giovedì, Novembre 14

Al – Shabab: chi sono i rapitori di Silvia Romano che vivono di riscatti Per la liberazione della giovane cooperante potrebbe già essere iniziata la trattativa per il riscatto; ecco chi sono e perché hanno bisogno di sempre più soldi gli al-Shabab

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Continuano le ricerche, in Kenya, per trovare la 23enne italiana Silvia Costanza Romano, sequestrata martedì sera da una banda armata a Chakama, contea di Kilifi. Le forze di sicurezza keniote, fin dal primo momento, pare abbiano messo in campo un numero molto ingente di uomini e mezzi per ritrovare la ragazza, ora stanno monitorando l’area del rapimento anche con l’uso di droni. Tra ieri e oggi decine di arresti di soggetti che sarebbero implicati nel rapimento. Nulla di preciso trapela, secondo gli inquirenti, il rapimento sarebbe avvenuto per mano al-Shabab o di o della tribù di pastori Orma, nel secondo caso, Silvia potrebbe anche già essere stata rivenduta a uomini di al-Shabab.

Il Ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, questa mattina, sul caso ha dichiarato  «Lo stiamo seguendo dall’inizio con l’unità di crisi della Farnesina e avete avuto tutte le notizie che sono state diffuse»,  «le autorità kenyane si stanno impegnando molto», «C’è un inevitabile riserbo, ma quello che è importante sapere che noi stiamo seguendo molto, molto da vicino»,  la vicenda, ha concluso. Una dichiarazione che lascerebbe intendere che i servizi segreti, coordinandosi con i servizi segreti del Kenya, si sono immediatamente attivati e hanno informazioni non diffuse che potrebbero essere decisive per la liberazione della cooperante. Non solo, secondo alcuni giornalisti sul posto, quali il corrispondente Rai Enzo Nucci,  «gli 007 italiani sono in queste ore alla ricerca di una prova che la 23enne sia ancora in vita, come avviene in  questi casi. Un file audio o un video che confermino che la cooperante  è in buone condizioni e che possa essere avviata un’eventuale   trattativa per la sua liberazione», si dovrà trattare per il riscatto, che ovviamente resterà segreto, come nel caso -tra i più famosi- delle cooperanti  Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite in Siria, quando l’Italia pagò 11 milioni di euro  -pagamento smentito in Parlamento dall’allora Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

I militanti di al-Shabab sono dediti ai rapimenti per finanziarsi, i servizi segreti sono consueti ai canali attraverso i quali aprire la trattativa, e il poco che trapela oltre alle dichiarazioni (lette tra le righe) di Moavero farebbero pensare che i rapitori siano stati intercettati e i canali della trattativa aperti.

Ma chi sono gli al-Shabab?

Emersi nel 2006, dopo la sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche da parte del Governo Federale di Transizione, gli al-Shabab  -‘i Giovani’- rappresentano il gruppo islamico più potente e attivo in Somalia. Dal 2012 sono formalmente riconosciuti come cellula locale di al-Qaeda e sono inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche di numerosi governi e servizi di sicurezza occidentali.
Tra gli obiettivi del gruppo, quello di instaurare in Somalia la Sharia, la legge islamica, nella rigida applicazione wahhabita.
Espulso da Mogadiscio nell’agosto 2011 e dal porto di Kismayo nel settembre 2012, il movimento islamico controlla ancora gran parte delle zone rurali nel sud del Paese, dove le donne accusate di adulterio vengono lapidate e ai ladri sono amputate le mani.
La sua forza è stimata in settemila-novemila uomini, in netto calo rispetto ai 14.426 guerriglieri stimati nel maggio del 2011. Il calo di miliziani è dovuto sia a screzi interni tra leader somali e la leadership centrale di al-Qaeda, sia all’azione del Governo di transizione che dal 2012, grazie al sostegno della comunità internazionale, è riuscito ad agire con forza contro gli estremisti islamici.
Il leader degli al-Shabab è attualmente Ahmed Omar Abu Ubeyda, dopo che il suo predecessore –Moktar Ali Zubeyr, anche noto come Ahmed Godane- è stato ucciso nel settembre del 2014 in un raid aereo americano. Nel febbraio 2012 Godane aveva rilasciato un video nel quale ‘prometteva di obbedire’ al leader di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri.

Oltre all’applicazione della Sharia, un altro obiettivo chiave della missione degli al-Shabab è l’espulsione dalla Somalia dei soldati stranieri, in primis quelli etiopi e kenioti. Ed è proprio contro il Kenya, responsabile di aver mandato propri militari a combattere il gruppo estremista in Somalia, che si sono scatenate le peggiori azioni all’estero dei miliziani somali, compreso l’attentato del 1996, contro l’Ambasciata Usa a Nairobi, e nel 2002, contro obiettivi israeliani attorno a Mombasa. L’attacco più sanguinoso resta quello al centro commerciale Westgate a Nairobi nel settembre del 2013, costato la vita a 68 persone.  

La riduzione delle forze di  al-Shabab sarebbe da attribuire al lavoro che l’intelligence somala, in accordo con l’ONU, sta conducendo con agenti sotto copertura infiltrati nel gruppo. Le modalità sono state raccontate da ‘The East African. Le diserzioni sono aumentate. I disertori, accolti dal Governo somalo, diventano collaboratori,  forniscono cooperazione operativa -come il modo in cui al Shabaab crea bombe per veicoli blindati- e informazioni sulla leadership del gruppo. Questi disertori, poi, seminano il sospetto tra i leader di al-Shabaab e incoraggiano ulteriori defezioni. Il messaggio che fa passare il Governo somalo ai membri di al-Shabaab è che i disertori sono benvenuti, non puniti. Non solo, quando escono dalle fila dell’organizzazione possono scegliere cosa fare, alcuni decidono di trasferirsi all’estero sotto copertura  asset importantissimi per i servizi somali. Tutti, secondo il Governo, possono diventare ‘testimonial’, presso la loro comunità’ del fallimento della lotta jihadista.

Gli al-Shabab sono stati dimezzati, anche per questo hanno bisogno di soldi, tanti soldi, per provare a sopravvivere. Di qui i rapimenti e le richieste di riscatti esorbitanti. Molto probabilmente quanto sta accadendo nel caso di Silvia Romano. E i  governi pagano, ‘pagano sempre’, parola di terrorista.
Nel 2014, una inchiesta del ‘New York Times’ a firma di Rukmini Callimachi, stimava che dal 2008 fossero stati pagati 125 milioni di dollari dai governi europei ai vari gruppi terroristici per riportarsi a casa i ‘loro’ rapiti.  I terroristiesternalizzano il lavoro di negoziato con i governi in cambio di una commissione del 10%, e si passa alla consegna del bottino. «I governi europei che accettano di pagare mandano un emissario nel deserto fino ad una postazione considerata sicura, spesso partendo dalla capitale burkinabé o da quella del Niger, Nyamey. A quel punto arriva un messaggio sul cellulare satellitare che indica le coordinate GPS del luogo dell’appuntamento. Altre ore di jeep. Altre coordinate. Altre ore. E poi l’incontro con gli uomini deputati a contare il denaro. Borse piene di contanti che vengono spacchettate e nascoste in un luoghi segreti e separati. All’occorenza verranno recuperati, sempre grazie al GPS».

Fin dal 2012 è ufficiale che i rapimenti sono la fonte principale di finanziamento dei terroristi islamici, per ammissione dell’allora Sottosegretatio al Tesoro americano con delega al terrorismo, David S. Cohen. Nulla è cambiato, anzi, forse solo peggiorato.

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