mohammed Morsi per timore dell’opinione pubblica, che avrebbe visto in tali misure un rafforzamento dello stato d’assedio di cui già soffrono i palestinesi della Striscia di Gaza e una complicità con il nemico israeliano contro un popolo fratello. Considerazioni ignorate dal maresciallo al-Sisi.

È da notare che l’instabilità di questa penisola, dalla dimensione di 60.000 metri quadrati, non è nuova. Da tempo il Sinai è teatro di rapporti conflittuali tra la popolazione, composta per lo più da beduini, e il potere del Cairo. Una popolazione povera che si sente abbandonata dalle autorità contro le quali la disillusione delle promesse di progetti e di una vita migliore, non mantenute, si è trasformata in risentimento e violenza. Nella regione prevale ogni tipo di male, dai sequestri di persona al traffico di organi, droga, armi fino agli omicidi. Questo risentimento ha spinto molti beduini a collaborare con i contrabbandieri in cambio di guadagni materiali e anche con i jihadisti a cui forniscono riparo e protezione, mettendo, ad esempio, a disposizione le loro abitazioni sotto le quali sono stati scavati tunnel per trasportare armi e viveri e che servono da rifugio in caso di attacco e pedinamento.

La situazione si è particolarmente aggravata a seguito della feroce repressione e l’incarcerazione di migliaia di beduini dopo gli attentati di Taba e Nuweibaa nell’ottobre del 2004 e quello di Sharm e-Sheikh a luglio 2005. Atti che hanno alimentato il desiderio di vendetta contro le forze di sicurezza, vivo ancora oggi. La rivolta è diventata incontrollabile in seguito alla rivoluzione del 2011, caratterizzata da un afflusso impressionante di armi dalla Libia e dal Sudan e dall’emergere di nuovi gruppi armati che destabilizzano l’apparato di sicurezza e il Paese. Oltre ai salafiti affiliati di al-Qaeda e ai Takfiristi (sostenitori della scomunica degli infedeli considerati empi), sono presenti gli Ansar Beit al-Maqdas (sostenitori di Gerusalemme) che hanno rivendicato la maggior parte degli attacchi nella penisola, al Cairo e altrove. Questo gruppo ha recentemente dichiarato fedeltà allo Stato islamico facendo precipitare il Paese in una preoccupazione e apprensione senza precedenti tanto più che, immediatamente dopo, Abu Al-Mossaab Maqadissi, uno dei leader del gruppo terroristico Daesh, nella giornata di lunedì, ha convocato tutti gli elementi per recarsi al Cairo per farlo diventare il loro nuovo campo di battaglia.

Senza dubbio, seguiranno giorni difficili e tesi per gli egiziani ma anche per i palestinesi confinati nella Striscia di Gaza, ormai chiusa ermeticamente. Giorni mai vissuti finora. 

 

Traduzione di Patrizia Stellato

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