sabato, Dicembre 14

Aiuti internazionali: crescono ma non arrivano in Africa

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L’Unione Europea e i suoi stati membri hanno consolidato la loro posizione di primi donatori in termini di aiuto allo sviluppo nel 2016, secondo quanto riportato dalla Commissione. Complessivamente l’assistenza finanziaria ai paesi poveri è stata di 75,5 miliardi lo scorso anno – il più alto livello mai raggiunto finora – con un aumento dell’11% rispetto al 2015. Collettivamente, l’Ue e i suoi Stati membri spendono lo 0,51% del Reddito nazionale lordo in aiuti allo sviluppo. “Sono orgoglioso che l’UE rimanga il principale fornitore al mondo di assistenza pubblica allo sviluppo”, ha detto il commissario responsabile, Neven Mimica: è una chiara prova del nostro impegno per gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu”. Nel 2016, cinque Stati membri dell’Ue hanno fornito almeno lo 0,7% del Reddito Nazionale Lordo in aiuti allo sviluppo. In testa alla classifica c’è il Lussemburgo (1%), seguito da Svezia (0,94%), Danimarca (0,75%), Germania e Regno Unito (entrambi 0,70%).

L’Italia è ancora ben al di sotto dell’obiettivo dello 0,7% del Reddito Nazionale Lordo, anche se la situazione è in via di miglioramento. Le risorse destinate dall’Italia agli aiuti allo sviluppo sono aumentate da 3,610 miliardi (0,22% del Reddito Nazionale Lordo) nel 2015 a 4,391 miliardi (0.26%) nel 2016. Complessivamente, lo scorso anno sedici Stati membri hanno aumentato la loro quota di aiuti allo sviluppo, mentre cinque l’hanno ridotta. La Svezia, pur restando tra le ‘superpotenze umanitarie’, ha ridotto la percentuale di aiuti esteri facendola calare dall’1.4% allo 0.9%. Stessa politica hanno seguito Danimarca, Finlandia, Olanda e Regno Unito. In quest’ultima nazione in particolare, la somma degli aiuti esteri è stata oggetto di una feroce campagna del ‘Daily Mail‘, tra le più importanti testate giornalistiche nazionali, che ne ha invocato la riduzione.

Nel complesso, metà dei fondi è destinata a programmi e progetti bilaterali. Quest’anno, per la prima volta, la fetta destinata alla gestione della crisi dei rifugiati nei Paesi europei coinvolti ha superato quella degli aiuti umanitari. Sembrerebbe questa crisi ad aver in effetti gonfiato le spese umanitarie europee. Secondo un’indagine della confederazione delle organizzazioni no profit Oxfam, infatti, non tutto l’aiuto pubblico allo sviluppo va ai paesi poveri, tanto che oltre il 10% dei fondi previsti nel 2016 è impiegato dagli Stati donatori per far fronte a spese domestiche legate alla crisi migratoria. Guardando in particolare al nostro Paese, anche se l’Italia aumenta l’aiuto pubblico allo sviluppo del 20%, il 34% di queste risorse copre i costi per l’accoglienza dei rifugiati. È per lo stesso motivo che Paesi come Austria e Germania hanno aumentato le loro percentuali (Berlino in particolare ha dovuto, rispetto alla cifra erogata nel 2015, raddoppiare la sua quota per la questione migratoria).

La denuncia di Oxfam arriva in occasione della pubblicazione annuale dell’Ocse sull’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps). L’associazione rileva che «le risorse allocate nel 2016 dai paesi donatori» non sono state tutte «destinate a sconfiggere povertà e disuguaglianza nei paesi più poveri», tanto che «oltre il 10% di risorse dell’Aps a livello globale sono state impiegate all’interno degli Stati donatori per coprire le spese domestiche collegate alla crisi migratoria nei diversi Stati».

Le cifre riportate dall’Ocse evidenziano infatti che, complessivamente, la spesa destinata all’Aps sia cresciuta dell’8,9%, raggiungendo nel 2016 l’ammontare di oltre 142 miliardi di dollari.
Tuttavia, oltre 15 miliardi di dollari vengono usati dai paesi donatori per sostenere i costi dell’accoglienza dei rifugiati nei loro territori. «Se da un lato è inderogabile il dovere dei paesi di approdo di rispondere ai bisogni e proteggere i diritti dei rifugiati in arrivo sui loro territori, è altrettanto importante che ciò non vada a discapito degli aiuti da destinare per interventi nei paesi più poveri» afferma Francesco Petrelli, Senior Advisor su finanza per lo sviluppo di Oxfam Italia.

«A fronte di un aumento complessivo dell’Aps a livello globale, dato in sè positivo, è infatti preoccupante» segnala Petrelli «la tendenza, ormai dilagante tra i paesi donatori soprattutto europei, di etichettare come Aps il denaro speso all’interno dei propri confini per finanziare le procedure di riconoscimento della protezione internazionale dei rifugiati o per negoziare, con i paesi di origine e di transito dei flussi migratori, la concessione di poche risorse destinale allo sviluppo, in cambio di impegni per il controllo delle frontiere attraverso accordi di riammissione e di rimpatrio».

