sabato, Dicembre 14

Akademik Lomonosov, la Cernobyl galleggiate russa, per colonizzare l’Artico con il nucleare Dopo 12 anni di lavori in massima segretezza, la centrale nucleare galleggiante,Akademik Lomonosov sta per essere impiantanta a Pevek, portandosi dietro non pochi problemi politici e di sicurezza ambientale

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Ieri è stata diffusa la notizia di una esplosione in una base militare russa sul Mar Bianco di Severodvinsk, nella regione di Arkhangelsk, base che ospita i sottomarini atomici. L’incidente, che è avvenuto durante il test di un motore di un jet a combustibile liquido, ha provocato la morte di due persone e il ferimento di altre sei e il ‘temporaneo aumento’ della radioattività. Niente a che vedere con l’esplosione della centrale di Cernobyl del 1986, ma l’incidente, per altro avvenuto a pochi giorni da una catena di esplosioni e un incendio in un’altra base militare in Siberia, fa rizzare le orecchie sul progetto russo di una centrale nucleare galleggiante, la Akademik Lomonosov, nell’Oceano Artico.

Si tratta del primo impianto di questo genere al mondo, e l’accoglienza non è stata delle migliori da parte degli addetti ai lavori. L’attenzione di è subito alzata. Una delle analisi più complete è stata realizzata da Oscar Voss dell’European Council on Foreign Relations (ECFR). L’operazione russa ha in se due aspetti di eguale rilievo: dal punto di vista strategico si andrebbe inserire nella politica russa per la colonizzazione dell’Artico, con l’obiettivo di attrarre investimenti cinesi; dal punto di vista della sicurezza e dei rischi per l’ambiente è un progetto definito «molto controverso e percepito dai Paesi vicini con un alto livello di scetticismo». 

L’Akademik Lomonosov è in costruzione da oltre 12 anni. La costruzione iniziò nel cantiere Sevmash, a Severodvinsk nel 2006. Poi, lo scafo fu spostato nel cantiere navale baltico di San Pietroburgo nel 2009.  Da San Pietroburgo lo scorso anno è salpato alla volta del porto di Murmansk, situato nell’estrema parte nord-occidentale della Russia europea, non lontano dal confine con la Norvegia.
Alla base della centrale vi sono reattori KLT-40, simili a quelli che son a bordo della flotta russa di rompighiaccio a propulsione nucleare, e nella sua interezza l’impianto che ospita i reattori è più lungo di due campi da calcio e pesa circa 21.500 tonnellate. La costruzione è stata realizzata  dalla società di stato nucleare russa Rosatom.

Nelle scorse settimane, a giugno, il Governo russo ha concesso la licenza operativa per la realizzazione delle centrale galleggiante. A breve  l’impianto a due reattori, carico di combustibile nucleare, sarà trasportato, per 5.000 chilometri, da Murmansk al porto di Pevek, sulla costa russa dell’Estremo Oriente nell’Oceano Artico, sarà impiantato a largo e, da dicembre di quest’anno, Lomonosov inizierà a produrre elettricità -il primo anno sarà considerato un test. Sarà la centrale nucleare più a nord del mondo.

Greenpeace   -che apostrofa Lomonosov come ‘Chernobyl on ice–  che da tempo tiene monitorato il progetto,   si è attivata prima ancora di giugno, quando attraverso il Mar Baltico, lo stretto danese e, infine, nelle acque norvegesi la struttura gigante era in transito, con tre navi di supporto.  «Questa centrale elettrica è sostanzialmente la minaccia di una catastrofe nucleare in fragili acque artiche. Con il suo scafo a fondo piatto e la mancanza di auto-propulsione è come bilanciare una centrale nucleare su una tavolozza di legno e posizionarla alla deriva in alcune delle acque più difficili del mondo», ha dichiarato Jan Haverkamp,  esperto nucleare per l’Europa centrale e orientale di Greenpeace.
Greenpeace ha paventato anche un rischio terroristico: la piattaforma non può, per ovvi motivi, essere completamente e sicuramente ermetica, potrebbe essere assaltata e occupata da terroristi

Rosatom, per attenuare le preoccupazioni in materia di sicurezza, ha dichiarato che i reattori KLT-40S di Lomonosov sono  «provati e testati». Reattori simili, osserva, operano nell’Artico dal 1988 sulla flotta di rompighiaccio nucleare della Russia. La società, che ha salutato l’avvio del progetto come una svolta per la tecnologia nucleare mobile,  afferma inoltre che i reattori sono progettati con un  «grande margine di sicurezza» e che sono  «invincibili dagli tsunami». Inoltre Rosatom sostiene  che le acque gelide del Mar Glaciale Artico forniscono un’ampia fonte di refrigerante in caso di emergenza.

