giovedì, Marzo 21

Al-Shabaab: in Kenya una lunga scia di sangue Chi sono gli Al-Shabaab e i molti attentati ai danni del Kenya prima di quello di ieri al centro commerciale Westlands nel terzo anniversario del grande attacco alla base militare di El Adde

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Ieri il Kenya è stato nuovamente colpito dai terroristi del gruppo jihadista somalo Al Shabaab. Un commando è penetrato nel centro commerciale Westlands a Nairobi, che ospita anche un hotel di lusso, il DusitD2. I terroristi, armati fino ai denti, sarebbero arrivati a bordo di due veicoli, hanno aperto il fuoco contro le guardie all’ingresso del complesso; uno di essi si è fatto esplodere, altri hanno lanciato esplosivi che hanno incendiato diverse automobili parcheggiate; poi sono state udite raffiche di colpi d’arma da fuoco.
Il bilancio dei morti è incerto, secondo alcune fonti 14 secondo altre 17. Un portavoce di Shabaab ha rivendicato l’uccisione di 47 persone.

Dall’ingresso dell’Esercito keniota in Somalia, nell’ottobre 2011, per combattere Shebab -affiliato ad al-Qaeda-, il Paese è stato duramente colpito. Un Paese che già aveva vissuto l’attentato del 7 agosto 1998 all’ambasciata Usa nella capitale, rivendicato da al Qaeda, nel corso del quale morirono 212 persone, mentre i feriti furono circa 4000.
L’attacco di ieri è avvenuto nel terzo anniversario (15 gennaio 2016) di un altro attacco compiuto dal gruppo islamista somalo, quello contro la base militare di El Adde, in Somalia -base militare dell’Amisom, la forza militare dell’Unione Africana, dispiegata in Somalia fin dal 2007 con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza Onu, per sostenere il Governo somalo nella lotta contro il terrorismo degli al Shabaab e al tempo guidata da forze keniote. L’attacco venne condotto da oltre un centinaio di militanti al Shabaab e si risolse in una delle più gravi sconfitte delle forze armate del Kenya. Si parla di decine, forse più di cento morti fra i soldati di Nairobi, in quello che i media descrivono con un ‘disastro militare’. Il Governo di Nairobi ha coperto la maggior parte delle informazioni sull’attacco adducendo motivi di sicurezza.

Prima e dopo l’attentato di El Adde il Kenya ha pagato un prezzo in sangue molto alto ai jihadisti.
Il 21 settembre 2013, un commando islamista aveva già preso d’assalto il centro commerciale Westgate, uccidendo 67 persone e ferendone circa 200, ma le informazioni diffuse dalle autorità kenyote sono sempre state poche e confuse, e restano i sospetti di un bilancio molto più pesante. L’attacco durò più di trenta ore, poi il blitz delle teste di cuoio kenyane che riuscirono a liberare molti ostaggi.
Il 2 aprile 2015: un commando di uomini armati fa irruzione nel college dell’università della città di Garissa. L’attacco viene rivendicato dagli al Shabaab somali che prendono in ostaggio circa 700 studenti. I musulmani vengono lasciati liberi, mentre molti studenti identificati come cristiani vengono uccisi. Alla fine si contano 148 morti e 72 feriti. Al termine di un assedio durato 15 ore da parte delle forze dell’Esercito, i quattro terroristi autori dell’attacco vengono uccisi.

