sabato, Dicembre 14

Al Golfo serve l’Africa Influenza politica, sicurezza alimentare con l’esportazione di prodotti agricoli africani e l’accaparramento della terra incolta, diffusione dell’Islam sunnita, minerali e idrocarburi

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Il 16 settembre 2018 viene firmata la storica pace tra Etiopia ed Eritrea che mette fine ad una guerra di trincea iniziata nel 1998. La pace è stata possibile grazie alla mediazione del re saudita Salman bin Abdulaziz e del Principe Muhhammad bin Salman. Gli accordi di pace, sconosciuti come gli accordi di Jeddah, rappresentano un successo diplomatico per l’Arabia Saudita che evidenzia il progressivo intervento politico ed economico dei Paesi del Golfo in Africa.

Il Consiglio per la Cooperazione del Golfo (composto da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar) sta rafforzando la cooperazione economica e militare nel continente africano, assumendo il ruolo di mediatore dei conflitti africani e di affidabile socio d’affari.
Gli scambi commerciali tra il Golfo e l’Africa 
risalgono all’epoca dell’impero romano, ma è dall’inizio della crisi economica mondiale del 2007 che le monarchie arabe del Golfo rafforzano la cooperazione economica con il continente. Mentre le potenze occidentali sembrano ripiegarsi su se stesse, causa la grave crisi economica che devono affrontare, le monarchie arabe diventano uno dei più importanti partner economici, assieme a Cina, India e Turchia.

Gli obiettivi del rafforzamento degli scambi commerciali sono vari e tutti strategici. Aumentare l’influenza politica intenzionale, raggiungere la sicurezza alimentare tramite l’esportazione di prodotti agricoli africanirafforzare la loro immagine di benefattori mussulmani, assicurarsi importanti fette di mercato nel settore minerario e idrocarburi.
La conquista economica dell’Africa è di vitale importanza per le monarchi arabe che stanno tentando di diversificare le loro economie rendendole meno dipendenti dal petrolio.

Gli Emirati Arabi Unitinel 2016, hanno investito in Africa 11 miliardi di dollari, mentre l’Arabia Saudita è diventata il secondo finanziatore dei Paesi del Corno d’Africa dopo la Cina.
Le compagnie 
del settore energia arabe trovano in Africa un terreno fertile per i loro affari. L’Arabia Saudita, nel 2018, ha annunciato investimenti per un valore di 10 miliardi di dollari nel settore energetico sudafricano. Questo grazie alla capacità di queste ditte di sviluppare e gestire progetti di infrastrutture petrolifere su larga scala.
La multinazionale logistica DP World di Dubai investirà 50 milioni di dollari per modernizzare le infrastrutture logistiche del Mali, mentre si è già assicurata il potenziamento del porto e la realizzazione di una zona industriale a Dakar, Senegal.
Il Qatar ha firmano un accordo di 4 miliardi di dollari per ampliare e modernizzate le infrastrutture portuali di Port Sudan. Gli accordi, firmati nel marzo del 2018, sono stati interrotti per quasi un anno causa la rivoluzione sudanese. Ora, con la nomina del governo provvisorio in Sudan, i lavori dovrebbero iniziare a breve.

L’interesse delle monarchie arabe verso l’Africa è spiegabile anche per la strategica posizione del Corno d’Africa nel controllo delle vie marittime che mettono in comunicazione i mercati europei ed asiatici tramite il Canale di Suez e il Mar Rosso. Gli Emirati Arabi Uniti sono diventati il principale partner dei Paesi del Corno d’Africa per la realizzazione di infrastrutture portuali e logistiche. Anche le importazioni di prodotti africani (minerali, petrolio e prodotti agricoli) sono quintuplicate: da 5 miliardi (periodo 2010 – 2015) a 23,9 miliardi nel 2016.