I trascorsi in materia di tutela ambientale della Russia nella regione, fanno notare gli analisti delle ONG che si occupano di ambiente, non sono confortanti, sottolinea Voss. Durante la guerra fredda, l’Unione Sovietica scaricava spesso rifiuti radioattivi nell’Oceano Artico, compresi, a volte, interi sottomarini nucleari. Tra il 1960 e il 1991, almeno 45 incidenti si sono verificati in siti nucleari sovietici galleggianti, tra cui rompighiaccio e sottomarini. E quando l’Unione Sovietica crollò, abbandonò 22.000 barili di combustibile nucleare nella baia di Andreyeva sull’Artico; la Russia ha iniziato a ripulirli solo nel 2017. Non è difficile prevedere altri simili problemi o incidenti, secondo l’analista ECFR. 

Ad esempio, l’ONG ambientalista Bellona -che ha ispezionato lo scorso anno l’Akademik Lomonosov- avverte che un’onda anomala  potrebbe strappare il Lomonosov dai suoi ormeggi e lanciarlo verso la costa, dove sarebbe arenato e completamente fuori dal ghiaccio. Il suo sistema di raffreddamento di riserva, che impedisce il crollo del reattore, dura solo 24 ore. La lontananza dell’area complicherebbe le evacuazioni e le operazioni di emergenza, che potrebbero quindi avere esiti catastrofici.
Dmitry Alekseyenko, vicedirettore della costruzione di Akademik Lomonosov, ha ha dichiarato ai media inglesi che:  «Abbiamo studiato da vicino l’esperienza di Fukushima. Secondo i nostri test, uno tsunami causato da un terremoto in nove punti non lo dislocerà dalla sua base». Secondo alcuni studiosi, non solo di Bellona, la possibilità che la piattaforma si sposti durante una catastrofe non può essere esclusa. Dunque la prospettiva di un reattore nucleare attivo spinto a terra e lontano dalla sua fonte di raffreddamento è troppo preoccupante per essere ignorata.

Qualche elemento a sostegno delle rassicurazioni di Rosatom di fatto c’è. Lomonosov fa parte di un’inclinazione emergente all’interno dell’industria nucleare verso l’uso di reattori di piccole e medie dimensioni, dice Voss,  «con il primo definito dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica come un impianto con reattori di potenza inferiore a 300 MW. Gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Cina hanno dichiarato di ritenerli di grande utilità. Un rapporto dell’Associazione nucleare del 2015 del 2015 ha descritto l’enorme potenziale dei piccoli reattori nucleari, rilevando che le loro dimensioni più ridotte e la maggiore efficienza di costruzione potrebbero renderli più facili da finanziare rispetto agli impianti più grandi».
Rosatom fa eco a queste affermazioni, citando l’ulteriore vantaggio di portare «lo sviluppo economico in territori remoti e difficili da raggiungere».

Il costo  dell’impianto e dell’infrastruttura necessaria per collegarlo a Pevek è stimato in circa 480 milioni di dollari, una stima, in quanto Rosatom ha rifiutato fino ad ora di fornire la cifra esatta.