Ma chi sono sono gli al-Shabaab?
Emersi nel 2006, dopo la sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche da parte del Governo Federale di Transizione, gli al-Shabab -‘i Giovani’- rappresentano il gruppo islamico più potente e attivo in Somalia. Dal 2012 sono formalmente riconosciuti come cellula locale di al-Qaeda e sono inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche di numerosi governi e servizi di sicurezza occidentali.
Tra gli obiettivi del gruppo, quello di instaurare in Somalia la Sharia, la legge islamica, nella rigida applicazione wahhabita.
Espulso da Mogadiscio nell’agosto 2011 e dal porto di Kismayo nel settembre 2012, il movimento islamico controlla ancora gran parte delle zone rurali nel sud del Paese, dove le donne accusate di adulterio vengono lapidate e ai ladri sono amputate le mani.
La sua forza è stimata in settemila-novemila uomini, in netto calo rispetto ai 14.426 guerriglieri stimati nel maggio del 2011. Il calo di miliziani è dovuto sia a screzi interni tra leader somali e la leadership centrale di al-Qaeda, sia all’azione del Governo di transizione che dal 2012, grazie al sostegno della comunità internazionale, è riuscito ad agire con forza contro gli estremisti islamici.
Il leader degli al-Shabab è attualmente Ahmed Omar Abu Ubeyda, dopo che il suo predecessore –Moktar Ali Zubeyr, anche noto come Ahmed Godane- è stato ucciso nel settembre del 2014 in un raid aereo americano. Nel febbraio 2012 Godane aveva rilasciato un video nel quale ‘prometteva di obbedire’ al leader di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri.

Oltre all’applicazione della Sharia, un altro obiettivo chiave della missione degli al-Shabab è l’espulsione dalla Somalia dei soldati stranieri, in primis quelli etiopi e kenioti. Ed è proprio contro il Kenya, responsabile di aver mandato propri militari a combattere il gruppo estremista in Somalia, che si sono scatenate le peggiori azioni all’estero dei miliziani somali, compreso l’attentato del 1996, contro l’Ambasciata Usa a Nairobi, e nel 2002, contro obiettivi israeliani attorno a Mombasa.

La riduzione delle forze di  al-Shabab sarebbe da attribuire al lavoro che l’intelligence somala, in accordo con l’ONU, sta conducendo con agenti sotto copertura infiltrati nel gruppo. Le modalità sono state raccontate da ‘The East African. Le diserzioni sono aumentate. I disertori, accolti dal Governo somalo, diventano collaboratori,  forniscono cooperazione operativa -come il modo in cui al Shabaab crea bombe per veicoli blindati- e informazioni sulla leadership del gruppo. Questi disertori, poi, seminano il sospetto tra i leader di al-Shabaab e incoraggiano ulteriori defezioni. Il messaggio che fa passare il Governo somalo ai membri di al-Shabaab è che i disertori sono benvenuti, non puniti. Non solo, quando escono dalle fila dell’organizzazione possono scegliere cosa fare, alcuni decidono di trasferirsi all’estero sotto copertura  asset importantissimi per i servizi somali. Tutti, secondo il Governo, possono diventare ‘testimonial’, presso la loro comunità’ del fallimento della lotta jihadista.

Gli al-Shabab sono stati dimezzati, anche per questo hanno bisogno di soldi, tanti soldi, per provare a sopravvivere. Di qui i rapimenti e le richieste di riscatti esorbitanti. Molto probabilmente quanto sta accadendo nel caso di Silvia Romano. E i  governi pagano, ‘pagano sempre, parola di terrorista.
Nel
2014, una inchiesta del ‘New York Timesa firma di Rukmini Callimachi, stimava che dal 2008 fossero stati pagati 125 milioni di dollari dai governi europei ai vari gruppi terroristici per riportarsi a casa i ‘loro’ rapiti.  I terroristiesternalizzanoil lavoro di negoziato con i governi in cambio di una commissione del 10%, e si passa alla consegna del bottino. «I governi europei che accettano di pagare mandano un emissario nel deserto fino ad una postazione considerata sicura, spesso partendo dalla capitale burkinabé o da quella del Niger, Nyamey. A quel punto arriva un messaggio sul cellulare satellitare che indica le coordinate GPS del luogo dell’appuntamento. Altre ore di jeep. Altre coordinate. Altre ore. E poi l’incontro con gli uomini deputati a contare il denaro. Borse piene di contanti che vengono spacchettate e nascoste in un luoghi segreti e separati. All’occorenza verranno recuperati, sempre grazie al GPS».

Fin dal 2012 è ufficiale che i rapimenti sono la fonte principale di finanziamento dei terroristi islamici, per ammissione dell’allora Sottosegretatio al Tesoro americano con delega al terrorismo, David S. Cohen. Nulla è cambiato, anzi, forse solo peggiorato.

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