Le monarchie arabe concentrano i loro sforzi per raggiungere la sicurezza alimentare delle loro popolazioni, visto che la maggioranza dei Paesi possiede solo rare zone fertili. I territori della penisola araba sono per la maggioranza desertici o semi-desertici. I primi investimenti agricoli e nell’industria agroalimentare sono stati fatti in Asia Centrale e America Latina. Dal 2006 ci si sta orientando verso l’Africa, in quanto la sua prossimità geografica e l’abbondanza di terre fertili non coltivati permettono di ridurre i costi logistici di trasporto e di aver maggior produzione agricola. Notare che il Continente africano ha il 60% delle terre coltivabili mondiali con un abbondante network idrico assicurato dalla presenza di fiumi e laghi tra i più estesi a livello mondiale.
L’
Arabia Saudita è il principale investitore in agricoltura e industria agroalimentare. Nel 2009 ha acquisito il diritto di usufrutto di 500.000 ettari in Tanzania. Il secondo investitore è il Qatar, il Paese arabo tra i più fragili in termini di sicurezza alimentare per via del suo clima inospitale. Il Qatar dipende dalle importazioni alimentari dagli altri Paesi della penisola. Nel 2018 il Qatar ha investito mezzo miliardo di dollari in attività agroindustriali in Sudan.

Gli investimenti delle monarchie arabe nell’agricoltura in Africa hanno come effetti secondari quello di diminuire la sicurezza alimentare dei singoli Paesi del continente, in quanto gli investimenti sono tesi a creare una produzione agricola destinata a sfamare le popolazioni della Penisola Araba e non quelle autoctone. Questa economia coloniale sta creando forti tensioni. Nel 2009 investitori del Qatar sono stati costretti a rinunciare all’accordo di sfruttamento di 40.000 ettari vicino al Delta di Tana, in Kenya, causa la feroce opposizione dei contadini e delle popolazioni della zona.

Le monarchie arabe, a differenza dei concorrenti turchi e cinesi, fanno largo uso degli aiuti umanitari come cavallo di Troia per la penetrazione economica del Continente. Numerose le organizzazioni caritatevoli che hanno iniziato le loro attività in Africa negli anni Ottanta. Tra le più generose la Saudi International Islamic Reflief Organization e la Kuwaiti African Muslims Agency.

La cooperazione promossa dalle monarchie arabe è un misto di assistenza umanitaria di Stato tesa ad aumentare l’influenza economica e politica sul Paese beneficiario, e opere di conversione islamica.
Tutte le agenzie umanitarie islamiche assumono anche il ruolo missionario, associando i loro interventi agli insegnamenti del Corano.
 «Le associazioni caritatevoli arabe si concentrano molto nei Paesi mussulmani dell’Africa Occidentale. Oltre a diventare partner per lo sviluppo, nutrono anche l’obiettivo di rieducare i mussulmani africani orientandoli verso il vero insegnamento del Corano. Se si aprono delle possibilità ben venga anche la conversione di non mussulmani», spiega un esperto della Penisola Araba intervistato dal Centro per Studi Strategici Internazionali.
Allarmato dalla diffusione dell’interpretazione Wahabita dei sacri testi, il Presidente libico 
Muammar Gheddafi, nel 1972, aveva creato la World Islamic Call Society per contrastare le organizzazioni umanitarie arabe e proporre la versione sufista dell’Islam.

É nell’Africa Occidentale che si concentrano i finanziamenti e la cooperazione delle monarchie arabe. Paesi come il Senegal ricevono ingenti finanziamenti, in quanto condividono lo stesso retaggio religioso. Le associazioni umanitarie arabe si presentano agli occhi dei mussulmani arabi come dei beneficiari inviati da Allah per aiutare i fratelli. Queste associazioni si offrono anche da intermediari con imprenditori dei loro Paesi per concludere importanti accordi commerciali.