Alcuni donatori, indica Oxfam, «stanno infatti utilizzando queste risorse come merce di scambio nella negoziazione con Stati terzi, e i relativi regimi autoritari che spesso sono al Governo, al fine di rafforzare le misure di controllo delle frontiere e di contenimento» dei flussi migratori. «Attraverso questi accordi a ‘pacchetto’», chiarisce Petrelli, «una quota consistente di risorse rischia di essere impiegata per fini impropri, come la dotazione di strumenti e di personale a paesi terzi per la sicurezza delle frontiere, producendo un processo di vera e propria ‘securizzazione dell’aiuto’» per questo, aggiunge, «riteniamo questa scelta non solo sbagliata ma anche miope, pericolosa e soprattutto priva di efficacia».

Oxfam critica inoltre i paesi donatori per il mancato rispetto dell’impegno ormai pluridecennale di devolvere lo 0,7% del Pil in aiuti pubblici allo sviluppo. Ad oggi, rileva, solo sei dei trenta Stati Membri dell’Ocse -Svezia, Norvegia, Lussemburgo, Danimarca, Regno Unito e Germania- «hanno mantenuto questa promessa» sentenzia l’organizzazione. L’Italia pur essendo ancora molto lontana da questo obiettivo, conferma però un trend positivo di crescita dell’Aps, sia in termini assoluti, che percentuali. Dai 4 miliardi di dollari del 2015 ai 4,85 miliardi del 2016, un aumento percentuale di più del 20% consente all’Italia di passare dallo 0,22 allo 0,26 della percentuale di Aps in rapporto al Pil. Positiva, segnala Oxfam anche l’adesione del nostro Paese all’Indice Internazionale per la Trasparenza dell’Aiuto e soprattutto la maggiore concentrazione di risorse destinate all’Africa sub-sahariana, con un incremento di circa il 23% rispetto all’anno precedente.

In questo quadro rientra l’allocazione di 200 milioni per il cosiddetto ‘Fondo Africa’ presente nella Legge di Bilancio 2017, che produrrà quindi i suoi effetti nel corso dell’anno. Tale stanziamento è oggi limitato ad un solo anno, ed è un classico esempio di un’allocazione episodica di risorse che se non sostenuta nel tempo contraddice i principi di efficacia dello sviluppo. Oxfam segnala ancora che il dato più preoccupante, che rischia di vanificare gli aspetti positivi attribuibili ai progressi italiani, è dato dall’ulteriore forte crescita dei costi per i rifugiati che nel 2016 si attestano al 34% dell’intero Aps italiano. In termini assoluti si passa da 983 milioni di dollari allocati nel 2015 ad oltre 1,66 miliardi del 2016, pari ad un incremento del 69%.

E non si tratta solo di quantità, ma di qualità. Eppure nuove modalità di aiuti, starebbero iniziano a dare i loro frutti: la via perseguita dalla Gran Bretagna, per esempio, che si concentra sui fondi a supporto del mercato unico dell’Africa Orientale, a scapito degli aiuti ‘classici’: assistenza ai rifugiati, educazione e sanità. Il primo intervento di alto prestigio è stato la creazione del Regional Electronic Cargo Tracking SystemRECTS. Dal costo di 8 milioni di euro, il RECTS è un sistema informatico avanzato che permette il monitoraggio di ogni merce viaggiante su camion o treno dalla dogana di entrata alla destinazione finale. Il sistema è garantito da sigilli elettronici (denominati E-Seal) apposti ai container dagli agenti della dogana di entrata dopo l’ispezione e il pagamento delle tasse doganali. Il sigillo elettronico dotato di dispositivo GPS, contiene al suo interno i dati sulla composizione e la quantità della merce, Paese di origine, fatturazione, pagamento tasse doganali, identità della ditta di trasporto e del cliente.

Questi sigilli elettronici, grazie al GPS, sono collegati ad un network di stazioni raccolta dati definiti Centralize Monitoring Center -CMC creati a Nairobi, Kampala e Kigali che hanno il compito di sorvegliare l’intero tragitto delle merci. Sono anche collegati con le unità di Polizia dei vari Paesi che le merci attraversano per raggiungere la destinazione finale. Il E-Seal è fornito gratuitamente dalle autorità doganali. La ditta di trasporto risponde penalmente ad una eventuale violazione del sigillo o al suo danneggiamento. Ogni tentativo di rompere il sigillo elettronico fa scattare un allarme informatico ai CMC e stazioni di polizia keniote, ruandesi e ugandesi permettendo il rapido intervento delle forze dell’ordine. Il E-Seal può essere legalmente aperto solo dalle competenti autorità dei Centralize Monitoring Center, quando la merce è giunta nel Paese di destinazione finale, qualche ora prima del suo arrivo ai magazzini delle ditte o nei depositi all’ingrosso che hanno acquistato il cargo.

L’Occidente, nel complesso, lavora ancora troppo sull’alleviare le sofferenze, interagendo (temporaneamente) sullo stato sociale del Paese beneficiario. La cooperazione economica tende offrire al Paese beneficiario non il pesce pescato, ma la lenza per pescarlo. Il miglioramento delle entrate fiscali permette ai governi africani di avere maggior liquidità per sostenere Educazione e Sanità.
Secondo il parere degli esperti africani nel settore, gli aiuti umanitari classici sono efficaci solo in risposta ad emergenze profughi o calamità naturali. Le autorità africane in molti casi sono costrette per convenienze politiche ad accettare progetti di aiuto e sviluppo spesso autoreferenziali e non sostenibili nella fase post progettuale. Spesso competenti autorità governative formati nelle migliori università private africane, europee e americane,  si ritrovano a dialogare con giovani ‘esperti’ espatriati che detengono esperienze e competenze di gran lunga inferiori a quelle disponibili all’interno di ogni Governo dei Paesi africani sviluppati.

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