E proprio il costo è uno dei problemi riscontrati in questi 12 anni di lavoro, per la gran parte segreto. Fin dagli inizi del progetto Lomonosov, la Russia ha tentato di vendere a diversi Paesi, tra cui la Cina, impianti simili costruiti in serie. Alcuni ordini, tra cui quello cinese, non si sono concretizzati. Ora Rosatom dichiara di essere al lavoro per trovare commissioni per progettare impianti nucleari galleggianti personalizzati per clienti internazionali, utilizzando Akademik Lomonosov come prototipo. Nel marzo del 2018, secondo quanto riferito, la società ha avuto colloqui iniziali per la produzione di una centrale nucleare galleggiante per il Sudan

Il Governo russo, sostiene Voss,  è intenzionato a sviluppare la sua zona artica, una regione il cui disgelo del ghiaccio ha offerto al Paese nuove opportunità, e il Lomonosov è una parte significativa di questo sforzo. I piani della Russia e le conseguenti attività rispondono unicamente ai bisogni che lo Stato russo ha identificato come importanti per il suo sviluppo futuro. Una centrale nucleare galleggiante potrebbe essere funzionale all’accelerazione dello sviluppo della sua zona artica. Vladimir Putin ha grandi ambizioni per la regione.
I livelli di ghiaccio nel mare artico sono diminuiti del 40 percento dalla fine degli anni ’70, aprendo la rotta del mare del Nord come arteria di trasporto. Putin vuole quadruplicare la quantità di merci trasportata in questo modo entro il 2025. Circa i due terzi delle riserve di petrolio e gas della Russia si trovano nella sua zona economica esclusiva dell’Artico e la regione rappresenta il 20 percento del PIL nazionale. L’uso dell’Artico ridurrebbe del 40% i tempi di spedizione dall’Europa alla Cina. La strategia artica su due fronti della Russia è quindi quella di raccogliere i benefici dell’estrazione delle risorse e dell’aumento delle spedizioni.

Una corsia marittima con traffico crescente aiuta ad aprire nuove opportunità di sviluppo economico, in cui Pevek e Lomonosov entrano in gioco  -e la stessa Rosatom. Una nuova legge russa, infatti, adottata nel dicembre 2018, incarica la compagnia nucleare statale di gestire la rotta del Mare del Nord. Alexei Likhachev, amministratore delegato della società, ha definito questo ‘un passo logico’ per lo sviluppo dell’Artico in Russia, sostenendo che avrebbe aiutato a ‘unire gli sforzi’ tra le imprese e lo Stato.
Pevek si trova sia lungo la rotta del mare del Nord che in una regione ricca di minerali e idrocarburi. 10.000 tonnellate di materiali da costruzione sono già state riversate a Pevek per costruire le strutture idrauliche e le strutture a terra necessarie. Lo sviluppo del porto – e un nuovo, grande approvvigionamento di energia – sono importanti primi passi nello sviluppo dell’intera regione.

Secondo Voss, se anche il progetto Lomonosov dovesse fallire, questo non sarebbe certo il primo grande progetto russo a fallire e la direzione di fondo non cambierà: un nuovo territorio si sta aprendo; sta fornendo alla Russia nuove opportunità e risorse; e le società europee e cinesi saranno interessate all’area, in particolare ora che la Cina sta investendo nella cosiddetta ‘via della seta polare.
A ciò si aggiunga l’intenzione di Rosatom di utilizzare Lomonosov come un prototipo per commesse personalizzate da rivendere a Paesi alleati e non.
E qui sorge l’altra preoccupazione, tutta politica. Preoccupa, cioè, la possibilità che i futuri impianti possano finire nelle mani di governi che hanno poca esperienza nel campo della tecnologia nucleare. La maggior parte delle economie in cui viene utilizzata l’energia nucleare ha impiegato decenni per sviluppare efficaci pratiche di gestione del combustibile nucleare e sta ancora lottando per perfezionarle. Lo stesso non si può dire di potenziali clienti come il Sudan. Cosa faranno questi Paesi con il combustibile nucleare esaurito? Come reagiranno in caso di emergenza?, si chiedono non soltanto gli ambientalisti.

Una Chernobyl galleggiante in Europa, conclude Voss, avrebbe probabilmente mobilitato l’opinione pubblica, ma in uno dei punti più remoti della terra, i rischi che ciò accada sono molto contenuti,  e comunque compensati dai vantaggi e tranquillamente dimenticati.

Ma Lomonosov è solo l’inizio, anche escludendo le ipotesi di grandi commissioni di Rosatom, la Cina è già al lavoro, con brevetti e tecnologie proprie, per realizzare almeno 20 centrali nucleari galleggianti. Gli USA non sono da meno, scienziati americani starebbero elaborato progetti propri.

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