Altro fattore comune che lega la Penisola Araba all’Africa è dettato dalla migrazionedivenuta nel tempo un importante elemento nelle relazioni economiche tra i due mondi. Molti africani emigrano nei Paesi del Golfo in cerca di lavoro, diventando mano d’opera non specializzata. Questa massa di lavoratori migrati dall’Africa è divenuta la spina dorsale di vari settori produttivi. Occupano mansioni manuali e faticose che gli arabi disdegnano. Nel Golfo la più grande comunità di migrante è quella sudanese (540.000 persone), seguita da Eritrea ed Etiopia (100.000 persone rispettivamente).

Le rimesse alle famiglie rimaste in Africa rappresentano un importante fonte di valuta pregiata per i governi africani. Il flusso monetario delle rimesse è talmente significativo che istituti finanziari arabi hanno iniziato a fare concorrenza con le multinazionali del trasferimento rapido di fondi Western Union, Money Gramm proponendo proprie agenzie e competitivi costi di trasferimento del denaro.
Gli immigrati africani nel Golfo soffrono di un palese razzismo che si riflette anche nei posti di lavoro. Spesso sono sottopagati e sottoposti a turni stressanti. Le misure di sicurezza scarse. A tale proposito il Qatar ha promesso alla Unione Africana di rivedere la situazione e di elaborare e far applicare rigide leggi in tutela dei lavoratori immigrati dall’Africa.

Se tramite le affinità religiose e le opere umanitarie i Paesi del Golfo tentano di conquistare il continente, un altro aspetto normalmente sfugge all’analisi degli esperti: gli interessi sulla sicurezza nazionaleI Paesi del Golfo hanno esteso la loro presenza militare in Africa. In Somalia è stata aperta la prima base militare araba nel continente. Gli Emirati Arabi Uniti hanno messo a disposizione 50 milioni di dollari per combattere la pirateria nella regione somala semi autonoma del Puntland.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno modernizzato il porto di Assab, in Eritreacostruendo anche una base militare che assicurerà il supporto navale, aereo e logistico per le operazioni belliche nello Yemen. Sempre gli Emirati Arabi hanno concluso un accordi di 442 milioni di dollari per costruire una seconda base militare a Berbera nella Somaliland.
Nel 2017 l’Arabia Saudita ha stipulato un accordo con il governo di Gibuti per la costruzione di una base navale militare per proteggere i propri interessi strategici nel Mar rosso e nel Corno d’Africa.

La presenza e cooperazione militari servono per garantire gli interessi economici che le monarchie arabe detengono in Africa. Queste monarchie, però, chiedono (dietro pagamento) precisi impegni ai governi africani per contribuire alle guerre in corso, prime tra tutte lo Yemen. Il Golfo, forte della sua influenza, dell’affinità religiose e della sua generosità in aiuti umanitari ed economici, utilizza molti reparti di fanteria africana nei combattimenti terrestri nello Yemen. I principali Paesi coinvolti nella guerra sono Marocco, Egitto e Sudan.

Arabia Saudita e Emirati Arabi conducono un doppio gioco nella lotta contro il terrorismo internazionale. Da una parte sono i principali finanziatori dei gruppi terroristi salafisti africani come Boko HaramAl Qaeda Magreb o Al Shabaab. Dall’altra, finanziano le attività internazionale per contrastare il terrorismo islamico in Africa. Gli Emirati Arabi Uniti hanno fornito equipaggiamento militare e addestramento ai soldati somali tra il 2014 e il 2018. L’Arabia Saudita nel 2017 ha stanziato 118 milioni nel supporto delle forze contro-terroristiche della regione del Sahel. Gli Emirati Arabi 35,4 milioni di dollari.

I Paesi del Golfo stanno aprendo nuove Ambasciate e Consolanti un pò ovunque in Africa. Tra il 2013 e il 2015 il Qatar ha costruito 11 nuove ambasciate. Gli Emirati Arabi Uniti 9, l’Arabia Saudita 6 e il Kuwait 2. Gli Emirati Arabi hanno inoltre aperto, nel 2019, due nuove ambasciate in Costa d’Avorio e Mauritius. Le rappresentanze diplomatiche in Africa si propongono anche come mediatori di conflitti, per aumentare il loro prestigio internazionale. Non avendo alle spalle un passato coloniale, le monarchie arabe sono generalmente viste come neutrali. Questo aumenta le loro possibilità di successo, se la percezione viene accompagnata da incentivi monetari per entrambe le parti in conflitto.

