domenica, Dicembre 8

Al Consiglio Europeo armati di ragionevolezza Andare ad un vertice così importante premettendo che ci si propone di ignorare ciò che negli ultimi decenni è stata la bussola della politica economica europea non è degno dell’importanza dell’appuntamento

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Il Governo italiano si accinge oggi a partecipare ad una riunione molto importante del Consiglio Europeo, molto ‘chiacchierata’ e a proposito della quale, specie da parte italiana, non si è mancata una occasione che sia una, specie ad opera di Matteo Salvini -il vero Presidente del Consiglio-, per avvelenare il clima in termini minacciosi. Aggravati, tra l’altro, dalle dichiarazioni del Ministro Paolo Savona ieri in Parlamento, in cui si ribadiscono le sue legittime idee in tema di economia europea, con particolare riferimento alla irrilevanza del debito italiano. Non sono un politologo, né un esperto di economia, ma due brevissime osservazioni sono frutto di senso comune.

Andare ad un vertice così importante premettendo che ci si propone di ignorare ciò che negli ultimi decenni è stata la bussola della politica economica europea non mi sembra utile, innazitutto perché i trattati li abbiamo firmati noi, liberamente, e in particolare abbiamo firmato il così detto Fiscal Compact, il cui succo abbiamo immesso in Costituzione. Per di più farlo giusto nel momento in cui Angela Merkel è in difficoltà sul terreno delle migrazioni, è anche sciocco, perché serve ad offrirle una sponda per fare vedere quanto è dura e mettere a tacere gli oppositori. Ma io di politica non azzardo a capire quanto le elevate menti dei nostri politici e quindi mi fermo qui.

Però, faccio il giurista. E nel diritto una delle poche cose che ho imparato è che le regole si possono cambiare sempre, ma finchè ci sono si rispettano. I trattati internazionali (lo dico ai signori Luigi Di Maio e Salvini) non sono altro che dei contratti, e come ogni contratto, se vengono violati ci sono delle reazioni. Questo vale sia nel diritto interno che nel diritto internazionale. Come ci sono tribunali interni, ce ne sono di internazionali. È una strana idea che alligna nella mente di molti politici, quella per la quale se anche non si rispettano le norme di diritto internazionale non determinano conseguenze serie. È un errore grave, non è vero, specie oggi che di tribunali internazionali a vario titolo ce ne sono a dozzine. Non è vero nel caso specifico dell’Europa, dove vi sono ben due tribunali con capacità di emettere sentenze obbligatorie: la Corte di Giustizia dell’UE e la Corte Europea dei diritti dell’uomo. Inoltre, quasi sempre, la violazione di un trattato internazionale (e questo vale sicuramente per le norme di provenienza europea) è sanzionabile anche dai tribunali nazionali; si tende spesso a dimenticarlo tutto ciò e può essere molto dannoso.

Ma c’è di più, e anche questo per lo più i nostri politici lo ignorano, credo nel senso letterale del termine. La violazione di un accordo internazionale determina il diritto, nota bene il diritto, degli altri di violare a loro volta, cioè di rispondere alla violazione, imponendo direttamente delle vere e proprie sanzioni.

Ciò premesso, il tema delle migrazioni sta assumendo un rilievo prevalente in ambito europeo e non solo, si pensi a Donald Trump! Tecnicamente, diciamo la verità, è un assurdo: in Europa non solo siamo in grado di accogliere moltissimi stranieri, ma ne abbiamo anche bisogno.

Però, il tema è diventato tutto politico nel senso deteriore del termine. Si usa la questione per fini quasi esclusivamente di politica interna, o, al massimo, di pressione per ottenere qualcosa in cambio. È chiaramente questo il caso dell’Italia, che in realtà sta agendo così per ottenere altro e per favorire la crescita di certe forze politiche.

Ciò posto, in termini giuridico formali, solo due parole.

Il così detto Regolamento di Dublino (604/2013) può essere modificato, con le procedure proprie dell’UE: cioè ci vorrà molto tempo e in pratica un accordo unanime. Finalmente i nostri politici sembrano avere capito che l’Europa non è una entità astratta e cattiva, ma un ente costituito da tutti gli Stati, che insieme votano e quindi approvano o respingono. Quel regolamento nacque, badate bene, come garanzia del migrante prima che degli altri Stati: per assicurarsi che il migrante rifugiato, venisse comunque accolto da qualcuno. Poi certo, anche l’effetto è di impedire che vada altrove, ma solo fin tanto che non abbia le carte in regola.

Il tema vero è quello dei migranti economici, dove gli Stati hanno poche carte in regola e l’Italia, temo, meno di altri, dato che ne ha accolti relativamente pochi rispetto agli altri Stati. Qui sta un punto centrale, che riguarda ad esempio le persone bloccate a Ventimiglia.

La proposta italiana ha un ottimo punto di base (ance se troppo mascherato come ho già scritto) quello relativo al fatto che i migranti (rifugiati e non) devono essere un problema europeo. Giusto, vero, verissimo, ma ciò vale per tutti i migranti, dovunque arrivino e non solo per quelli che approdano in Italia.

Ma il punto debole, debolissimo della proposta italiana, sta nel tentativo di spostare il problema all’estero, con l’idea dei campi profughi situati in Africa. Qui il problema non è solo politico, ma giuridico. A qual titolo si possono fermare delle persone libere a metà strada di un viaggio che hanno il diritto di fare? Perché le persone hanno il sacrosanto diritto a lasciare il proprio Paese (Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo e Patti sui diritti dell’uomo, ecc.) benché non necessariamente quello ad essere accolti in un determinato altro Paese. Ma dirigersi verso qualcosa, non può essere impedito.

E la gravità della violazione dei diritti dell’uomo, aumenta a dismisura, quando queste persone non vengono fermate nel loro viaggio, ma internate (insomma imprigionate) e per di più maltrattate in ogni maniera. Il fatto che qualcuno di questi campi sia sorvegliato dalle Nazioni Unite non cambia il fatto che quelle persone, magari non massacrate, siano internate.

Sul punto, Macron ha tecnicamente ragione, quando dice che i centri di accoglienza debbono essere in Europa (e dove se non dove arrivano?) perché solo così si può garantire il rispetto dei diritti dell’uomo di quelle persone, in parte poi da inviare ai Paesi di origine, sempre che se ne abbia l’accordo. A ‘soluzione’ della nave approdata a Malta, molto vantata dal Presidente Conte, è esattamente in questa direzione: si fermano in un Paese europeo, si accolgono, si distribuiscono e si rimandano indietro quelli che non hanno diritto. Certo, quest’ultima è la pretesa italiana, ma la prima è quella francese: qui, in altre parole, vi è una base di compromesso, tra persone, però, disposte a ragionare.

Vedremo. Ma andare ad un incontro di questa importanza, dicendo che si voterà comunque e a priori contro, non mi sembra una cosa accettabile né logica.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.