La politica estera in Africa delle monarchie arabe è tesa a contenere l’influenza iraniana. L’Iran ha sviluppato cooperazione militare e condivisione di informazioni segrete con il Sudan, utilizzando, fino al 2015, il porto di Port Sudan per l’invio di armi nei vari conflitti del Medio Oriente. 1 miliardo di dollari versato presso la Banca Centrale di Khartoum e la firma di importanti investimenti furono sufficienti all’Arabia Saudita per convincere il dittatore Omar El Bashir a rompere l’alleanza con l’Iran. La base navale saudita a Gibuti serve per diminuire il controllo della marina militare iraniana nel Mar Rosso.

L’ultimo fattore di instabilità nelle relazioni Paesi del GolfoAfrica è rappresentato dalle lotte interne ai vari principati della Penisola Araba. Dall’inizio della crisi, l’Arabia Saudita ha fatto tutto il possibile per contenere l’influenza del Qatar in Africa. Quando i sauditi hanno rotto i legami con il Qatar hanno costretto vari Paesi africani a seguirne l’esempio. Tra essi: Comoros, Eritrea, Mauritania, Mauritius e Senegal. Altri Paesi hanno diminuiti i rapporti diplomatici e commerciali, come Ciad, Gibuti e Niger.
In risposta il
 Qatar ha concentrato i suo investimenti verso il Burkina FasoCosta d’AvorioGuineaMali. Gli investimenti sono aumentanti anche in Senegal, nonostante il Paese avesse accettato le pressioni saudite e rotto i rapporti diplomatici.
La Somalia per ora si mantiene neutrale ma sta ricevendo forti pressioni da Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Tra le forme di pressione quella di ridurre i finanziamenti per garantire le paghe ai soldati somali, decisione duramente condannata dal Parlamento Europeo, affermando che la capacità di difendere il territorio nazionale era compromessa.

Gli investimenti dei Paesi del Golfo rappresentano una importante opportunità per i Paesi africani, che possono beneficiare anche dalle rivalità interne alle varie monarchie. Molti governi africani hanno colto l’occasione per espandere i loro commerci a tutti i contendenti, Qatar compreso. Con tutta probabilità le monarchie arabe continueranno ad aumentare gli aiuti e gli investimenti in Africa per aumentare la loro influenza e sostenere le loro economie.

Per raggiungere questi obiettivi i Paesi del Golfo devono rafforzare i loro legami con l’Africa. Devono trovare strategie idonee affinché i governi africani continuino a considerarli partner interessanti. Una delle strategie individuate è quello di creare rapporti tra le popolazioni. Vari Paesi del Golfo offrono borse di studio universitarie a studenti africani e incoraggiano le proprie popolazioni a partecipare al turismo e scambi socio culturali con l’Africa.

L’influenza delle monarchie arabe in Africa è irta di ostacoli. L’Iran mantiene la sua influenza in molti Paesi dell’Africa Occidentale. Nel Corno d’Africa la Turchia vuole giocare un ruolo di primo piano, aumentando così le tensioni con Arabia Saudita e Emirati Arabi. Il nuovo attore internazionale sta spingendo sull’acceleratore degli investimenti. La Turchia, dal 2003 al 2016, ha aumentato gli scambi commerciali con l’Africa di 17,4 miliardi di dollari, aperto 29 nuove Ambasciate e la prima base militare in Somalia. Sta inoltre tentando di convincere il Sudan ad affidargli il porto dell’isola di Sudakin, per costruirci una seconda base militare. Progetto al momento bloccato causa le interferenze dell’Arabia Saudita. Gli investimenti arabi in Africa sono una opportunità, ma allo stesso tempo una fonte di tensioni da non sottovalutare.

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